Anno nuovo, vita nuova, buon anno e felice anno nuovo... Ci prepariamo a scambiarci gli auguri. Finisce un anno [..]. Ci auguriamo di lasciare da parte le pesantezze del passato e ci aspettiamo che il nuovo porti serenità. Per salutare l’anno trascorso e accogliere quello che inizia non esiteremo ad usare qualche rito pagano di propiziazione: e sì, perché in tutti noi c’è un po’ di superstizione! Mangeremo le lenticchie come buon auspicio, spareremo i botti per allontanare gli eventi funesti e apriremo i cuori alla speranza nel benessere e nella serenità.
Il presidente terrà il suo discorso d’inizio anno a reti unificate, e noi formuleremo buoni propositi più o meno realizzabili. Dunque tempo di bilanci e di aspettative.
Vorrei che ci accompagnasse […] la sapienza disillusa del Qoelet. […....]
Quali sono le novità che vi aspettate da un nuovo anno? Ma non sapete che non c’è niente di nuovo sotto il sole? Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà (1,9). Strano modo di fare gli auguri: con la parola della crisi, piuttosto che con l’abbraccio della speranza. Può questa parola critica diventare paradossalmente più salvifica del consueto augurio di un felice anno nuovo? Noi crediamo di sì. L’ironia dell’Ecclesiaste è capace di svelare gli inganni delle false aspettative, delle grandi promesse fumose; può essere un’efficace medicina per guarire il nostro delirio di novità a buon mercato.
[...….]
[….]. Niente di nuovo sotto il sole. Per tutelarsi dalle troppe facili novità non si rischia tuttavia di prestare il fianco ad un atteggiamento cinico? A che serve lottare, spendersi per cambiare una realtà, se mente di nuovo può succedere?
Qui una parola di chiarificazione va data.
Il Qoelet, con la sua ironia graffiante, non è per niente un cinico. L'ironia che percorre varie pagine della Scrittura non è mai esercizio letterario di accademici né tantomeno il distacco sarcastico degli aristocratici. È atteggiamento passionale di chi ha a cuore la salvezza. E così anche Qoelet osserva la sua realtà e denuncia l’ingiustizia di una storia che non porta i segui della redenzione annunciata. "Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’empietà" (3,16); o ancora: "Ho poi considerato tutte le oppressioni che si commettono sotto il sole. Ecco il pianto degli oppressi che non hanno chi li consoli; da parte dei loro oppressori sta la violenza, mentre per essi non c’è chi li consoli" (4,1). Nel descrivere così esplicitamente questa situazione, c’è una chiara parola di condanna.
Il Qoelet non si lascerebbe facilmente abbindolare da una realtà deformata dalle luci artificiali, come nei giorni di festa, dove il buonismo ha sempre l’ultima parola. La realtà patinata delle belle vetrine natalizie è solo finzione che nega il disagio ed il conflitto e cattura il consenso trasformando la speranza in bene di consumo.
Mai come in questo periodo come abili vetrinisti tendiamo ad allestire con parole solenni e gesti sontuosi le vetrine di speranza nella storia umana. Qoelet lancia un sasso contro queste vetrine così che emergano le crepe ("C’è un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli": 3,5). Egli dice: piano, fate piano con i grandi proclami di inizio anno. "Le vostre parole siano parche perché Dio è in cielo e voi siete sulla terra" (5,1). È un invito a ridare peso specifico alle parole, ad insinuare il dubbio in chi troppo facilmente ha le risposte pronte ed a riconoscere la distanza tra le parole umane ed i progetti divini.
"Vanità delle vanità: tutto è vanità" (1,2). Ora i riflettori si sono spenti su questo anno troppo inflazionato di novità. Siamo stati abbagliati e forse un po’ sedotti dalla luce potente delle lampade di scena. L’ironia ci aiuta a coglierne l’anima artificiale e a rivolgere altrove lo sguardo.