Intervista a Ulrich Beck

di ROBERTO BERTINETTI

Ulrich Beck, sociologo e teorico della "terza via", parla del suo saggio "La società cosmopolita" La minaccia del terrorismo, la sfida dell'integrazione. E l'unica guerra possibile: quella alla povertà

ERA una nobile utopia all'epoca degli illuministi, potrebbe diventare oggi un progetto concreto in grado di allentare le tensioni internazionali causate dal terrorismo, dai flussi migratori e dalla progressiva interdipendenza economica. Ulrich Beck, sociologo tedesco con una cattedra all'università di Monaco e un'altra alla London School of Economics, ideologo con Anthony Giddens della "terza via", prende spunto da Immanuel Kant per mettere a fuoco nella sua ultima raccolta di saggi, appena pubblicata in Italia dal Mulino ( La società cosmopolita , 295 pagine, 16 euro), il percorso che dovrebbe favorire la nascita di un nuovo equilibrio planetario capace di colmare il vuoto lasciato dalla crisi dei vecchi stati nazionali. "Kant fu il primo a intuire che la pace offre enormi vantaggi in termini economici e che le rivoluzioni nell'ambito produttivo non sono in grado di sviluppare tutti i loro effetti benefici se non vengono seguite in tempi rapidi da adeguate riforme in ambito istituzionale", sottolinea Beck. E quindi aggiunge che "l'unica risposta davvero efficace alla minaccia rappresentata dal fondamentalismo religioso, da improvvise crisi finanziarie o da una catastrofe climatica, è costituita dalla nascita di legami forti e durevoli tra i governi, dalla consapevolezza che solo grazie alla globalizzazione delle scelte politiche si possono ridurre i rischi causati dall'inarrestabile globalizzazione dell'economia".

Occorre, insomma, rafforzare l'Onu e mettere da parte l'unilateralismo teorizzato da molti autorevoli esponenti dell'attuale amministrazione americana?

"Ritengo che attribuire in maniera unanime un ruolo centrale al Consiglio di Sicurezza e alle Nazioni Unite costituirebbe un passo davvero importante per costruire quella società cosmopolita di cui parlo nel mio libro. Penso che non ci sia altra strada in un'epoca in cui i pericoli non hanno più un carattere locale. Anche la sicurezza interna dei singoli paesi può essere garantita solo con interventi coordinati su scala planetaria. Negli ultimi anni si sono verificate numerose crisi sui mercati finanziari, ma non c'è stato un crollo delle Borse paragonabile a quello del 1929 perché la stretta collaborazione tra gli organismi di controllo lo ha impedito. Lo stesso, a mio avviso, deve accadere nell'ambito della lotta al terrorismo o negli interventi per la salvaguardia della natura".

Senza dubbio l'idea di una società cosmopolita è affascinante, ma non rischia di rimanere un progetto astratto?

"Credo che non ci sia davvero questo pericolo. Perché già viviamo in un mondo che è ormai diventato cosmopolita nei consumi, negli stili di vita, nelle abitudini alimentari. Anche ciò che, a prima vista, ci appare piccolo, familiare, vicino, il guscio che contiene il nostro quotidiano, è continuamente teatro di esperienze universali che ci costringono a ripensare il rapporto tra un luogo a noi noto e il mondo intero. Per me, che abito a Monaco, e per tutti i miei concittadini, un ottimo esempio di cosmopolitismo realizzatosi senza traumi e senza conflitti è la squadra di calcio del Bayern. Chi strappa gli applausi del pubblico allo stadio per un gol spettacolare o, magari, per un dribbling ubriacante? Spesso un brasiliano o un africano che indossano la maglia della squadra dei bavaresi. Naturalmente, questa regola si applica in altre città di molti paesi. Ora, però, dobbiamo fare in modo che non venga accettata solo in ambito sportivo".

Quali interventi di natura politica potrebbero, a suo giudizio, dare maggior forza al progetto della società cosmopolita e raffreddare le tensioni internazionali?

"Sono convinto che l'unica strategia davvero efficace sia rappresentata dalla battaglia contro la povertà. I processi di globalizzazione offrono nuove opportunità di sviluppo a paesi che sino a pochi decenni fa erano costretti a dipendere dalle scelte compiute a New York, a Londra o a Parigi. Senza contare, poi, che la crescita economica dell'Africa, dell'Asia o del Medio Oriente può avere benefiche ripercussioni sul dialogo con l'Occidente. Sarebbe comunque un grave errore ritenere che il progressivo allargamento dei mercati finanziari possa, da solo, favorire la nascita di nuove democrazie. Servono, al contrario, riforme serie e rigorose per evitare che singoli episodi di crisi finiscano per avere pesanti conseguenze su economie ancora fragili. Nel mio libro io avanzo due proposte concrete: l'applicazione della Tobin tax, ovvero di un'imposta fissa dello 0,5 per cento sulle transazioni finanziarie internazionali, legandola a programmi di finanziamento del welfare, e l'obbligatorietà di un sistema planetario di assicurazione creditizia. I processi in atto di globalizzazione nascondono al loro interno molti rischi. E' indispensabile ridurli il più possibile grazie a scelte politiche condivise che conducano ad un riordino del sistema finanziario auspicato in più di una circostanza sia da George Soros come da gran parte degli studiosi di economia".

Lei si mostra molto critico con l'Europa. I passi compiuti verso un'integrazione continentale non le sembrano sufficienti?

"Attualmente si sta discutendo su quale tra due modelli, quello intergovernativo e quello federale, sia migliore. Ma in entrambi i casi mi sembra si attribuisca un rilievo eccessivo ad una vecchia concezione dello stato che, a mio giudizio, non ha più ragione di esistere. Per poter contare sul piano internazionale, per essere d'esempio ad altri paesi, l'Europa deve invece essere cosmopolita, non può limitarsi a cercare punti di compromesso tra le proposte elaborate dagli esecutivi dei paesi che la compongono. Mi pare davvero un controsenso in termini logici ritenere che una sorta di nuovo superstato continentale possa risolvere per magia i problemi aperti dalla crisi degli stati nazionali. Se è vero che la sfida con la quale stiamo facendo i conti è rappresentata dalla capacità di individuare nuove forme di governo per l'epoca postnazionale, allora soltanto un'Europa davvero cosmopolita rappresenta una risposta coraggiosa e lungimirante. Per ora, però, continua a prevalere la timidezza. Con risultati che non mi entusiasmano".

Da Il Messaggero-3 NOVEMBRE 2003 - in SWIF - Rassegna stampa

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