Non possiamo più fingere che la devastazione non ci riguardi

Quei volti siamo noi - di G. Raboni

Più le vittime ci assomigliano e più l’angoscia ci prende
alla gola. Negarlo non servirebbe a nulla

Tante volte, in questi anni terribili, ci siamo ripetuti che lo sgomento non dovrebbe conoscere confini, che l’intensità dello strazio non dovrebbe dipendere dalla maggiore o minore distanza che ci separa dall’epicentro dell’orrore. Eppure - perché non confessarlo? - di fronte alle notizie, le cifre, alle immagini raccapriccianti che ci arrivano in queste ore da Madrid sentiamo che non è così, siamo costretti a riconoscere che più le vittime ci assomigliano e più l’angoscia ci prende alla gola, ci paralizza, si impadronisce non soltanto della nostra coscienza ma anche della nostra immaginazione, del nostro corpo, delle nostre viscere. Negarlo, in questo momento, non servirebbe a nulla, sarebbe un inutile esercizio di astratto moralismo o, peggio, di ipocrisia. Diciamo la verità, per amara o magari meschina che possa apparire: la Spagna siamo noi. Basta stringere le palpebre per ritrovarci in mezzo alla folla dei testimoni, per sentirci accanto una madre che piange senza lacrime il figlio perduto, a una moglie che aspetta invano di veder comparire tra i superstiti il volto del marito disperso nelle strade e nelle piazze di Madrid, che tanti di noi hanno percorso tante volte con spensieratezza, con divertimento, con gioia.
Ci aggiriamo ora e forse per sempre come ci si aggira nei luoghi in cui si è perduta irrimediabilmente una parte di noi stessi. Come se una scossa brutale ci avesse risvegliati da un lungo, beato, stupido sogno di estraneità e di immunità. Di colpo non possiamo, non vogliamo più fingere che la devastazione del mondo non ci riguardi.

Giovanni Raboni 12 marzo 2004

CORRIERE DELLA SERA

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