I RAGAZZI TROPPO SOLI

Milano e il disagio giovanile

Bossi Fedrigotti Isabella

La solitudine degli adolescenti milanesi, fotografata con efficacia dalla ricerca Abacus di alcuni giorni fa, evidentemente getta le basi alla solitudine delle fasce d' età che seguono. Non si contano, infatti, i ragazzi e le ragazze di 17, 18, 19, 20, 25 anni che scrivono alle rubriche dei giornali per raccontare di quanto siano soli, senza amicizie. Soli a casa, soli a scuola, soli all' università, soli in discoteca. E scrivono da ogni luogo, dai piccoli centri più o meno sperduti della provincia esattamente come dalle grandi città, Milano in testa. E se, sia pure con tristezza, ci eravamo abituati alla solitudine degli anziani, degli emarginati, degli sfortunati, di certe donne e certi uomini rimasti senza famiglia, del tutto insopportabile - in quanto, in un certo senso, contro natura - è la condizione dei giovani soli, di quei ragazzi e quelle ragazze che, pur in mezzo alla moltitudine dei compagni di studio o nell' affollamento di uno stadio o di un concerto, non riescono a trovare qualcuno con il quale dividere delle esperienze, qualcuno con cui confidarsi, qualcuno su cui contare. E chi lo ha provato sa quanto amara, amarissima sia questa condizione, a un' età in cui l' amicizia è necessaria come il pane per sopravvivere. Insicurezza, timidezza, imbranataggine, generalmente si pensa siano le cause dell' isolamento dei giovani, della loro incapacità di comunicare e stabilire rapporti; tuttavia, alla luce dei risultati della ricerca Abacus, dalla quale emergono non solo la crescente aggressività degli adolescenti, ma anche l' indifferenza cui sono improntate le relazioni familiari nonché la scarsità di luoghi d' incontro e di iniziative pubbliche che le città offrono loro, viene il sospetto che sia proprio questa non abitudine alla comunicazione, all' incontro e al confronto - mista, sì, a un poco di timidezza - a preparare anni di isolamento anche a chi adolescente non è più. Paradossalmente però, il cupo senso di solitudine che opprime così tanti ragazzi, va, tutto sommato, considerato un risultato ancora meno grave di altri. Quello assai peggiore è la devianza che, nei soggetti meno educati, meno equilibrati e più abbandonati a loro stessi, nasce dall' insoddisfazione e dal disadattamento di ritrovarsi soli; magari nel cuore di una banda, anzi di una gang, che, però, non ha nulla a che spartire con l' amicizia. Se dunque, famiglie in testa, aiutate dalle scuola e dalle istituzioni, si riuscisse a sconfiggere o, almeno, ad arginare la malattia della solitudine, è probabile che il tasso di violenza e di malavitosità tra gli adolescenti si ridurrebbe abbastanza in fretta. E magari svanirebbe la tentazione, che periodicamente si riaffaccia, di invocare l' abbassamento dell' età punibile al di sotto dei 14 anni. Anche perché chi ha dimestichezza con gli adolescenti sa bene che loro caratteristica principale è di essere grandi per un verso e piccoli per un altro, per cui la tesi "se sono adulti per infrangere la legge sono adulti anche per pagarne le conseguenze" resta una forzatura.

ibossi@corriere.it

CORRIERE DELLA SERA

domenica, 16 novembre, 2003 - GIOVANI - Pag. 045

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