Niccolò Paganini

Tra mito e realtà

Dalle nostre esperienze musicali, storico-musicali e filarmoniche, dalla nostra passione per la musica, avrete la possibilità di scoprire aspetti noti e non del violinista ligure: Niccolò Paganini. Questi, con il suo ardore e con la sua passione per il violino, ha trasmesso a noi quelle emozioni che, certamente, lui stesso ha provato nel comporre e nell’esibirsi.

Perché non provate anche voi a conoscerlo?

* * *

Niccolò Paganini (1782-1840) è il protagonista del panorama musicale romantico; se non altro per omaggio alla celebrità da lui goduta presso i contemporanei.
Paganini ha impersonato, e in qualche misura lo impersona ancora ai nostri giorni, il mito del romantico musicista "diabolico". Ultimo rappresentante della tradizione violinistica italiana, fu il primo virtuoso dell’età moderna.
Nella musica occidentale, dal Rinascimento in poi, la figura del musicista abile, dalle doti straordinarie, aveva sempre trovato il massimo dell’accoglienza. Con l’ideologia romantica, Paganini ebbe l’esaltazione della sua figura; l’elementare apprezzamento per la bravura tecnica ed il virtuosismo strumentale potevano fare un salto di qualità. Il virtuosismo si sostituisce al musicista; ogni variabile esterna entrava prepotentemente negli spartiti delle composizioni, modificandone il giudizio.
Con il grande violinista genovese, esplose in tutta Europa il fenomeno del divismo. E’ fondamentale citare l’incredibile capacità di Paganini, di giocare con lo strumento, di trarne suoni inauditi, di modificare la tecnica fino ai limiti consentiti alla natura umana, costruirono una solida base oggettiva alla nascita del mito .
Nella sua opera più importante, "I 24 Capricci per violino solo", la tecnica violinistica si arricchisce di elementi fondamentali, nuovi come i
colpi d’arco, lo staccato volante, il balzato, i suoni armonici, il nuovo uso delle corde doppie, etc.
Fenomeno musicale irripetibile, Paganini eccitò la fantasia di tutti i suoi contemporanei, da Schumann a Brahms, ed ovviamente anche a Liszt.
Niccolò Paganini, l’ultimo grande epigono della tradizione violinistica italiana, dopo aver lavorato a Firenze, alla corte della pricipessa Elisa Bonaparte Baciocchi, si dedicò all’attività concertistica, regalandosi un successo dopo l’altro in tutte le città europee, ove riscosse un grande successo grazie alla sua straordinaria espressività.
Malato di tisi, trascorse gli ultimi anni a Marsiglia, a Genova e a Nizza, ove morì. Figura romantica per eccellenza, fu il più grande violinista della storia. Produsse, oltre ai 24 Capricci, 4 concerti per violino e pianoforte, 12 sonate per violino e chitarra, 6 quartetti e variazioni su temi di altri autori.
Su Paganini è sorta una specie di "leggenda", secondo la quale su una proprietà terriera di Paganini aveva messo piede il diavolo, che aveva sottoscritto un patto con l’artista: in cambio di vite umane, offerte dal musicista in sacrificio, prometteva longevità e successo. Chiunque avesse messo piede in questa proprietà, era destinato ad uccidere fino alla fine dei suoi giorni. Questa leggenda è stata ripresa dal regista del film "PAGANINI HORROR".
Quale sia la fonte assurda e surreale di questa "grulla" leggenda, noi non ne abbiamo la minima idea, ma comunque resta il fatto che Paganini non aveva affatto bisogno di stipulare un patto col diavolo per diventare famoso; la sua semplice straordinarietà lo ha ricompensato di quanto dovuto!
Tornando al nostro discorso, Paganini, sia sotto l’alone del reale che della leggenda, resta in ogni caso un motivo d’orgoglio musicale italiano, di cui noi possiamo gioiosamente vantarci.

Clemente Fontana - Piccolantonio Ylenha, 2^E Pedagogico

Fonte di riferimento : ENCYCLOPAEDIA BRITANNICA Inc.

16/02/02

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L'Azione Cattolica è "in"
I giovani riscoprono i valori profondi della vita

"L’A.C. è per me come una seconda famiglia dove approfondisco la mia fede e trovo sempre persone disponibili a darmi consigli e a coinvolgermi nelle diverse attività; insomma è la mia vita " afferma Fedora, studentessa del Fiani che da tre anni frequenta l’Azione Cattolica.
L’A.C. è nel complesso una realtà dinamica di Torremaggiore, un numero sempre maggiore di giovani per diversi motivi decide di farvi parte.
"Ho preso questa decisione - afferma Mariapia, che da quattro mesi 4 nel gruppo A.C.G. - perché avvertivo un vuoto nella mia vita; ora molte cose sono cambiate, ho conosciuto nuove persone e un modo di credere molto più intenso; partecipare a quest’associazione ha rafforzato il mio rapporto con Dio."
Le attività svolte in questa "famiglia" sono molteplici: incontri settimanali, ritiri spirituali, campus scuola, gite ...insomma si vive o meglio si guarda alla vita con gli occhi del giovane fedele, che impara a riconoscere intorno a sé, tra le falsità e le futilità del mondo, quei valori veri ed essenziali, che impara ad avere rispetto per l’altro e ad amare la propria vita come un dono; e cresce con la consapevolezza che la sua vita, la sua storia fanno parte di un progetto, di una storia molto più grande, universale.
Questa realtà dimostra la falsità di quell’idea, per fortuna condivisa da pochi, che tutti i giovani sono uguali: disinteressati alla religione e ai valori più profondi della vita; e dimostra anche che il messaggio del Beato Pier Giorgio Frassati, fondatore dell’A.C., continua da settantasette anni ad essere raccolto e sentito da molti giovani. Nel 1922 così scriveva ai soci di uno dei tanti circoli cattolici che frequentava: "E tanto più in questo momento grave attraversato dalla nostra Patria, noi cattolici e specialmente noi studenti abbiamo un grave dovere da compiere: la formazione di noi stessi. Noi, che per grazia di Dio siamo cattolici, non dobbiamo sciupare i più begli anni della nostra vita, come purtroppo fa tanta infelice gioventù, che si preoccupa di godere di quei beni, che non arrecano bene, ma che portano per frutto l’immoralità della nostra società moderna. Noi dobbiamo temprarci ner essere pronti a sostenere quelle lotte che ci permetteranno di dare alla nostra Patria in un non lontano avvenire giorni piii lieti ed una società moralmente sana e per tutto ciè occorre la preghiera continua a Dio per ottenere quella grazia senza della quale le nostre forze sono vane(...)".
Ora più che mai si riscopre l’attualità di queste parole.

Patrizia D’Andrea
04/03/02


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American dream
di Jole Faienza

Sono ormai trascorse varie settimane…e il viaggio in America continua ad occupare nei nostri ricordi un posto insostituibile, che il tempo contribuisce solo ad impreziosire!
Ripercorrendo con la mente ciò che abbiamo vissuto, le immagini appaiono così nitide che potremmo ricostruirle ad occhi bendati!
Quali le radici di tanto entusiasmo?
In primo luogo, c'è stata offerta la fantastica opportunità di "toccare con mano" una realtà diversa dalla nostra, una delle realtà più complesse (tanto amata ma anche così tanto decantata!!), affascinanti ed ingannevoli; e mentre la nostra mente appuntava il nuovo "stile di vita", i nostri occhi si dispiegavano tra le altezze mastodontiche dei grattacieli e paesaggi naturali di notevole bellezza.
Ma ciò che più ci ha strabiliato è stata l’ospitalità con cui siamo stati accolti: non esistono parole per ringraziare la disponibilità, le attenzioni e la simpatia che ci sono state dedicate. Speriamo vivamente di poter ricambiare, un giorno, tanta ospitalità; ora, cari amici, avete tutto il nostro affetto e la nostra gratitudine.
Personalmente ritengo sia stata un’esperienza senza precedenti, perché, al di là di ogni scambio interpersonale (che in qualunque luogo è fonte di arricchimento), ho avuto la possibilità di confrontare direttamente il mio modo di vivere e di pensare, e di capire, in modo chiaro, che il nostro MODO DI ESSERE deve essere il risultato delle nostre continue "scelte". Così facendo, anche in un Paese lontano ed alquanto eterogeneo, porteremmo la nostra "storia".
"Dulcis in fundo" un GRAZIE a chi ha sognato per prima quella che poi è diventata una splendida realtà . Dimostrazione tangibile che sognare non solo con il cuore , ma anche con la mente vuol dire progettare un futuro migliore.

11/05/02

[Nota della Redazione] Sull'argomento si veda anche
SPECIALE GEMELLAGGIO


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Il silenzio dei vivi
di Patrizia D'Andrea

Di storie sugli ebrei sopravvissuti ai campi di concentramento ne abbiamo sentite tante: racconti di violenze e di diritti violati fino al limite dell’immaginazione umana; quella di Elisa Springer, che solo dopo cinquant’anni viene rievocata nel suo libro Il silenzio dei vivi, non è molto diversa dalle altre, ma racchiude in sé con la sofferenza, la paura, l’orrore, ….l’amore per una vita che nonostante tutto continua e si dimostra più forte dell’odio umano.
Elisa Springer nacque a Vienna il 12 febbraio del 1918, la sua famiglia era molto ricca e tutti i ricordi, legati alla sua infanzia e alla sua adolescenza, sono molto belli, fino a quando l’Austria entrò a far parte della Grande Germania, da allora la sua vita fu scandita da terribili episodi: l’incarcerazione di suo padre, la separazione da sua madre, la fuga in mezza Europa fino in Italia, la cattura.
Quando entrò per la prima volta ad Auschvitz, aveva 26 anni; poi a Bergen-Belsen e infine a Theresin la disperazione e lo sgomento iniziale lasciarono presto il posto alla quotidiana umiliazione e sofferenza, sopportò la fame, la sete, il freddo, la violenza psichica e fisica, la paura e la morte sempre presente; ma lei decise di vivere, si presentò agli appelli anche con 40° di febbre e con un po' di fortuna riuscì a superarli, non si arrese a quell’umano istinto di lasciarsi andare, neanche quando, consumata dalla malattia, si trascinò lentamente fino alle latrine del campo, dove perse completamente conoscenza.
Era l’aprile del’45; poche settimane dopo i russi avrebbero liberato il campo di Theresin. Quando Elisa aprì gli occhi due medici della Croce Rossa Internazionale la stavano visitando e una dottoressa russa non faceva che ripetere la parola "incredibile"; era rimasta in quello stato di incoscienza per quasi un mese, senza cibo né medicine, pesava ventotto chili, non aveva la forza di mangiare e il ricordo del dolore le soffocava ancora la gola, ma che importava? I tedeschi erano scappati ..e lei era viva in quel mondo di morti: ce l’aveva fatta.
E stata definita "un monumento alla vita", forse lo è davvero; questo suo forte desiderio di vivere, nonostante tutto, deve far riflettere noi giovani del terzo millennio che ci gloriamo di essere liberi.
Lei stessa in una recente intervista ha detto: "Vorrei che i giovani accogliessero il messaggio della mia testimonianza alla vita, è quanto di più bello abbiamo e dobbiamo tenercela stretta, è come una rosa che dobbiamo stingere con amore, nonostante le spine".

11/05/02


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