Università, la quiete prima
della tempesta
Altrenotizie - 10-01-2007
Sul
fronte universitario l'autunno appena concluso è stato il più tranquillo degli
ultimi anni. Praticamente nessuna delle mobilitazioni verificatesi lo scorso
anno, quando decine di atenei italiani furono occupate in protesta contro il
ddl Moratti, si è ripetuta. Ma sottotraccia c'è chi prepara una primavera di
conflitto aperto e, a scatenarlo, potrebbe essere proprio il governo. Del resto
le questioni aperte sono le stesse ormai da almeno una decina d'anni, e niente
fa pensare che il cambio di esecutivo abbia sconvolto il terreno dello scontro.
Da una parte ci sono le grandi tendenze di ristrutturazione dell'istruzione e
della formazione, figlie e figliastre del processo di Bologna aperto nel 1999
dall'Ue: il cosidetto nuovo ordinamento, o 3+2, le sue degenerazioni più o meno
volute, la riforma a "Y" predisposta dalla Moratti, i diversi
documenti dell'associazione Treelle, di Confindustria e di altre lobby più o
meno trasparenti.
Meccanismi di evoluzione spesso vaghi ed equivoci, al cui interno si celano
sempre più di frequente progetti di ridisegno complessivo del sistema
universitario europeo sul modello americano, con lo smantellamento delle
comunità di apprendimento e ricerca, sostituite da pochi centri di ricerca
d'eccellenza e da una miriade di piccoli atenei licealizzati secondo il modello
delle teaching universities americane.
Dall'altra parte c'è il lato economico, con i continui tagli che spingono gli
atenei sempre più sulla strada del rapporto con il privato, della
ristrutturazione interna in chiave aziendale, della redditività come criterio
superiore all'interesse scientifico in ogni scelta operativa. Senza contare che
l'incrocio tra i meccanismi di selezione di cui sopra e i tagli al diritto allo
studio, riporta alla luce divisioni classiste che si pensavano relegate ad
altre epoche. Nell'università di massa le barriere non si eliminano:
semplicemente si spostano e si nascondono, fornendo a tutti una formazione
parcellizzata e dequalificata e lasciando a poche esperienze d'élite,
ovviamente a pagamento, il ruolo di selezionare la classe dirigente.
Ed è proprio su quest'ultimo fronte, quello economico, che il governo Prodi ha
dimostrato il minore tasso di discontinuità dal suo predecessore. Ma non è la
tanto vituperata finanziaria a spaventare studenti e docenti. Anzi, interventi
come il cosiddetto «pacchetto serietà», con il blocco delle università
telematiche, il blocco delle convenzioni per il progetto «Laureare
l'esperienza» (quello che ha regalato per anni lauree senza sforzo a
categorie come poliziotti e giornalisti) e il blocco della proliferazione di
nuovi corsi di laurea in sedi distaccate, sono stati apprezzati da ampi settori
del mondo universitario. Soprattutto nell'ultimo caso si tratta di misure di
risparmio, le cui ricadute saranno però probabilmente positive ad ogni livello,
ponendo un freno alla definitiva dequalificazione dell'istruzione
universitaria.
Ma altre misure di risparmio, come quelle contenute nel famoso decreto Bersani,
potrebbero avere risultati ben diversi: l'articolo 22 del decreto di luglio,
infatti, sancisce la riduzione del 10% degli stanziamenti «relativi a spese
per consumi intermedi dei bilanci di enti ed organismi pubblici non
territoriali» per il 2006. Un taglio che sale al 20% per il triennio
2007-2009. Inevitabile che le università insistessero per una deroga.
La deroga non c'è stata e non ci sarà. E con essa sono scomparsi anche i fondi
per il diritto allo studio promessi dal programma dell'Unione. Il punto più
spinoso è quello delle borse di studio: si tratta di contributi che ogni
Regione eroga sulla base di criteri di reddito e merito. Ma, secondo il solito
copione del federalismo all'italiana, i fondi per pagare le borse arrivano da Roma.
E negli ultimi anni hanno iniziato a tardare, tanto che in molti atenei i
contributi agli studenti sono stati versati mediante più assegnazioni: una
parte degli studenti idonei riceve la borsa a dicembre, un'altra parte a marzo,
alcuni addirittura a luglio. L'anno scorso la situazione ha superato i limiti
del ridicolo: ci sono studenti che ad oggi non hanno ancora ricevuto la borsa
di studio, nonostante siano risultati idonei più di un anno fa. Migliaia di
studenti sono in attesa dello sblocco dei fondi ministeriali, promesso di
settimana in settimana.
Inutile dire che questo sistema cambia la natura stessa della borsa di studio:
se queste servono per eliminare le barriere economiche e permettere a tutti di
frequentare l'università, erogarle dopo più di un anno, quando ormai le spese
sono state sostenute, significa ridurle a un rimborso spese, in attesa del
quale gli studenti si devono arrangiare.
Ma il vero punto di rottura della breve luna di miele tra il governo Prodi e
gli studenti universitari potrebbe arrivare entro l'inizio della primavera. In
un incontro avvenuto il 28 novembre con l'UdU (sindacato studentesco) e le
federazioni giovanili dei partiti dell'Unione, il sottosegretario Nando Dalla
Chiesa ha annunciato l'intenzione di mantenere la promessa contenuta nel
programma dell'Unione: una conferenza sulla condizione studentesca. Ma i
contenuti di questa conferenza sono ben diversi da quelli attesi dalle
organizzazioni studentesche: sembra che Dalla Chiesa abbia esplicitamente
affermato di non aver alcuna intenzione di porre un freno all'aumento delle
tasse universitarie. Anzi, le linee guida sul diritto allo studio che ha
proposto prevedono la riduzione del numero di borse di studio, l'aumento del
peso del merito rispetto a quello del reddito e l'incremento dell'importo di
ogni borsa. Le borse mancanti verrebbero sostituite da prestiti d'onore.
Se il sottosegretario davvero avanzasse una proposta del genere in una
conferenza nazionale di studenti dovrebbe temere per la propria incolumità:
aumentare l'importo delle borsa di studio vuol dire infatti semplicemente
immettere più soldi in mercati già altamente competitivi come quello della
casa, ottenendo con ogni probabilità come unico risultato un aumento degli
affitti, senza vantaggi concreti per chi riceve la borsa. Mentre d'altra parte
il taglio del numero totale delle borse escluderebbe dall'università, o quanto
meno dalla possibilità di viverla a tempo pieno, una parte consistente della
popolazione studentesca.
Sarà quindi la primavera a chiarire quale sia il vero progetto del governo
Prodi sull'università, al di là del gioco delle parti tra Mussi e Padoa
Schioppa e dell'eterno balletto delle dimissioni minacciate dai rettori.
Lorenzo Zamponi
FONTE:
http://www.didaweb.net/fuoriregistro/