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Studio sul mondo dell'istruzione del Mezzogiorno. Mancanza di lavoro e rinuncia all'università i problemi più gravi. Più iscritti nei licei ma molti lasciano

Sud, tra iscrizioni e abbandoni
"Scuola debole, lavoro lontano"

di TULLIA FABIANI


Pochi progressi, molti ritardi e uno sviluppo ancora tutto da creare. La scuola nel Mezzogiorno se la passa così: aumenta il tasso di scolarità alle superiori (gli iscritti passano dal 63,5 all'89,7 per cento negli ultimi dieci anni), ma non diminuisce il numero degli studenti che abbandonano lo studio prima di arrivare alla maturità. E la differenza con il centro-nord resta consistente. A fare il punto sui percorsi formativi nel sud d'Italia, sul divario territoriale esistente, sugli sbocchi occupazionali dei giovani meridionali - diplomati e laureati - e sul crescente fenomeno della fuga di "capitale umano" è uno studio dell'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno (Svimez).

Dopo aver raccolto e aggiornato numerosi dati sul mondo della scuola - in particolare quelli prodotti dall'Istat e dal Ministero dell'Istruzione - tre ricercatori dello Svimez, Luca Bianchi, Sandro Gattei e Sergio Zoppi, hanno realizzato un'ampia analisi, intitolata "La scuola nel Mezzogiorno tra progressi e ritardi" (tra qualche giorno disponibile in libreria per le edizioni Il Mulino), i cui risultati oggi vanno letti "non solo nell'ottica della riforma Moratti, che si rivela controproducente proprio nelle aree più deboli - come afferma Luca Bianchi - ma anche in previsione di nuove, necessarie, politiche governative".

La scolarizzazione nel Mezzogiorno. Su questo tema sembra che qualche passo avanti, molto importante, sia stato fatto. Almeno per quel che riguarda la scuola dell'obbligo. Secondo l'analisi, sia al nord che al sud, nella scuola primaria, la partecipazione è totale e tutti coloro che conseguono la licenza media si iscrivono poi alla scuola secondaria superiore. Un netto miglioramento rispetto agli inizi degli anni '90, quando il tasso di iscritti si limitava all'83% degli studenti meridionali e all'88% di quelli settentrionali. E di conseguenza un miglioramento anche del tasso di scolarità nella scuola secondaria superiore: è salito, specialmente nel Mezzogiorno, dove si è passati dal 63,5% del 1991 all'89,7% nel 2003 (dal 71,7% al 92,5% nel resto del Paese). Ma se c'è di che rallegrarsi per il numero degli iscritti, non si può ignorare poi che buona parte di questi ragazzi abbandona la scuola prima della maturità.

Un'indagine del Ministero dell'Istruzione, (ripresa dai ricercatori Svimez) rivela infatti che nel 2002 il 4,6% degli iscritti nel Mezzogiorno continentale e il 7,1% nelle Isole non sono stati valutati agli scrutini finali perché si sono ritirati dalla scuola. E lo stesso problema, anche di minor portata è stato riscontrato al nord (4,4%) e al centro (3,4%): sintomo di un disagio da parte degli studenti. Eppure, se molti al sud abbandonano, altri manifestano molta voglia di continuare a studiare: cresce perciò il numero degli iscritti ai corsi di laurea breve (soprattutto dei gruppi medico e politico-sociale) anche se il divario rispetto alle regioni settentrionali, in termini di tassi di iscrizione (30,5% contro 41,2%), risulta ancora ampio. "Nel Mezzogiorno c'è un sistema scolastico decisamente più debole - commenta Bianchi - lo prova il fatto che degli studenti meridionali iscritti al primo anno di scuola media, solo il 23% arriva alla laurea o al diploma universitario. Al centro-nord sono il 44,7%".

Il confronto con altri Paesi europei. La debolezza della scuola italiana si rivela di più, nell'analisi Svimez, se messa a confronto con altri Paesi; non solo quelli economicamente più avanzati, ma anche quelli caratterizzati da un grado di sviluppo decisamente minore. Prendiamo alcuni paesi dell'Europa centro-orientale, ad esempio: vantano livelli di istruzione della popolazione assai più elevati di quelli italiani (che si tratti del nord o del sud). Nel 2002 la popolazione in possesso almeno di un diploma di scuola secondaria superiore è l'87,9% nella Repubblica Ceca, l'86 % nella Repubblica Slovacca, l'81,6% in Polonia e il 71,4% in Ungheria. Mentre in Italia la quota si ferma ad un modesto 46,3%, (il 42,0% nel Mezzogiorno e il 51,4% nel Centro-Nord). Se poi si considerano le persone in possesso di laurea, ci troviamo al sud con l'11,1%: meno di un terzo della popolazione laureata del Giappone (36,3%), degli Stati Uniti (38,1%) e della Svezia (32,5%).

Il lavoro che non arriva. Allora ecco il cuore della questione. Dall'analisi dei dati Ocse e Istat sul rapporto tra livello di istruzione e condizione lavorativa, risulta che il rendimento dell'investimento formativo è in Italia più basso che negli altri Paesi, a causa del ritardato ingresso dei giovani sul mercato del lavoro. Con un picco negativo nel Mezzogiorno, dove la transizione scuola-lavoro è più lunga, e più bassa è la probabilità di trovare un impiego adeguato al titolo di studio raggiunto. Ciò spiega perché sempre più studenti scelgano di studiare "fuori sede" o di migrare appena finita la scuola o l'università.

Dall'indagine Svimez risulta infatti che su circa 50.000 laureati meridionali, 20.000 a tre anni dalla laurea sono disoccupati e dei 30.000 che lavorano, un terzo lavora al nord. Mentre il 20% di quelli che rimangono a lavorare al sud, giudica la laurea eccessiva rispetto al lavoro che svolge. Dal 1998 al 2002 sono circa 75 mila i ragazzi, tra i 20 e i 29 anni, ben istruiti che ogni anno hanno lasciato il Mezzogiorno. "La migrazione è a senso unico - spiega Bianchi - e l'effetto che produce è quello di impoverire ulteriormente il sud. Il paradosso è che pur migliorando il livello di istruzione, da parte delle imprese non c'è richiesta di figure qualificate. Le aziende assumono - precisa il ricercatore -, ma il trend è positivo soprattutto per le basse qualifiche professionali. E in tal caso non basta migliorare il sistema scolastico se poi i ragazzi, proprio perché istruiti, devono migrare".
(9 gennaio 2006)

Da http://www.repubblica.it

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