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Sono un otto,
guardatemi
Il voto e il senso della scuola
di Pierfrancesco Rossi
L' Unità - 25-06-2005
Non sono stato affatto sorpreso dalla recente notizia del tentato suicidio di
un ragazzo romano dopo una bocciatura, né da quella del ragazzo morto di infarto
davanti alla scritta "non ammesso", né dall'altra - passata in
secondo piano - della ragazza siciliana che voleva buttarsi da un burrone,
sempre per un fallimento scolastico, e che, fortunatamente, è stata fermata in
tempo.
Io ho 15 anni e questi episodi, se li si vede "dall'interno",
diventano assurdamente comprensibili. Perciò, scelgo queste notizie come
pretesto per parlare di qualcosa di molto più ampio. Della scuola - come è oggi
- si è detto tutto, si sono fatte le proposte più variegate e stravaganti.
Quando un ragazzo si suicida per un voto, però, bisognerebbe capire che è
sbagliato qualcosa a monte, che ciò che, come la scuola, è stato inventato per
migliorare i giovani e la società intera è diventato, in realtà, un binario
storto che porta solo a miraggi di successo.
Non lo dico per fare polemica: anche io ho gioito per dei bei voti, mi sono
dispiaciuto per degli insuccessi, ma ora vedo che ho sbagliato. Tutto è
sbagliato - nel sistema scolastico, capiamoci.
Perché la cultura del giudizio è ovunque: seguire la moda, per esempio, che
altro è se non un tentativo di essere giudicati bene dai coetanei? Un ragazzo
non si potrà mai liberare dall'ossessione del giudizio perché c'è qualcosa che
lo istituzionalizza, a partire dall'infanzia, ed è il voto. Il voto dovrebbe
essere espressione della politica del merito - giustamente, in teoria, a
fondamento della società - secondo la quale chi è onesto e giusto va avanti.
Dovrebbe servire a selezionare persone utili alla società. Magari una volta ci
riusciva, e ancora oggi continua a selezionare; ma ad emergere sono soprattutto
gli insicuri, i frustrati, insomma tutti quelli che si proiettano unicamente
nella valutazione degli altri.
Poiché si rivolge a giovani e giovanissimi senza tante altre certezze oltre alla
scuola e agli amici è inevitabile che diventi uno dei pochi - e perciò
importantissimi - modi di misurarsi con gli altri. Nascono competizioni,
rancori e, a volte, odiose raccomandazioni e vendette trasversali solo per un
numero! Pensandoci, è ridicolo.
Mi è capitato spessissimo che insegnanti venuti a supplire, nella mia classe,
aprissero il registro e dicessero: "Questo Latino...chi sono gli otto? E i
sette?"; e "gli otto" alzano la mano, poi "i sette", e
"i sei". Perché sono costretto a fare una cosa così idiota, perché
devo alzare la mano e dire che sono "un otto", invece di dire
"Mi chiamo Piefrancesco, mi piace leggere, amo viaggiare e voglio bene ai
miei amici"?
Invece alzo la mano come a dire "Sono un otto, guardatemi!" e mi
vergogno come un ladro, ed è strano, perché tanti altri "otto" ne
sono così orgogliosi.
La situazione è questa - fa schifo, ma è proprio la base della nostra società.
Quale ragazzo può di punto in bianco "fregarsene" di un brutto voto,
se gli è stato insegnato fin da bambino che il voto ed il giudizio sono tutto?
Ripensiamo, allora, alle ragioni della scuola, all'anno zero, in una stramba
modernità che dà valore solo all'apparire. Ha ancora un senso la scuola? Ma
certo che sì! E lo avrà sempre. Ciò che la rovina è il voto.
Per questo, aboliamolo, cancelliamolo, bocciamolo in tutte le materie! Se la
scuola è la prima maestra di vita, cominciamo proprio da lì a creare un nuovo
modello di società; il resto verrà di conseguenza.
Forse saranno i lettori più giovani a capire la proposta di Pierfrancesco
Rossi, a rendersi conto che non si tratta di un sogno del rimettere in
circolazione l'utopia del '68. Infatti credo che ci sia una profonda differenza
fra ciò che dice Pierfrancesco a proposito della ossessione di essere giudicati
e la pretesa degli studenti universitari degli anni sessanta che ti buttavano
il libretto sul tavolo e volevano voti uguali per tutti. Quello era un gioco
che tendeva a spostare il punto del giudizio: non sei tu a giudicare me, sono
io a giudicare te, se non altro perchè io sono nuovo e tu fai parte di
esperimenti e di prove già falliti. Questa lettera invece parla di un mondo in
cui non è la hit parade a dominare ma lo spirito di comunità, non la "competition"
ognuno per sè, e vinca il migliore, ma un mondo salvato dal lavoro e dalla
cooperazione. Prima di dire perchè capisco un simile sogno, prima di dire se,
pur senza alcuna autorità, lo approvo, cercherò di ricostruire il paesaggio
intorno ai suicidi di ragazzi bocciati, a cui Pierfrancesco ha dedicato la sua
riflessione di ragazzo di 15 anni.
Prima viene la solitudine, una solitudine profonda ed estesa, che vuol dire non
incontrare mai o quasi mai una voce che dica qualcosa che ti riguarda, uno
sguardo che si interessi di te, un segnale di sostegno o almeno di vicinanza.
Probabilmente è il male più esteso e radicato e nocivo del tempo in cui
viviamo, al punto che è difficile persino risalire alla sua causa e dire, per
esempio, che la causa è soprattutto politica o soprattutto economica, o
soprattutto legata al disagio in cui si vive e dentro il quale si intrecciano
(o non si intrecciano) rapporti, in casa, in famiglia, a scuola, al lavoro, nel
mondo.
Poi viene un fenomeno che non ha precedenti nella vita sociale, almeno non
nella storia moderna e contemporanea. È una tendenza allo scollamento di tutte
le forme di aggregazione spontanea, in seguito allo scollamento di molte forme
di aggregazione necessaria. Negli Stati Uniti il moltiplicarsi improvviso della
criminalità dei giovani e dei ragazzi (ma anche di tutta la criminalità, dalla
violenza sessuale alla falsificazione dei bilanci di immense aziende), non è
avvenuto a causa degli immigrati e neppure dal puro e semplice fenomeno
dell'impoverimento (che pure c'è stato rendendo immaginabile la distanza fra il
reddito più piccolo e quello più grande). È avvenuto a causa del distacco, il
distacco delle persone dal posto di lavoro, il distacco dalle garanzie, il
distacco dalla protezione medica, il distacco dalla protezione sindacale, il
distacco dal senso e dall'orgoglio della cittadinanza, e dagli impegni e doveri
che comporta. Ciò ha prodotto un distacco di tutti coloro che hanno un
compito-missione (la scuola, gli ospedali, la protezione dei cittadini, la
difesa) nei confronti di quel compito, che richiede abnegazione. Se nessuno fa
niente per me, perchè a me si chiede così tanto per gli altri? Paul Krugman,
l'economista di Princeton, sostiene che se negli Stati Uniti ci fosse ancora la
coscrizione militare obbligatoria invece di un esercito professionale, la guerra
in Iraq non sarebbe stata possibile. La rivolta dell'opinione pubblica (che sta
arrivando adesso: il 60 per cento degli americani dice no a questa guerra)
sarebbe stata immediata e fortissima data l'evidente sproporzione tra senso del
sacrificio richiesto e ragioni dimostrate di questa guerra.
Il distacco comunque è esploso nel cuore del rapporto fra cittadini e lavoro,
nella frantumazione dei vincoli che creavano equilibrio sociale attraverso una
rete di doveri e diritti e consentivano anche ai meno visionari di disegnare un
futuro, e di prevederne uno, migliore, per i figli.
Quel distacco si è istantaneamente propagato ai più giovani.
Il vero frutto di quella sindrome di distacco non è stata la violenza o la
ribellione. Dopo tutto la ribellione del 1968 sembrava avvenire verso (o
contro) un contenitore compatto. È stata la percezione piena del senso di
abbandono e di solitudine. Non ti protegge niente alle spalle. Niente continua,
e se guardi avanti, guardi nel vuoto, pur vivendo immerso in un mare di immagini
e di parole,circondato dalla pubblicità politica o dalla politica
pubblicitaria.
La solitudine, per essere perfetta, richiede che tutti, ciascuno per i suoi
motivi, le sue ansie, le sue incertezze, le sue mancanze di garanzie, il suo
tentativo di procurarsi da solo qualcosa, stiano guardando altrove e pensando
solo a se stessi (in questo modo la solitudine di tutti diventa più grande). A
quel punto dov'è la protezione?
La proposta di Pierfrancesco Rossi è una proposta di emergenza da parte di
qualcuno che vede l'emergenza pur essendo personalmente al sicuro, nel "nascondiglio-hit
parade" dei suoi buoni voti. Pensa e dice che se fossimo un gruppo che
sta insieme avremmo qualche possibilità in più di essere utili a noi e agli
altri, piuttosto che continuare in una gara solitaria di uno contro tutti, che
non ha più un mondo in cui ambientarsi. Pensa e dice che potremmo aiutarci
(aiutare alcuni di noi) a non morire. Pensa in grande, Pierfrancesco. Più in
grande della nostra vita politica ai nostri giorni mentre ti sussurrano con
aria saggia, anche da sinistra, che le risorse del welfare e della protezione
sociale sono finite. Manca sempre la domanda cruciale: chi le ha finite? Chi ha
scaricato nel vuoto la ricchezza del mondo? Gli anziani in fila negli ospedali
con ticket? I ragazzini che tastano il terreno della vita e si domandano se
tiene, e dove porta, e non uno che gli risponda, mentre il petrolio tocca i 60
dollari al barile e non per lo spreco che ne fanno gli utenti di welfare? C'è
speranza, però. La speranza è che i Pierfrancesco Rossi (e i tanti giovanissimi
che da un pò scrivono all'Unità) crescano e decidano di impegnarsi in politica.
Contro lo scollamento e la solitudine.
Furio Colombo
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