Elogio del saper punire
Modesta
proposta di una circolare ministeriale che riporti l’educazione (e i castighi)
nelle scuole
Una scolara, durante l’ora di lezione, usa il cellulare e l’insegnante, come è logico, glielo
sequestra temporaneamente, con una piccola ramanzina. Non è un grande
avvenimento e non dovrebbe fare notizia, bensì tutt’al più procurare alla
ragazzina un salutare sberlotto da parte dei genitori, che salda il conto e
riporta il sereno. Invece il fattaccio— come tanti altri analogamente futili,
ma altrettanto rivelatori di una crescente assurdità— finisce sui giornali, che
riportano le vibrate e angosciate proteste di papà e mamma contro l’insegnante
reo di repressione. Qualche tempo dopo, in un’altra scuola, un ragazzotto fa il
bullo con un compagno, accusandolo di essere gay e femminuccia.
Nemmeno questo sembrerebbe un evento atto a turbare l’opinione pubblica, rispetto alle
tante calamità del mondo e di casa nostra. La stupida prepotenza del piccolo
bullo è una delle tante di cui ognuno di noi si è reso talora colpevole, in
virtù dell’ignobile impulso a perseguitare (anche solo minimamente) chi in quel
momento è più debole, impulso latente nell’animo umano, incline all’istinto del
branco che si accanisce su chi è diverso e inabile a difendersi. Chi si
comporta così, in quel momento è un piccolo deficiente e in qualche momento lo
siamo stati un po’ tutti; proprio per questo è opportuno che qualcuno ce lo
faccia notare, senza infierire ma senza troppi riguardi.
L’insegnante di quella classe (forse anche lei, in qualche occasione della sua
vita, non esente da qualche simile caduta, perché siamo tutti peccatori e
proprio per questo conosciamo l’esigenza di stroncare benevolmente sul nascere
queste universali miserie) punisce il bulletto costringendolo a scrivere cento
volte «sono un deficiente». Forse si poteva arrivare a duecento volte, pena che
non traumatizza nessuno, ma tutt’al più toglie mezz’ora di svago. L’insegnante
viene invece denunciata e processata, come accade ai rapinatori, ai ladri, ai
violenti. Per una vicenda banalissima, che avrebbe dovuto risolversi in quattro
e quattr’otto con quella indulgente sanzione allo scolaretto e non uscire dalla
classe, si mobilitano consigli di istituto, sociologi, psicologi e politici,
imbarazzati a conciliare la solidarietà al ragazzino accusato di essere
"femminuccia"—frase stupida, come è in genere stupida l’adolescenza
specie maschile, ma non particolarmente grave—con il sostegno, peraltro cauto,
all’insegnante e insieme con la preoccupazione che il bullotto non sia stato
traumatizzato da quelle cento righe; i giornali dedicano a questo dramma
nazionale grande attenzione.
La farsa sembra sempre più il distintivo della nostra
vita; purtroppo una farsa presa
melodrammaticamente sul serio, anziché vissuta allegramente come tale. Quando,
alla scuola media, sono stato blandamente punito per aver portato a scuola una
pistola ad acqua con cui sparavo al mio vicino di banco, non mi sono sentito
traumatizzato né represso e non sarei preoccupato di un eventuale trauma che
potrebbe colpire uno scolaro americano se, anziché essere autorizzato ad andare
a scuola con una pistola vera in tasca, come accade, dovesse, entrando a
scuola, consegnarla al bidello.
L’autentica educazione, quella che influisce su di noi, ha qualcosa in comune
con la poesia, perché ci fa sentire il bene e il male e, rispettivamente, la
dignità o la penosa balordaggine del nostro comportamento. Quando, come ho già
raccontato, al ginnasio di più di un mezzo secolo fa uno di noi ruppe la penna
di un nostro compagno timido e impacciato, verso il quale eravamo tutti un po’
colpevoli, un nostro geniale professore di tedesco gli disse che aveva fatto
bene, perché nella vita accade che i più forti prevarichino sui deboli,
dopodiché gli ruppe tutte le penne, facendogli e facendoci capire per sempre
che a ognuno, prima o poi, capita di trovarsi nella condizione del debole
esposto alla violenza del più forte e facendoci dunque capire per sempre come
sia cretino, prima ancora che ignobile, accanirsi contro qualcuno in quel
momento indifeso.
Quel professore ci aveva insegnato, con una specie di psicodramma, quello che la Bibbia insegna a tutti quando ammonisce Israele ad essere generoso con lo straniero «perché,
ricordati, anche tu sei stato straniero in terra d’Egitto». Se allora fosse
esistita la pletora dei vari consigli e organi collegiali, quel nostro
insegnante sarebbe stato messo sotto accusa e sarebbe finito sui giornali;
psicologi e sociologi avrebbero esternato voluttuosamente e probabilmente quel
nostro compagno, piccola vittima di piccole prepotenze così genialmente
stroncate, sarebbe divenuto l’ancor più umiliato oggetto di pubbliche
discussioni e commiserazioni.Èevidente che gli alunni devono essere difesi da
eventuali atteggiamenti sadicamente repressivi, che esistono in tutte le
categorie e dunque pure fra gli insegnanti.
Ma scambiare per violenza persecutrice ogni piccola sanzione disciplinare e vedere traumi in
ogni normale sgridata è insensato. Paralizza gli insegnanti, inducendoli a
infischiarsene dell’insegnamento e a lasciare che tutti gli alunni telefonino
con i cellulari durante le lezioni senza imparare nulla, per non incorrere in
grane penose. Rovina quel piacere di studiare e insieme di far baracca che è il
sale della scuola — di una scuola sana in cui gli alunni cercano di copiare e
gli insegnanti impedirlo, in cui si impara a riconoscere il gioco delle parti,
a ridere insieme, a vivere la solidarietà e ad amare anche lo studio, non più
seriosa pedagogia ma avventurosa scoperta; in cui si impara ad accettare la
sanzione se si esagera nel fare baracca, riproponendosi di farla senza essere
pizzicati. Non sarebbe male se, all’inizio dell’anno scolastico, tutti—allievi,
docenti, esperti e soprattutto le famiglie preoccupate di tutelare i loro bebè
magari diciottenni—fossero obbligati da una circolare ministeriale a scrivere,
almeno cento volte, «sono deficiente».
Claudio
Magris
05 agosto 2007
FONTE: http://www.corriere.it/Primo_Piano/