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Anita Caprioli, Ennio Fantastichini e Sergio Rubini
sono i protagonisti della miniserie Mediaset
Il remake di Sacco e Vanzetti
fiction d'autore alla Mostra

La storia dei due anarchici innocenti condannati negli States

dal nostro inviato CLAUDIA MORGOGLIONE
VENEZIA - Sorpresa: le prime star italiane di questa sessantaduesima Mostra del cinema sono qui al Lido per presentare non un film da grande schermo, ma una fiction televisiva. Anita Caprioli ed Ennio Fantastichini, sono i protagonisti (insieme a Sergio Rubini) della miniserie "Sacco e Vanzetti", trasmessa in ottobre da Mediaset.

Un vero e proprio kolossal, quello prodotto dalla Titanus in collaborazione con Rti, e diretto da Fabrizio Costa: quasi sei milioni di euro spesi, un enorme set allestito in Bulgaria. Dove è stato ricostruito il quartiere degli emigranti italiani a Boston, dove vissero i due protagonisti della vicenda. Anarchici condannati a morte, pur essendo innocenti: vittime del razzismo verso gli immigrati del nostro Paese, e del sospetto perenne verso i militanti di sinistra. Una storia già portata al cinema da Giuliano Montaldo, autore dell'omonima pellicola-cult interpretata da un grandissimo Gian Maria Volonté. Qui, invece, la prospettiva si allarga: non più focalizzata sul processo, ma sulla vicenda umana che fa da sfondo alla tragedia.

E adesso la miserie tv sbarca in pompa magna al Lido, come già accadde, al festival di Cannes, per un'altra fiction, "La meglio gioventù" di Marco Tullio Giordana. La proiezione della versione cinematografica dell'opera, ovviamente più breve rispetto a quella per il piccolo schermo, si tiene questa sera all'Arena San Polo, nell'ambito dell'omaggio al mitico patron della Titanus, Goffredo Lombardo, scomparso recentemente. "Quando ho proposto 'Sacco e Vanzettì al direttore della Mostra di Venezia, Marco Mueller - racconta oggi il figlio di Goffredo, Guido Lombardo, qui in veste di produttore - lui ha voluto prima vederla, e poi mi ha detto subito sì".

Insomma, un prodotto all'altezza di una Mostra internazionale, almeno nell'opinione di Mueller. Esaltata anche dai due protagonisti sbarcati al Lido: Anita Caprioli (look semplice, pantaloni e top nero, e un po' d'emozione nello sguardo) ed Ennio Fantastichini. Per lei - di solito icona di commedie molto contemporanee (da "Santa Maradona" a "Ma che colpa abbiamo noi"), ma già alle prese con un film tratto da storie vere del passato con "Vajont" - una sfida importante, nel ruolo di moglie di Nicola Sacco (Rubini): "Il mio personaggio, Rosina - spiega - è una donna molto forte, determinante nella vita del marito. Il loro fu un grande amore. Rosina è una persona ignorante, di origine contadina, che viene iniziata dall'amico di Sacco, Vanzetti, a un'ideologia non solo politica, ma anche umana".

Il tutto in una storia che, sempre a giudizio dell'attrice, "andava assolutamente ri-raccontata, al di là del confronto inevitabile col film di Montaldo. E' la storia di come il potere, per interessi politici, manda a morire due innocenti. Cose che purtoppo capitano ancora oggi: basta pensare alla guerra. I giovani devono conoscerla".

Quanto a Ennio Fantastichini, la domanda sul confronto tra questa fitcion e la pellicola di Montaldo è ancora più inevitabile: lui, il Vanzetti del 2005, non ha mai mai nascosto il suo "debito" nei confronti del Sacco cinematografico di quel film, Gian Maria Volonté. Con cui, tra l'altro, ha recitato in due pellicole, "Porte aperte" e "Una storia semplice". "Ci sono dei momenti - racconta oggi - in cui un attore cerca di sfuggire le responsabilità. Per questo al primo approccio con Sacco e Vanzetti ho avuto molta paura: io non sono competitivo, non amo i paragoni. Non mi piace nemmeno lo sport... Poi però, sulla soglia dei cinquant'anni, ho pensato che era il momento di vincere questa paura. E ho acccettato. Anche per il valore di una storia che parla di un'amicizia tra un piemontese (il mio Vanzetti) e il pugliese Sacco. In un'epoca in cui le minoranze non avevano voce: proprio come adesso".

Un aspetto, quello politico e attuale della vicenda, sottolineato non solo dai due attori, ma anche dal regista, Fabrizio Costa. Che ricorda, ad esempio, come "i centri di accoglienza degli immigrati di allora ricordano molto quelli di oggi in Italia". Mentre, sul fronte opposto, il produttore Guido Lombardo cerca di spegnere qualsiasi accenno alla valenza politica dell'opera: "E' un racconto umano di ingiustizia. Punto. Chi la vede poi può trarre le conclusioni che vuole". Come a dire: il fatto che si tratta di due anarchici, condannati perché attivisti di sinistra, è un particolare trascurabile.
(31 agosto 2005)

Da http://www.repubblica.it/2005/h/sezioni/spettacoli_e_cultura/cinema/venezia/savan/savan/savan.htm

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