Uguali perché mobili
La Voce.info -
17-01-2007
La Costituzione italiana
afferma che "i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno
diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi" e richiede
la "rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale"
(articoli. 3 e 34). Tuttavia, fino a che punto questi impegni hanno avuto una
reale applicazione? In un recente lavoro abbiamo fornito alcune risposte a
questa domanda utilizzando i dati sui bilanci delle famiglie italiane della
Banca d'Italia.
Buone e cattive notizie
L'istruzione media degli italiani è significativamente cresciuta nel
corso degli anni, a partire dall'inizio del secolo scorso. Tra gli italiani
nati all'inizio del secolo (tra il 1915 e il 1919) oltre il 30 per cento non ha
conseguito alcun titolo di studio, oltre il 52 per cento non è andato oltre la
licenza elementare e solo il 2 per cento conseguì una laurea. Nel corso del
secolo, la quota di cittadini privi di titolo di studio si è andata rapidamente
riducendo, divenendo inferiore al 9 per cento a partire dalle coorti nate tra
il 1940 e il 1944, le prime a beneficiare dell'introduzione dalla Costituzione
repubblicana. L'analisi dei dati suggerisce quindi che le disuguaglianze
in termini di istruzione si sono ridotte nel tempo. Tuttavia, tale diminuzione
non risulta uniforme per diverse tipologie di famiglie: mentre la
disuguaglianza è diminuita poco per i figli di genitori laureati, per i quali è
sempre stata relativamente bassa (i figli dei laureati spesso conseguono a loro
volta una laurea), è diminuita molto tra i figli dei genitori senza titolo di
studio. Sono proprio questi ultimi che hanno beneficiato maggiormente, in
termini relativi, della crescente scolarizzazione che ha interessato la società
italiana, in particolare dopo la riforma della scuola dell'obbligo nel
1962.
La diminuzione delle disuguaglianze nel conseguimento dell'istruzione è
indubbiamente una buona notizia, anche se non mancano ombre rilevanti. In
particolare, permane anche in anni recenti un divario di dispersione
dell'istruzione tra Nord e Sud del paese, dovuto al fatto che nel Mezzogiorno
una quota ancora significativa della popolazione non riesce nemmeno a
completare l'obbligo scolastico, fenomeno invece quasi scomparso nel
Settentrione. Per costoro, il dettato costituzionale rimane una chimera.
Inoltre, anche tra i giovani nati all'inizio degli anni Settanta, le
disuguaglianze di istruzione sono maggiori tra figli di genitori non istruiti
che tra figli di genitori laureati, suggerendo l'esistenza di una correlazione
significativa tra istruzione dei genitori e istruzione dei figli.
In generale, più è forte il legame tra istruzione dei genitori e risultati
scolastici dei figli, minore è l'uguaglianza di opportunità offerta dal sistema
scolastico, in quanto minore è la sua capacità di rimuovere gli "ostacoli
di ordine economico e sociale", promuovendo la mobilità sociale.
In Italia, nel corso del XX secolo, la correlazione tra istruzione dei padri e
dei figli si è mediamente ridotta, traducendosi quindi in una maggiore uguaglianza
di opportunità per il cittadino "medio". Tuttavia, il processo
rallenta o addirittura si inverte quando consideriamo il conseguimento del
livello più alto di istruzione, quella universitaria. Qui permane infatti un
differenziale di probabilità legato al diverso background familiare: i figli
dei genitori non laureati sembrerebbero scontrarsi con l'equivalente di un
"soffitto di vetro" nel conseguire una laurea Infatti, i dati
mostrano che:
1) persino nelle ultime generazioni, circa il 30 per cento dei figli di padri
che abbiano completato l'obbligo raggiunge al massimo il titolo di scuola
media, quasi il 60 per cento il titolo di scuola superiore e solo pochi (in
percentuale inferiore al 10 per cento) arrivano alla laurea;
2) la proporzione di figli di padri con titolo di studio di media inferiore o
superiore che ha conseguito il diploma superiore è aumentato nel tempo, ma
permangono grosse differenze con i figli di genitori laureati. Fatto 100 il
numero di studenti figli di padri con titolo di studio di media inferiore o
superiore, 60 si fermano al diploma di maturità, mentre tra i figli di genitori
laureati solo 40 si fermano alla maturità, e gli altri 60 ottengono la laurea.
3) la quota di chi ha conseguito la laurea aumenta nel tempo più per coloro che
hanno avuto un padre laureato che per quelli il cui padre aveva solo un titolo
dell'obbligo. I figli di genitori con titolo elementare o di scuola media
inferiore ancora oggi conseguono solo in minima parte la laurea. (link a Bratti
Leonardi la Voce).
Quanto conta l'istruzione dei genitori
Perché i figli di genitori non laureati non hanno pienamente approfittato della
crescita generalizzata della scolarizzazione, varcando a loro volta le porte
delle università? Vi è sicuramente una risposta banale a questa domanda, che fa
riferimento a un processo di transizione non ancora completato. Ma tra le altre
e non meno importanti ragioni del perché i figli di genitori senza laurea vanno
meno all'università vi è il fatto che per loro il rendimento della laurea
risulta inferiore rispetto ai figli dei laureati, mentre il costo
opportunità (in termini di salari perduti per titolo di studio del
genitore) è maggiore. È infatti possibile che a parità di titolo di studio, le
opportunità di lavoro offerte siano differenziate per famiglia di origine, per
esempio grazie alle reti familiari.
Vi è inoltre la possibile spiegazione che l'università sia per loro un investimento più rischioso (in termini di variabilità
dei salari). I dati ci dicono che i figli di genitori non laureati sono
effettivamente più avversi al rischio, anche se questa spiegazione non sembra
essere molto importante.
Si pone un'ultima domanda: i figli dei genitori non laureati ottengono meno
frequentemente la laurea perché non si iscrivono all'università, o perché si
iscrivono, ma non finiscono? In un sistema realmente meritocratico,
l'impatto dell'istruzione familiare tenderebbe a esaurirsi nei risultati della
scuola dell'obbligo ed eventualmente nella scelta della scuola secondaria,
mentre la probabilità di prosecuzione dovrebbe dipendere esclusivamente dalla
selezione interna dei più abili. Invece, i dati ci dicono che avere un genitore
con licenza elementare (rispetto a un genitore laureato) fa aumentare la
probabilità di abbandono universitario nei primi tre anni di iscrizione
del 7-10 per cento. Poiché questo risultato è ottenuto a parità di altre
caratteristiche (come la scuola secondaria di provenienza, i voti conseguiti e
la regione di residenza), viene da domandarsi attraverso quali altri canali
possa manifestarsi questa influenza negativa. Da un lato, potrebbe trattarsi
del fatto che un genitore con licenza elementare dispone in media di un reddito
più basso, e ha quindi maggiori difficoltà nel finanziare gli studi
universitari del figlio. Dall'altro, potrebbe essere un effetto legato ai modelli
di ruolo, che scoraggiano o non valorizzano a sufficienza l'impegno
necessario alla prosecuzione degli studi: un genitore con licenza elementare
non conosce il grado di impegno richiesto dal conseguimento di un titolo
universitario, e può ritenere eccessivo il tempo trascorso sui libri.
Il maggior costo opportunità e la maggior rischiosità possono essere in parte
attenuate trasferendone l'onere a carico della collettività attraverso il
disegno di uno schema di borse di studio che garantiscano risorse sufficienti a
fronteggiare le spese associate agli studi universitari, e una restituzione del
debito condizionata al raggiungimento di un sufficiente livello di reddito. I
più elevati tassi di abbandono a partire dall'ambiente familiare di provenienza
sono invece più difficili da affrontare, in quanto richiederebbero una diversa
"risocializzazione" degli studenti. La creazione di condizioni
che permettano di frequentare l'università in una città diversa da
quella di residenza potrebbe rivelarsi efficace nel ridurre l'impatto familiare
(oltre che nell'aumentare la concorrenza tra gli atenei).
Daniele Checchi
Carlo Fiorio
Marco Leopardi
FONTE: http://www.didaweb.net/fuoriregistro/