IL CULTO DI S. SABINO DI CANOSA,

PATRONO E PROTETTORE DI TORREMAGGIORE

di Salvatore D'Amico

 

  

Premessa

Molti dubbi e perplessità ha suscitato l'identità del Vescovo Sabino tra gli storici locali. La questione è stata sollevata per primo dal Fraccacreta che riteneva che il Santo, venerato a Torremaggiore, fosse stato Vescovo di Lesina (1)., rifacendosi forse al fatto che Torremaggiore anticamente apparteneva a quella Contea.

Il sacerdote Jacovelli, da parte sua, alimentò il dubbio e, per venirne a capo, nel 1895 chiese lumi all'Em.mo Card. Camillo Mazzella che incaricò l'erudito Can.co della Cattedrale di Napoli don Gennaro Aspreno Galante, il quale con un'articolata analisi inviava una lettera al Nostro, nel 1896, nella quale si affermava che: "...i torremaggioresi ritengono che il loro protettore sia S. Sabino Vescovo di Canosa, e che una reliquia del corpo di Lui fosse stata nella primitiva sua statua, inclino a credere che il canosino sia quello che si venera in Torremaggiore... starei dunque alle tradizioni dei torremaggioresi"(2).

Dello stesso parere dello Jacovelli sono il Leccisotti, che nel suo studio ha correlato S. Sabino a S. Benedetto perché coevi e pertanto indirettamente ci ha confermato che il presule titolare dell'Oratorio, posto ante Monasterium, è il Santo Vescovo di Canosa (3), e il Fiore che, dopo un articolato e documentato studio sul "problema dell'identificazione del Santo Patrono di Torremaggiore", conclude dicendo che si può parlare di S. Sabino di Canosa come protettore e patrono di Torremaggiore per questi motivi:

  1. La festività patronale ricorre il 9 di Febbraio, giorno della "nascita al cielo";
  2. L’attribuzione di confessore oltre che di Vescovo era peculiarità solo del Vescovo di Canosa, e uno dei Vescovi di San Severo, Mons. Giulio De Tomasi, ritiene la festività solennizzata "con rito doppio di 1ª classe con l’Ottava"…
  3. La Chiesa di S.Sabino è insignita di numerose prerogative e privilegi pontifici, il tutto con una particolare devozione da parte dei torremaggioresi(4).

Successivamente, in verità, lo stesso Fiore, in un suo saggio in memoria del can. D. Antonio Lamedica (5), riprende la vexata questio dell'identificazione storica di S. Sabino e del suo riconoscimento quale "patrono" di Torremaggiore, e facendo ammenda della precedente tesi, conclude, con l'acume e la sagacia a lui congeniali, che l'attribuzione del patronato sabiniano, dopo alterne vicende di contrapposizione fra clero e popolo, avvenne tardivamente nel secolo XVII dopo l'originaria individuazione di S. Nicola ad opera dei profughi di Fiorentino.

 

 

Il culto

Il culto accertato, pur se in modo dubitativo, che il santo venerato a Torremaggiore sia il Vescovo di Canosa, non ci esime dal ritenere che sia antichissimo e lo si può far risalire all'epoca dell'insediamento benedettino, avvenuto intorno al X secolo, in un territorio ameno su una piccola collinetta lontano dalle terre paludose e malsane, delle quali il Tavoliere era pieno, tra Civitate, Dragonara, Fiorentino, Cantigliano, Lucera e San Severo, località che segnavano le tappe obbligate da parte dei pellegrini che, dalle regioni vicine, si recavano al Santuario di S. Michele a Monte S. Angelo per via terra. La località ove si è diffuso il culto per il santo canosino era solcata da antiche strade consolari romane, nonché da "tratturi" che fin dall'antichità avevano lo scopo di favorire la transumanza nei periodi più freddi (ottobre/maggio) delle greggi dall'Abruzzo nelle terre più calde del Tavoliere. In prossimità dei tratturi, vicino a sorgenti o pozzi e a terreni pianeggianti fertili, sorgevano casali più o meno grandi e da qui la nascita di agglomerati urbani diffusi nel territorio della Capitanata. "Di questa vitalità", come ci ricorda il Leccisotti, "la Badia di Terra Maggiore, piccolo centro feudale e religioso, era una delle fonti"(6). Proprio legate alla Badia benedettina di Terra Maggiore, o come lo stesso Leccisotti dice "Monasterium Terrae Maioris intitolato a S. Pietro", vi erano delle pertinenze quali vigne ed orti, nonché un casale con una necropoli ante Monasterium e due cappelle extra moenia intitolate a Santa Maria dell'Arco, oggi Maria S.S. della Fontana, e a S. Sabino.

Il Leccisotti ci descrive il territorio dell'Abbazia: "era abbastanza considerevole e formava un tutto compatto ed omogeneo, ricco di terre che anche oggi sono considerate ottime e, relativamente alla regione, anche fornite di acque", per cui è facile supporre che i tenimenti della Badia non si limitassero alle due Cappelle ante Monasterium ma andassero oltre e si estendessero anche in altri territori circostanti(7) e pertanto in più Bolle papali la giurisdizione feudale ed ecclesiastica e i tenimenti furono confermati. (8)

Dopo una lunga e lenta agonia per motivi sostanzialmente politici la Badia fu estinta ed uno dei rimproveri mossi da Gregorio IX all'Imperatore Federico II nel 1236, come ci riferisce il Leccisotti, fu che il Monastero di Terrae Maioris venne spogliato "fere omnibus bonis suis" avallando la scomunica inflittagli con l'accusa di "Monasterium Terrae Maioris bonis suis spoliavit" e per aver barattato il casale ante Monasterium e le sue pertinenze con una somma d'oro ed un paesello montano (chiamato Riccia) in provincia di Campobasso. Di quel Monastero rimase la chiesa di S. Pietro con un rettore.

Dopo la morte di Federico II e la distruzione di Fiorentino, la vita della comunità alimentata dai profughi si trasferì più ad Ovest rispetto all'antico Monastero, costruendo una nuova chiesa dedicata a S. Nicola, in aggiunta alle cappelle già esistenti di S. Sabino e S. Maria in Arco. Da ciò si può dedurre che la devozione locale per S. Sabino abbia preceduto quelle sorte con la nascita dei nuovi centri di culto. Infatti, il culto di S. Nicola risulta essere più recente perché importato proprio dai profughi di Fiorentino.

Gli studiosi di storia locale si sono cimentati in lunghe analisi per riconoscere il "diritto di patronato" ora a S. Nicola ora a S. Sabino, ma il culto di quest'ultimo è avvalorato dalla profonda amicizia del presule canosino con S. Benedetto, presso il quale spesso si recava, e il Santo di Norcia lo teneva in grande considerazione per la saggezza e la santità e soprattutto per la predizione sulle sorti di Roma e dei territori dell'Italia meridionale, compresa Canosa, la più importante Diocesi della regione Apulia e Calabria, sede primiziale dell'Apulia ed anche la Longobardia Minore (Capitanata), sottoposti alla minaccia delle incursioni barbariche. In virtù di questa fraterna amicizia e dell'esistenza della Badia benedettina sul Colle di Torre Vecchia, secondo Jacovelli "è facile supporre che quei Padri fossero stati i primi ad introdurre la devozione di S. Sabino in Torremaggiore, insieme ai pastori, i quali nella stagione invernale, dalle parti di Montecassino venivano a pascere il gregge lungo il trattoro del nostro paese".(9)

La devozione per il santo di Canosa non può essere legata solamente ai pastori che scendevano per la transumanza delle greggi nella pianura del Tavoliere, ma anche agli avventizi, chiamati dagli autoctoni marinesi, che nel corso dei secoli fino al secolo scorso si spostavano dai centri abitati della provincia di Bari per i lavori stagionali della mietitura del grano nelle masserie dell'agro di Torremaggiore e che in attesa di essere ingaggiati trovavano sicuro asilo nelle vicinanze della Cappella di S. Sabino, ove potevano ristorarsi, fra l'altro, ad un grande pozzo che prendeva il nome proprio dal santo canosino.

Una prima notizia della presenza di una cappella rurale con un possibile casale ci viene data dalla Bolla di Onorio III del 1216, dalla cui lettura si può evincere che gli abitanti del luogo e coloro che si fermavano come avventizi avevano già trovato radicato il culto del Santo. (10) Il Fiore, da un'analisi ben articolata, rileva che "..... quando, a seguito della decadenza del Monastero e della conseguente soppressione, quei coloni emigrarono nella vicina cittadella fondata dai profughi di Fiorentino e che dette storicamente luogo all'odierna Torremaggiore [...] questo culto s'incrementò e fu accettato da tutti gli abitanti della cittadina dauna, i quali ben volentieri tributarono particolare venerazione a S. Sabino, chiamandolo a proteggere assieme a S. Nicola, titolare della Chiesa parrocchiale primigenia e loro patrono di origine, i loro averi, le loro vite, i loro destini."

La devozione del santo di Canosa fu tale che "ben tre sommi pontefici concessero a quella Chiesa" piccola, ma di grande importanza spirituale, "tra il 1285 e 1303, particolari indulgenze".(11)

Ad avvalorare il culto e il patronato di S. Sabino sulla terra di Torremaggiore sono gli "Statuti del Clero di S. Maria della Strada" del 1716. In essi si può leggere che: "Il Santo titolare è padrone di questa nostra Padria, ed è così antica in quanto all'edificazione che non vi è memoria o scrittura che possa in qualche maniera additarne l'origine. Solamente puot'aversene una congettura da un Brieve d'Indulgenza con cui la decorò la BM di Papa Onorio IV che sedé sul Vaticano l'Anno del Signore 1286; oltre l'accennate Indulgenze copiose ancora furono l'altre concedutele da altri sommi Pontefici Bonifacio e Nicolò IV, delle quali, perché al presente non se ne trovano i Brevi originali, non se ne ha niuna ragione". (12)

Il Fiore ritiene che "il motivo che spinse gli abitanti del posto a considerare S. Sabino patrono principale di Torremaggiore è da far risalire alla concessione di particolari indulgenze fatte alla Chiesa e che tale privilegio contribuiva ad accrescere lo zelo e il fervore di tutta la cittadinanza, a tal punto che venne posta sotto il giuspatronato dell'Università, per cui l'amministrazione si assumeva l'onere per la manutenzione e partecipava accollandosi parte delle spese, cosa che fa tuttora, per i festeggiamenti del santo patrono.

Purtroppo, documenti inoppugnabili, che attestino il riconoscimento di "patrono di Torremaggiore" a S. Sabino, a tutt'oggi non li abbiamo e quanto siamo venuti dicendo è legato soprattutto alla tradizione orale e a documenti ed informazioni pervenuti in maniera indiretta da fonti bibliografiche.

Il Fiore cita un documento, di elezione della Beata Vergine Addolorata a "patrona principale di Torremaggiore", emesso dalla Santa Congregazione dei Riti del 1871. In esso si legge: "i fedeli di Torremaggiore in Diocesi di San Severo, fin dagli antichi tempi furono soliti venerare praeter S. Sabinum, beatissimam Virginem Mariam doloris gladio transfixam ut pote suam apud Deum patronam praecipuam".(13)

A sostegno della venerazione del santo Vescovo di Canosa ci sono molti aneddoti legati soprattutto a miracoli di risanamento da malattie di uomini e di animali. Questi ultimi erano considerati alla pari degli uomini per la forte valenza di sostegno materiale che loro si attribuiva dalla gente di Torremaggiore. Uno dei miracoli è quello raccontato dal sac. Jacovelli: "nei tempi andati dimorava in Torremaggiore un ricco e pio signore greco, di avanzata età. Ora nelle nostre province scoppiò una tremenda peste, ed il sunnominato signore, un giorno, per suoi affari, mosse da Torremaggiore, dirigendosi alla volta di Sansevero. Ecco, gli appare un vecchio di venerando aspetto, il quale lungo la via prende a contrastare con un altro uomo dicendogli: Tu non entrerai in Torremaggiore! Dopo lungo ed animato contrasto le due figure retrocedettero alla volta di Sansevero. La visione disparve ed il ricco e pio signore greco continuò la sua via. Quando, nel giorno della festa di S. Sabino, il sunnominato signore vide la statua del Santo processionalmente portarsi per le vie di Torremaggiore, meravigliato e commosso, esclama al cospetto della folla: E' questo il nobile vegliardo il quale un giorno mi apparve!... E' questo l'uomo venerando il quale ha impedito che la peste fosse entrata fra noi!... E' questo il vostro protettore!". (14) Senza forse, sono questi aneddoti che hanno fatto sì che lo Jacovelli potesse sostenere che S. Sabino è il "protettore", mentre S. Nicola è il "patrono" di Torremaggiore connesso all'immigrazione dei profughi fiorentinesi e alla fondazione del nuovo nucleo demico "Codacchio". Lo stesso Jacovelli racconta di una visita fatta dal presule Sabino nella città di Mira per chiedere sulla tomba del taumaturgo S. Nicola grazia e intercessione presso Dio per l'eterna salvezza e in quell'occasione il santo di Mira sarebbe apparso all'orante Sabino rivelandogli che un giorno sarebbero stati insieme protettori della medesima città. In conclusione sarebbe opportuno ricordare la curiosa coincidenza, rilevata da vari autori, del fatto che a Bari S. Nicola subentrò a S. Sabino nel riconoscimento del suo patronato, mentre S. Sabino succedette a S. Nicola nel culto patronale della città di Torremaggiore ad opera soprattutto del clero e della nobiltà feudale(15).

 

 

 

L'Oratorio di S. Sabino

La Chiesa extra moenia intitolata a S. Sabino era di proprietà del Monastero benedettino, dedicata a S. Pietro. Essa era ubicata, come ci dice il Fraccacreta: "il gran piano a borea di Torremaggiore è di presso 40 versure: n'è il suo campo marzio, la delizia, il comodo pel pascolo, per la tresca, pe' granai, per le corse. Nel fine nord-est ha l'Oratorio di S. Savino..." (16) e venne riconosciuta con un diploma del 19 ottobre 1216, nel quale il papa Onorio III inviava all'abate Gualtiero di Terra Maggiore la riconferma dei privilegi e anche le proprietà "gia concesse dai papi Nicola, Alessandro, Gregorio, Alessandro, Lucio, Clemente, Celestino ed Innocenzo" e dove "in quibus haec propris duximus exprimenda vocabulis: ... ecclesiam sancti Savini..." . (17) I privilegi concessi rimasero di pertinenza del Monastero fino al 9 luglio 1295, anno in cui il papa Bonifacio VIII lo cedette ai Templari. (18) Dopo la soppressione di tale ordine, la distruzione di Fiorentino e il successivo passaggio della baronia di Torremaggiore alla Regina Sancia, si determinò un nuovo casale con il relativo culto di S. Nicola e la fusione con l'antico casale ante Monasterium, progressivamente abbandonato per una opzione di luoghi più sicuri intra moenia, senza la perdita dell'originario culto sabiniano.

Alla fine del XVI secolo per l'incremento della popolazione ed anche per l'insediamento di alcune famiglie albanesi, si rese necessaria la costruzione di una nuova Chiesa dedicata a S. Maria della Strada, per la sua prossimità ad uno dei tratturi colleganti Civitate a Lucera, e alla cui parrocchia, eretta nel 1593, fu affidato come grancia senza rendite l'Oratorio di S. Sabino.

La tremenda scossa di terremoto del 30 luglio 1627, con lo sciame sismico che seguì, rase al suolo parecchi edifici e case e fra queste non mancarono ingenti danni alle due chiese parrocchiali nonché all'Oratorio di S. Sabino.

Il Lucchino così ci narra: "Né vi rimase chiesa dentro e fuori [le mura] che non fusse stata in poco o in assai toccata da così gran ruina".(19) Sicuramente la devozione del popolo fu tanta da riattarla e aprirla al culto del santo come si evince da una Sacra Visita di Mons. Sacchetti del 16 febbraio 1637, che visitando la cappella di S. Sabino così la descrive: "Non ci sono reliquie se non quella di S. Sabino al centro della statua di legno indorata, ma è insigne reliquia decentemente conservata"(20). Nella Sacra Visita dello stesso presule fatta il 22 febbraio del 1637 all'Oratorio di S. Sabino extra moenia si rileva che la chiesa è dotata di "ornamenta necessaria" ma il servizio del romito è malamente gestito, per cui lo stesso viene espulso e sostituito. (21) In questo periodo, come ci attestano alcuni documenti, l'Oratorio di S. Sabino è abbandonato a se stesso e diventa ricettacolo di animali e di uomini senza fissa dimora che vi trovano asilo.

Il Lucchino, inoltre, ci descrive: "fuori le mura vi è la chiesa di S. Sabino Vescovo Padrone e Protettore della Terra, di cui vi è la reliquia che si conserva in una mezza statua di legno del Santo indorata, da' preti di S. Maria di cui è grancia. Si celebra la sua festa a' 9 febbraio con gran devozione del Santo e gran concorso del popolo non solo della Patria ma eziandio de' convicini la comunità della Terra vi fa correre ricchi palij".(22) Per tutto il XVII e XVIII secolo l'Oratorio versava in condizioni miserevoli, infatti era semi diroccato e nessuno provvedeva al suo risanamento, anche perché, trovandosi fuori le mura, spesso diventava un sito facilmente utilizzabile per le più varie esigenze al riparo da occhi indiscreti e nessuno mostrava interesse a renderlo agibile e funzionale per le sue originarie e peculiari finalità. Questa situazione spinse il Vescovo di San Severo, Carlo Francesco Giocoli, a prendere una radicale decisione, in occasione di una Santa Visita pastorale del 1717 alla Cappella, nei seguenti termini: "Stante che questa Chiesa ha il solo nome di Chiesa e non che se ne osserva vestigia di vera casa di Dio, ordiniamo che resti interdetta fin tanto che sarà di tutto il bisognevole provveduta, ed accomodata nel farsi la nuova covertima"(23) e ciò ad onta delle onorevoli e copiose prerogative riconosciutele nel passato; pertanto a seguito di quel decreto ecclesiastico si dette l'incarico ad un tal don Donato Bosco, Arciprete di S. Maria della Strada, di rimuovere in breve volgere di tempo il piano dell'altare consacrato e la statua lignea del Santo per conservarli nella predetta chiesa, lasciando che il tempo e l'incuria degli uomini nonché di amministratori variamente distratti relegassero un tal monumento di storia e di culto all'oblio e all'abbandono, almeno in epoca settecentesca.

Dopo quanto accaduto si cercò da parte del clero di trasferire altresì nella Chiesa parrocchiale di S. Maria della Strada anche il culto del Santo, benché tale intento incontrasse frequenti contrasti nella popolazione e nei suoi sentimenti di antica devozione, abituati a vedere nella primitiva cappella fuori le mura un riferimento più consono alle antiche pratiche di fede, tanto che è accertato, nel corso dell' '800, un susseguirsi costante di interessamenti per lavori di manutenzione e di consolidamento delle strutture a seguito di eventi straordinari o legati allo stesso culto del Santo. Le cifre allora messe a disposizione da parte degli amministratori dell'Università non sempre erano sufficienti per un risanamento conservativo delle strutture dell'Oratorio, infatti nel 1813 la cappella rimase nel totale abbandono, tanto da divenire, per coloro che non si potevano permettere di pagare l'oblazione per i funerali dei parenti ai partecipanti del clero di S. Nicola e di S. Maria della Strada, luogo di sepoltura o di abbandono a cielo aperto di cadaveri che, per problemi economici, non potevano avere una rituale sepoltura nei pressi delle chiese parrocchiali. Tale stato di cose spinse il Vescovo Mons. Gian Camillo Rossi, nella S. Visita pastorale del 7 maggio 1819, a constatare ancora una volta la condizione di totale abbandono dell'edificio, suffragata da una rilevazione dell'Intendente di Capitanata la quale, poiché "...non vi è alcuna speranza che una qualche corporazione potesse addossarsi l'impegno di riedificarla e portarvi il lustro... per allontanare la sconcezza e l'irriverenza dal luogo" progetta "la demolizione di quelle fabbriche per addirsi di unita all'altro materiale del Seggio vecchio alle opere del camposanto".(24)

Dopo alterne vicende tra il Vescovo, l'Intendente di Foggia e il Sotto Intendente del Distretto di San Severo, nelle quali si palleggiarono le responsabilità di una scelta così importante quale la demolizione del sito e la richiesta di lasciare un segno per la memoria storica di un monumento dell'antico culto, la spinosa questione venne risolta grazie all'apporto di cittadini illuminati che intervennero presso l'Università, dieci anni dopo la demolizione, con la costruzione di una Cappella sulla stessa area di quella precedente, avvenuta il 1830 "co' sacri arredi, co gli altari ne' due Cappelloni di p. 14 per 10 col quadro di S. M. degli Angeli con S. Rocco al Sud, al Nord di S. Maria delle Grazie con S. Giovanni e S. Giuseppe: dietro il Maggiore evvi la statua del Santo Vescovo di Lesina, del cui suffeudo fu Torremaggiore".(25)

La ricostruzione sembrava aver fatto giustizia delle vicissitudini a cui l'Oratorio era stato sottoposto, e solo per un breve periodo di tempo il rito poteva essere officiato all'interno della primigenia sede, ma dopo qualche decennio per motivi logistici, ossia perché fuori mano rispetto al centro del paese ed anche perché non ci fu neppure un sacerdote per officiare il sacro rito dell'Eucaristia con una certa continuità, l'Oratorio rimaneva chiuso per tutto l'anno, aprendosi solo nel periodo della festa sia liturgica sia popolare, e la statua del Santo, come succede tuttora anche nelle processioni dei paesi viciniori, veniva portata nella Chiesa di S. Maria della Strada per l'annuale novena; subito dopo la festa il simulacro faceva ritorno nella sua Cappella. Tali temporanee traslazioni processionali non durarono a lungo, e nel 1919, dopo aver fatto la festa nella prima domenica del mese di Giugno, quando la statua venne riportata nella sua Cappella, la credenza popolare, addebitando alla solitudine del Santo una serie di calamità atmosferiche e telluriche avvenute proprio in quell'anno, ritenne che il Santo volesse essere onorato all'interno di una Chiesa più grande e più consona al suo patronato e favorì la collocazione della Statua in una cappella laterale di S. Maria della Strada. Benché l'intento di quanti onoravano il Santo fosse sempre stato quello di provvedere al restauro e alla sistemazione dell'antico suo originario sito di culto, nulla fu più fatto in tutta la prima metà del secolo scorso, anche in considerazione degli eventi bellici che hanno depauperato di ingenti risorse economiche ed umane la comunità torremaggiorese, fino al 1951, anno in cui l'Oratorio è stato completamente demolito e ridotto a rappresentare un luogo di abbandono e di degrado piuttosto che una memoria storica della cultura religiosa e popolare della città di Torremaggiore.

Sullo stesso luogo dove sorgeva l'Oratorio di S. Sabino nel 1962 venne costruito un Istituto per l'infanzia abbandonata, denominato "Casa della Divina Provvidenza" su un progetto caritativo dell'Arciprete di Santa Maria della Strada don Giuseppe Lariccia e realizzato da Padre Arturo D'Onofrio, quasi a suggellare una sorta di continuità tra il Vescovo della carità, S. Sabino, e la nuova carità verso i più deboli e gli emarginati.

 

 

I festeggiamenti

I festeggiamenti torremaggioresi per S. Sabino di Canosa oggi vengono fatti con il concorso del popolo, attraverso una questua organizzata da un Comitato parrocchiale, e dell'Amministrazione comunale che, nel bilancio annuale, stanzia una somma variabile di anno in anno per coprire le onerose spese organizzative.

La festa popolare, che anticamente coincideva con quella liturgica del 9 febbraio, si svolge ora la prima domenica di Giugno e ciò può ritenersi dal 1834, anno in cui è stata istituita una fiera molto importante per la Capitanata, seconda solo a quella di Foggia, che raccoglieva molta gente dei paesi del subappenino e dell'Alto Tavoliere. Tale fiera si caratterizzava per la vendita del bestiame sia da soma che da cortile e si svolgeva proprio nel piano antistante l'Oratorio, ove si conservava il foraggio necessario anche a quelle greggi che da maggio transumavano nel Tavoliere. Oggi, con la tecnologia avanzata, l'antica fiera ha modificato le sue originarie connotazioni ed è diventata una sorta di campionaria per quanto riguarda i nuovi mezzi agricoli per il lavoro dei campi, vista la specificità dell'economia del territorio.

Già dal 1810 la fiera, pur privilegiando il sito antistante l'Oratorio di S. Sabino, veniva allestita nel mese di maggio in occasione della festa del Rosario il cui simulacro veniva portato processionalmente la prima domenica di ogni mese per le vie del borgo antico dall'attiva Confraternita del SS. Rosario per una tradizione che risaliva al 1765. Successivamente, e precisamente nel 1834, quando il sito dell'Oratorio aveva acquistato una sorta di nuova vitalità per alcuni lavori di ricostruzione che lo avevano interessato, il periodo della fiera cominciò a coincidere con quello dei festeggiamenti a S. Sabino, che nel frattempo erano stati spostati dal 9 febbraio alla prima domenica di Giugno. Una tale coincidenza è spiegabile con due circostanze che adducono altrettante motivazioni: la prima, la presenza in loco di parecchi lavoratori provenienti dall'area barese ("marinesi") per attendere ai lavori di mietitura necessari può far supporre che la devozione al Santo sia stata da essi stessi sostenuta per sentimenti di affezione alle loro tradizioni di origine o che la scelta di combinare una fiera agricola con la celebrazione di una solennità religiosa sia stata effettuata quale omaggio delle autorità a siffatti immigrati temporanei; la seconda circostanza, quella dell'inizio dei lavori agricoli di raccolta del grano, suggerisce di cogliere nell'abbinamento dei due avvenimenti, quello sacro e quello profano, una prospettiva augurale di protezione sacrale cui si intendeva sottoporre le imminenti attività agricole con i relativi raccolti.

È da ricordare che in passato i portatori della statua di S. Sabino erano scelti soprattutto fra gli ortolani del paese, i quali sulle facciate delle loro abitazioni usavano allestire delle edicole votive per manifestare pubblicamente la loro costante devozione al Santo quale nume tutelare sotto la cui protezione intendevano porre le loro attività.

Nel primo decennio dell' '800 alla festa in onore di S. Sabino venivano abbinati palii ed eventi ludici con animali e carri che percorrevano agonisticamente gli spazi antistanti l'Oratorio, trasformati in piste per l'occasione. Al Sindaco del paese si dava l'incombenza di offrire "due libbre di cera" in occasione della novena al Santo da utilizzare per le esigenze liturgiche. (26)

Nei nostri giorni la processione viene svolta con la partecipazione e la devozione di tutte le parrocchie, le Confraternite, i gruppi di preghiera, le associazioni cattoliche e culturali nonché la presenza di autorità cittadine civili e militari, a testimonianza di quanto sia sentita una tale ricorrenza radicata nella cultura della comunità. Non mancano le suggestive luminarie a cura di premiate imprese specializzate appositamente chiamate anche da paesi lontani per arricchire di variopinti giochi di luce le vie cittadine. Il tutto corredato di batterie e fuochi pirotecnici, che aprono, seguono e chiudono i vari momenti della festa, in lizza fra loro per accaparrarsi i premi di ambiti primati.



N O T E

1 - Fraccacreta Matteo, Teatro topografico-storico-poetico della Capitanata, Napoli, 1834, (Copia anastatica) Tomo IV, Raps. VIII, Parafrasi 60-61, p. 337

2 - sac. E. Jacovelli, Cenni storici su Torremaggiore, (Copia anastatica) Bologna, Atesa Editrice, 2000, p. 78

3 - Leccisotti don Tommaso, Il Monasterium Terrae Maioris, Napoli, Arte Tipografica di A.R., 1983, n. 11, pp. 17-18

4 - Fiore Mario A., Riflessi benedettini nella storia di Torremaggiore (Il culto di S. Sabino di Canosa nel IX secolo dalla sua istituzione), sta in: Annuario del Liceo-Ginnasio "N. Fiani", 1973-1974, pp. 203-204.

5 - Fiore Mario A., Antonio Lamedica da Torremaggiore, Roma, Allestimento Tipografico R. e V. Piano di Torremaggiore, 1995, pp. 505 e segg.

6 - Leccisotti. don Tommaso - Op. cit., p. 9

7 - Leccisotti don Tommaso - Op. cit., p.9

8 - Leccisotti don Tommaso - Op. cit., p.9

9 - sac. Jacovelli Emanuele, Op. cit., p. 79

10 - Fiore Mario A., Riflessi benedettini..., p. 207

11 - Fiore Mario A., Riflessi benedettini..., p. 207

12 - Fraccacreta Matteo, Op. cit., p. 327

13 - Fiore Mario A., Riflessi benedettini..., p. 208

14 - sac. Jacovelli Emanuele, Op. cit.,p.81

15 - Fiore Mario A., Antonio Lamedica... , p. 506.

16 - Fraccacreta Matteo, Op. cit., Par. 60-61, vol. IV, Raps. VIII p.327

17- Fiore Mario A., Riflessi benedettini..., p. 211

18 - La cessione avvenne "cum omnibus aliis castris, villis, casalibus, domibus, granciis, obedientis, prioratibus, membris, ecclesiis, possessionibus, iuribus, pertinentiis, juribus, jurisdictionibus, libertatibus, immunitatibus, privilegiis, cederisque bonis mobilibus et immobilibus ad Monasterium ipsum spectantibus..." (Cfr. Thomas, Les Registres de Bonifacio VIII, Paris, 1884, Col. 97, n. 264 )

19 - Lucchino A., Memorie della città di San Severo e suoi avvenimenti per quanto si rileva negli anni prima del 1629 (a cura di N.M.Campanozzi), San Severo, Miranda, 1994, p. 91

20 - La traduzione dal latino è della prof. Angela Sacco.

21 - Archivio Storico Diocesano, Diocesi di San Severo, Santa Visita di Mons. Sacchetti del 22 febbraio 1637.

22 -Lucchino A., Op. cit., p.54

23 - sta in: Fiore Mario A., Op. cit., pp. 212-213

24 - Lettera dell'Intendenza di Capitanata (1° Uffizio dell'Intendenza) n. 10517...al Vescovo di S. Severo Mons. Gian Camillo Rossi (Foggia, 26 Dicembre 1819) - sta in: Fiore Mario, Riflessi benedettini nella storia di Torremaggiore, (Il culto di S. Sabino di Canosa nel IX secolo dalla sua istituzione), Annuario del Liceo-Ginnasio "N. Fiani", 1973-1974, p. 215.

25 - Così racconta e ritiene il Fraccacreta, anche a proposito della identificazione di S. Sabino nel Vescovo di Lesina (Fraccacreta M., Op. cit., Raps. VIII, Par. 60-61, p. 327.)

26 - Fraccacreta M., Op. cit., Raps. VIII, Par. 60-61, p. 327.

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

- ATTI di S. Visita di Mons. A. Sacchetti, Anno 1637 - in: Archivio Storico Diocesano della Diocesi di San Severo (manoscritto).

- D'AMICO Salvatore/GUERRA Giuseppe/D'ERRICO Nazzario/MONTELEONE Michele - Torremaggiore città di Capitanata - Foggia, Ed. Look città, 1997.

- FIORE Mario Antonio - Le Associazioni laicali nella Chiesa cattolica - Torremaggiore, 1966.

- FIORE Mario Antonio - Riflessi benedettini nella storia di Torremaggiore (Il culto di S. Sabino di Canosa nel IX secolo dalla sua istituzione) - sta in: Annuario del Liceo N. Fiani 1973-1974, S. Severo, Dotoli, 1976.

- FIORE Mario Antonio - Saggio storico sulla città di Fiorentino di Capitanata ovvero della origine di Torremaggiore - Torremaggiore, 1964.

- FRACCACRETA Matteo - Teatro storico topografico della Capitanata, vol. IV, Raps. VIII - Napoli, 1834.

- JACOVELLI Emanuele - Cenni storici su Torremaggiore - Bologna, Atesa Editrice, 2000, ed. anast.

- LECCISOTTI D. Tommaso - Il "Monasterium Terrae Maioris" - Napoli, 1983, Rist.

- LUCCHINO Antonio - Memorie della città di San Severo e suoi avvenimenti per quanto si rileva negli anni prima del 1629 (a cura di N.M.Campanozzi) - S. Severo, 1994.

- PASQUANDREA Roberto - Relazione tenuta nella Chiesa Matrice S. Nicola a Torremaggiore il 20 Settembre 1991 (dattiloscritto).

- TRIA Gian Andrea - Memorie storiche civili ed ecclesiastiche de' luoghi particolari che compongono la Diocesi di Larino, Libro IV - Roma, 1744

 

 

*********************

Nota dell'Autore

Il Saggio è stato presentato lunedì 16 settembre 2002 dall'Accademico dei Lincei prof. Cosimo Damiano Fonzeca nella Basilica Cattedrale di Canosa di Puglia.
Esso è inserito in un volume dal titolo "San Sabino uomo di dialogo e di pace tra Oriente ed Occidente" a cura di Liana Bertoldi Lenoci dell'Università di Trieste e del "Centro Ricerche di Storia Religiosa in Puglia".

I contenuti del presente Saggio potranno essere utilizzati solo citandone le fonti

 

 


Chiudi la pagina