PRESENTATO IL SAGGIO DI EUGENIO TOSTO
Di Francesco Palladino

Venerdì 31 ottobre presso la Sala del Trono del Castello Ducale de Sangro, il settore Cultura e P.I. del Comune di Torremaggiore, diretto dalla dott.ssa Maria A. De Francesco, ha organizzato una conferenza di presentazione del volume "Edmondo De Amicis e la Lingua Italiana" del concittadino prof. Eugenio Tosto, edito dall’Accademia Toscana di Scienze e Lettere "La Colombaria" e dalla Casa Editrice Leo S. Olschki, entrambe di Firenze.

I saluti iniziali sono stati portati dal sindaco Alcide Di Pumpo, dall’assessore alla Cultura e P.I. Nicola Matarese e dalla dott. ssa Maria A De Francesco.

Il volume è stato presentato dal prof. Giuseppe de Matteis, ordinario di Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi "Gabriele D’Annunzio" di Pescara.
Edmondo De Amicis (1846-1908), dopo alcuni anni di carriera militare, si dedicò alla letteratura. Fu scrittore e giornalista; oltre al famosissimo romanzo per ragazzi "Cuore" del 1886, scrisse opere di corrispondenza giornalistica tra cui "Spagna" (1873), "Olanda" (1874), "Ricordi di Parigi" (1879). Nota anche l’opera letteraria "Il romanzo di un maestro" (1890).
Nel suo preciso e dotto saggio, il prof. Eugenio Tosto ha approfondito un aspetto forse poco conosciuto di De Amicis: il suo pensiero linguistico. Infatti, lo scrittore di "Cuore" si immerse a pieno nella "questione della lingua" divenuta di scottante attualità con l’avvento dell’Unità d’Italia. Parafrasando Massimo D’Azeglio, si poteva affermare: "l’Italia è fatta, ora bisogna fare la lingua italiana". I dialetti erano molti e molto diffusi tra la popolazione, la lingua italiana, invece, conosciuta solo dagli istruiti e di certo ferma ai padri della "vulgata": Dante, Petrarca e Boccaccio. Nell’Ottocento, quindi, la lingua italiana aveva bisogno di una urgente evoluzione, e l’unificazione della penisola era l’occasione giusta per innescarla. Se gli esponenti della "Scuola siciliana" e del "Dolce stil novo" sono i padri nobili della lingua "volgare", Manzoni lo è dell’italiano moderno. D’altronde, lo stesso Manzoni, per ripulire il suo capolavoro "I promessi sposi", dai "lombardismi", andò a "sciacquare i panni in Arno". De Amicis era un manzoniano convinto. Lo stile del Manzoni era togato, ma non distante; quello di De Amicis più "impressionista", affettuoso, partecipativo. De Amicis sottolineava la funzione patriottica della lingua, nonché sociale, civile, culturale. La lingua unisce in un inevitabile legame il pensiero e l’espressione, cioè lo scritto e il parlato.
Il prof. Tosto ci spiega che il De Amicis credeva nella funzione unificante della lingua, e che il dialetto poteva contribuire al rinnovamento della stessa lingua italiana. Interessante il dibattito linguistico tra Croce e De Amicis: per il filosofo Benedetto Croce (1866-1952) la lingua non si studia, ma è creata interiormente dallo stesso individuo; per De Amicis la lingua si studia. Per entrambi il linguaggio e lo stile non si studiano: infatti il linguaggio ci dice chi è lo scrittore e come avvicinarlo, lo stile è frutto della personalità, del bagaglio culturale, dell’estrazione sociale, dell’ambiente culturale, delle vicende personali, e certo cambia da individuo ad individuo.
Comunque, ci raccomanda il prof. de Matteis, la cosa imprescindibile in uno stile letterario è la chiarezza e la leggibilità dello scritto.

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