Sappiamo da Machiavelli in poi che la politica è
diversa dalla morale. Secoli dopo si è stabilito che anche l’economia è diversa
dalla morale. Ma la distinzione tra etica, politica ed economia distingue tra
sfere di azione, tra campi di attività. In concreto, e a monte di queste
differenziazioni, esiste la singola persona umana che non è trina ma soltanto
una, e che può variamente essere una persona morale, amorale o immorale.
E quando si dibatte la «questione morale» è di questo che si dibatte, è da qui
che si deve partire. Le persone morali sono tali in tutto: anche in politica e
anche in economia. Le persone amorali non promuovono il bene ma nemmeno si
dedicano al male, anche perché sono fermate, nel malfare, da freni
interiorizzati. Invece le persone immorali ridono dei cretini che credono nei
valori e non sono fermate da nulla (o soltanto dal pericolo di finire in
prigione). Per i primi non è vero che il fine giustifica i mezzi. Per i secondi
il fine può giustificare qualche mezzo scorretto, ma non tutti. Per le persone
immorali il fine di fare soldi o di conquistare potere giustifica qualsiasi
mezzo: non c’è scrupolo, non c’è «coscienza » che li fermi.
Mio padre era un industriale il cui stabilimento venne distrutto dal passaggio
della guerra nel 1944.
Lui si incaponì nel tentativo di ricostruirlo per non lasciare i suoi operai —
circa 400, che conosceva uno per uno — sul lastrico. Quel tentativo non poteva
riuscire e difatti fallì. È che mio padre era una persona perbene, e io lo
rispetto per questo. Ma è di tutta evidenza che per i vari Ricucci, Gnutti e
Fiorani mio padre era soltanto un fesso. E ai loro occhi lo sono sicuramente
anche io, visto che anche io cerco di essere una persona perbene.
Tanto le persone perbene quanto le persone «permale » esistono sempre e
ovunque. Ma la crisi dell’etica che contraddistingue il nostro tempo ne ha
modificato le distribuzioni. I perbene diminuiscono, i «permali» crescono.
Inoltre i perbene restano a terra, i «permali» salgono e comandano. Infine sta
sempre più dilagando un intreccio perverso tra economia e politica.
E la questione morale è la denunzia di questo andazzo.
Ma perché scoppia ora? E perché la questione morale è più grave in Italia che
altrove? Scoppia ora, rispondo, perché tardi è meglio che mai; e scoppia ora
perché i neo-pescecani di assalto del capitalismo speculativo sono finalmente
stati scoperchiati. Finora i vari Ricucci, Fiorani e Gnutti l’avevano fatta
franca; ma ora sono indagati per insider trading, aggiottaggio, falso in
bilancio, falso in prospetto, abuso di ufficio, e altro ancora. Aggiungi
l’aggravante che su tutto questo andazzo aleggia l’ombra lunga e sempre
sospetta di Berlusconi.
Il cattivo esempio e il contagio vengono da lui. Come scrive Ilvo Diamanti su
Repubblica, con il berlusconismo non c’è più «scandalo che riesca a
scandalizzare», ed «è dilagato un profondo disincanto. La convinzione che tutto
è lecito. Basta non farsi scoprire. L’evasione fiscale... il ricorso alle
relazioni informali e amicali. In ogni campo, in ogni occasione. Il senso
cinico ha avvolto e logorato il senso civico». Il che ci lascia con «un Paese
soffocato dal sottobosco, con la città cinica retta dalla tribù dei più furbi».
Non si potrebbe dire meglio. Il nostro è ormai un Paese sporco, molto sporco.
Sono un moralista? Sì, ma non perché faccio confusione tra etica e politica; lo
sono in quanto sostengo che deve esistere una moralità politica e, alla stessa
stregua, una moralità economica; e che in tutti i settori della vita associata
devono esistere regole che le persone perbene rispettano. Appunto, le persone
perbene.
13 agosto 2005
Da http://www.corriere.it