Spalle al muro
di
Teresa Maria Rauzino

In questi giorni, sui quotidiani nazionali e locali abbiamo letto tanti editoriali, sul tragico crollo della scuola di San Giuliano di Puglia. Si distaccano nettamente da quelli soliti, inevitabilmente scontati. Sono ispirati da un’intensa tensione emotiva, e noi la percepiamo tutta, perché ci coinvolge nel profondo. Ci trasmettono intatto il senso di chi questo evento l’ha vissuto intensamente, in prima persona, e non solo da cronisti.
San Giuliano ci riporta alla mente un altro evento tragico che abbiamo vissuto tutti con grande dolore, nel novembre del 1999: il crollo di Viale Giotto a Foggia. Anche allora, un impatto forte, fisico, tangibile nella sua essenzialità tragica era dato dalla martellante scansione, nei messaggi mediatici, di due parole chiave: "macerie, via Giotto".
I giornalisti ci raccontarono allora la storia di ciò che un tempo era stato non solo "forme squadrate, muri a piombo, spigoli ed angoli, ma ordito di vita, tessitura di giorni uguali e dissimili. Scriveva Enrico Ciccarelli nell’editoriale de Il Quotidiano di Foggia del 13 novembre 1999: "Le parole, le sofisticate telecamere, sono veicoli troppo leggeri per il cronista. Non lo aiutano a sollevare queste macerie, a far loro riprendere la dimensione perduta. Solo le sensazioni possono aiutare a ridare un minimo spessore ai muri sbriciolati dell’anima. Solo percezioni sensoriali forti, sinestesie convergenti, riescono a focalizzare l’evento, a permettere agli operatori dell’informazione di raccontarlo ai lettori o agli spettatori lontani".
Queste sensazioni noi lettori/telespettatori le abbiamo percepito, allora da Foggia, come oggi da San Giuliano. La vista informe delle macerie ci ha trasmesso le immagini toccanti dello scenario di macerie e di vite "spezzate". Il campo visivo ci ha restituito il filmato della vita, con tutti i suoi "effetti speciali": i colori caldi, netti della salvezza, quelli freddi del silenzio mortale, "grigio che stinge ed offusca la scena, in una fissità distante", ansia senza fine.
I sapori di Viale Giotto, come quelli oggi di San Giuliano, permeati della sapidità della polvere, "neve sottile che imbianca la scena", hanno fatto respirare ai soccorritori la sconfitta: somatizzata nel "groppo in gola", che neppure la solidarietà antica del "consolo" è riuscita ad eliminare: la sosta ristoratrice è diventata momento di riflessione amara, restituendo il sapore della prima amara medicina della nostra vita.
Il fumo debole, ma acre e freddo di Viale Giotto, allora coprì irrimediabilmente le esalazioni rassicuranti dell’onnipresente zuccherificio, miscelati agli odori tipici della Foggia provinciale e popolana: sapone di Marsiglia, sentore di cavolfiore, di caffè forte. Oggi la polvere dei calcinacci di San Giuliano ha soffocato crudelmente i "dolcetti" e gli "scherzetti" di Halloween dei piccoli angeli del 1996. Volati, non da soli e spaiati, ma tutti insieme, verso le "eterne dimore". Come le anime dei morti dei racconti dei nostri nonni.
Sensazioni tattili ci hanno portato, allora come oggi, a percepire muri disintegrati, gesti generosi, compiuti senza risparmio da mani ferite, unghie sbrindellate da una frenetica illusione, in febbrile ricerca. Le mani hanno afferrato dure pietre, vetri e metalli aguzzi… toccando improvvisamente "l’incongrua, improvvisa morbidezza di un peluche abbandonato", per infine scontrarsi con la "scabra ruvidezza" di nere incerate, buio della "disperazione senza conforto". E con il freddo mortale delle bare bianche, nell’anonimo Palasport di San Giuliano, squassato continuamente dallo sciame sismico.
Sensazioni uditive ormai labili, allora in Viale Giotto, oggi a San Giuliano. Poche parole, parole seguite da repentini scoppi, ruspe mordenti, stridere di schegge, scricchiolii di frantumi, un cane uggiolante la propria impotenza.
Agli applausi per i primi successi, per le vite bambine rubate alla morte, si è sostituita la concitazione di speranze disilluse. La fissità dello sguardo del sindaco di San Giuliano, impietrito in un dolore senza conforto.
Un dolore scandito dall’ "assordante silenzio" di una frase, al tramonto di una fredda giornata autunnale. Una frase, apparentemente banale, pronunciata da Don Manna subito dopo il terremoto: "Certamente non è Dio che fa i calcoli del cemento della scuola, o fa le strade o i ponti o le altre cose che crollano".
Questa frase ci mette tutti "spalle al muro".
Ci sprona a cambiare.
Ci impone di non dimenticare.

06 /11/ 2002

[Nota della Redazione] Sull'argomento si veda anche GIORNI STRANI

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