LO SCANDALO DI UN DIO "DISOBBEDIENTE"
di Vitaliano Della Sala.
Anno B - 25 dicembre 2002 - Natale 2002
(Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18)

Natale è il più grande paradosso di Dio: ci mette di fronte a Dio stesso, il Creatore, che si fa bambino, debole e, per giunta, povero. Un Dio che ci "scandalizza" perché mentre noi ci ostiniamo a volerlo vedere e invocare come l'Onnipotente, lui ci disobbedisce, disobbedisce all'idea, tutta umana, di Dio: all'idea troppo fredda e razionale che i filosofi e anche tanti teologi si sono fatta di Lui; disobbedisce anche ad alcune pagine della Bibbia che lo descrivono come l'invincibile Dio della guerra e degli eserciti; disobbedisce, forse, anche a se stesso e, caparbiamente continua a nascere, testardamente si incarna nella storia reale, quotidiana e concreta, tra le pieghe e negli scarti della Storia, quella decisa dai potenti e dai violenti.

Dobbiamo rileggere il racconto dei Vangeli sulla nascita di Gesù, cercare di leggerlo come se fosse per la prima volta, senza vedere sullo sfondo l'immagine tradizionale e rassicurante del presepe di sughero e cartapesta a cui siamo fin troppo abituati, e accorgerci che Gesù non nasce né in chiesa, né a Natale, ma in un giorno qualunque, in un posto insignificante, da gente che non conta niente; in esso ci leggeremo che di fronte alla stalla di Betlemme si può arrivare soltanto in due modi: o come Erode, per sopprimere l'innocente, o come i pastori poveri con il Dio povero. Non esistono vie di mezzo. Invece, da duemila anni a questa parte, troppe volte, proprio noi cristiani, tentiamo vie traverse, senza fare con chiarezza la nostra scelta. È vero che non esprimiamo il rifiuto di Erode, ma è altrettanto vero che abbiamo addolcito, smussato la provocazione, lo "scandalo" di quel racconto. Abbiamo tentato una conciliazione impossibile tra il "bambino deposto nella mangiatoia" e il nostro egoismo benpensante. Se ci pensate bene, dove mangiano gli animali è un posto strano per far nascere un bambino e per di più figlio di Dio; ma proprio perché così inconsueto è anche un segno inconfondibile. Come ai pastori, anche a noi Dio dà dei segni per poter riconoscere facilmente Gesù che viene. E, come la mangiatoia di Betlemme, si tratta sempre di segni strani ma inconfondibili.

Noi invece, anziché cercare il segno inconfondibile della presenza di Dio nella Storia, nella nostra storia, lo abbiamo nascosto sotto la festa che abbiamo creato attorno al Natale, una festa di luci e di carillons, di regali e di abbuffate, di elemosine di circostanza, di sentimentalismi sdolcinati, di prediche fervorose, di affari. E abbiamo sottratto Natale al povero Cristo e ai tanti, troppi, povericristi.

Che il Bambino, figlio di straccioni, sia anche il figlio di Dio urta contro la nostra "sensibilità" e contro la nostra troppo unilaterale idea di Dio. In fondo, è più comodo considerarci a "immagine e somiglianza" di un dio potente che del Dio Straccione, e forse proprio per questo facciamo tanta fatica a vedere Dio nel povero, nell'emarginato, nel diverso, nell'escluso.

Senza ipocrisia dovremmo ammettere che ci manca il coraggio di restituire Natale a Gesù Cristo e ai poveri. A quei poveri che non sanno più o non sanno ancora che Natale appartiene a loro. Al bambino africano o argentino o irakeno che vediamo in televisione, stremato dalla fame e dalla dissenteria e a sua madre che lo guarda morire, alla schiava bambina costretta alla prostituzione, al malato terminale di Aids privato della dignità della sua malattia, al disoccupato che tenta il suicidio, al tossicodipendente che vede eroina e solo quella nel suo domani, al portatore di handicap, al detenuto, al barbone. Insomma ai "pubblicani e alle prostitute che ci precederanno nel Regno dei Cieli".

Dovremmo restituire il Natale rubato che, per tanti versi, non ci appartiene. Non so voi, ma io, forse per questo, provo sempre un senso di disagio quando si avvicina Natale.

Omelie fuoritempio
da Adista n°87

http://www.adista.it/omelie/ome89.htm

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