Nuovo Dossier Kàlena

Borsino giù

Pro- Kàlena

L’inerzia dei proprietari, del Ministero dei beni culturali, della Sovrintendenza pugliese e di tutti

gli enti territoriali preposti alla tutela del monumento di Peschici

di Teresa Maria Rauzino

Pesante "Borsino giù" quello assegnato il 30 giugno 2002 da "Il Corriere del Mezzogiorno" a Francesco Tavaglione, Sindaco di Peschici: "La chiesa di Calena è lo specchio del disinteresse nei confronti della tutela e della valorizzazione del patrimonio architettonico. Il complesso ecclesiastico è stato adibito a deposito di attrezzi, mentre le erbacce la fanno da padrone tra i resti delle mura. La struttura è privata, ma il Comune proprio non può intervenire per espropriarlo o imporre la sua ristrutturazione?".

La domanda del foglio pugliese del Corsera scopre i nervi del problema. La legge c’è? E se c’è perché non viene applicata?

A questo punto della querelle Pro-Kàlena, in molti ci chiediamo: perché nessuno lo ha fatto finora, o pensa di farlo oggi?

Il Ministero, la Sovrintendenza, gli Enti Territoriali e tutti quanti sono preposti, dalle leggi vigenti, alla tutela dei beni architettonici e culturali, hanno omesso finora, insieme ai proprietari di Kàlena, di effettuare non solo gli interventi strutturali, ma anche quelli di ordinaria manutenzione del pregiato complesso abbaziale. Interventi indispensabili per la sopravvivenza, ed affinché lo stesso sia tenuto in condizioni di "decoro" e non più nell’attuale "disdoro".

Kàlena, ricordiamolo, è aperta ormai soltanto un giorno all’anno alla fruizione dei fedeli: l’8 settembre, festa della Madonna delle Grazie. Festa che è stata soppressa, da una trentina d’anni, per l’inagibilità delle due chiese abbaziali.

1981. Una proprietaria denuncia il degrado

Non crediamo di agevolare la soluzione colpevolizzando i proprietari del complesso abbaziale di Kàlena. La nostra campagna stampa è stata basata finora su interventi che hanno messo in risalto la qualità del monumento e lo stato attuale di "disdoro". Come già fece, 22 anni fa, una componente della stessa famiglia Martucci, Maria, segnalando lo stato di avanzato e crescente degrado del monumento. La pubblicò di supporto ad un saggio di Adriana Pepe sull’abbazia di Kàlena. La Pepe, docente dell’Università di Bari, è la storica attualmente più accreditata sulle vicende storico-artistiche di questo complesso monastico e delle sue pertinenze nell’area del Gargano nord.

La Martucci, allora, documentò, con perizia tecnica eseguita insieme ad A. Biagi, i danni subiti dalla struttura della chiesa nuova di Kàlena, soffermandosi, in particolare, sulle lesioni della prima e seconda campata destra e sull’umidità, ascendente all’interno della prima campata. Riguardo l’interno della prima campata destra, realizzata con una muratura di conci quadrangolari, lesa a causa di un cedimento per traslazione orizzontale, indicò la necessità di bloccare la suddetta lesione con una sutura; idem per l’interno della seconda campata destra che, oltre ad una grave lesione, presentava un forte abbassamento della chiave di volta della finestra soprastante. Per l’interno della prima campata destra, oggetto di umidità ascendente, causata da una falda freatica superficiale presente nel sito pianeggiante e assorbita dalla malta, consigliò di intervenire con l’introduzione di sifoni atmosferici.

La Martucci, che sicuramente voleva porre all’attenzione dell’opinione pubblica e degli enti competenti il caso Kàlena, inserì il suo saggio a pag. 44 di AA.VV, Insediamenti benedettini in Puglia, vol. 2°, Congedo, 1981, Bari. Ma l’autorevole pubblicazione non sortì alcuna attenzione da parte della Sovrintendenza della Puglia. Nessuno ritenne di intervenire concretamente sul monumento, come ella aveva sperato. Non ci fu il minimo aut aut sulla destinazione d’uso dell’immobile vincolato, che risultava ancora destinata, controlegge, ad azienda agraria, a masseria rustica. Un uso certo non compatibile con il carattere storico ed artistico di Kàlena, e che ha arrecato ed arreca pregiudizio alla sua conservazione ed integrità", se è vero che nella prima chiesa con le cupole in asse, adibita a rimessa di macchine e attrezzi, ha sono andati persi tutti gli affreschi delle lunette.

Colpevoli disattenzioni in questi lunghi 22 anni, durante i quali le strutture murarie non sono state neanche ripulite dall’abbondante vegetazione che fin dal 1981 le "infestava". E continua ancora oggi ad infestarle. Inascoltati risultarono gli inviti di Maria Martucci ad intervenire urgentemente sul tetto, riassestando con eventuali sostituzioni l’orditura in legno e il manto in tegole. Non un intervento sulle strutture verticali, con appropriati scavi di drenaggio e inserimento di sifoni atmosferici per ridurre i danni da umidità. Nessuna sutura delle lesioni.

Box 1

Le leggi di tutela disattese

Risale al lontano 20 maggio 1918 la prima notifica ai proprietari Martucci, da parte del Ministero competente, del "valore di interesse" nazionale dei resti dell’ex abbazia di Kàlena. Fu effettuata in base alla normativa allora vigente: la Legge 20 Giugno 1909, n° 364 e il regolamento esecutivo approvato con R. D. 30 gennaio 1913 n° 363 relativo alle "Antichità ed alle Belle Arti". Il monumento fu sottoposto a tutte le disposizioni di tutela in essa contenute. E quindi ai conseguenti severi obblighi di tutela da parte della proprietà. Anche se essa era proprietà privata.

Interventi coatti di sistemazione (nel 1943 era già crollato il tetto della "chiesa nuova") avrebbero potuto essere imposti, ai sensi della Legge 1 giugno 1939, n. 1089. Il Ministro della Pubblica Istruzione, Bertinelli, con 12 anni di ritardo dal varo della nuova normativa, aveva effettuato, il 27 marzo 1951, la seconda notifica al proprietario Domenico Martucci, confermando l’interesse "particolarmente importante dell’immobile" Kàlena. La legge 1089, all’articolo 9, a proposito della "Tutela delle cose d'interesse artistico e storico", avvertiva che il Sopraintendente poteva procedere ad ispezioni, per accertare l'esistenza e lo stato di conservazione e di custodia di beni vincolati, nella fattispecie le cose immobili che, a causa del loro riferimento con la storia politica, militare, della letteratura, dell'arte e della cultura in genere, fossero state riconosciute di "interesse particolarmente importante" e come tali avessero formato oggetto di notificazione, in forma amministrativa, da parte del Ministero competente. Era il caso di Kàlena.

Questi obblighi di tutela sono stati fortemente ribaditi, oggi, dalla Legge del 29 ottobre 1999 n. 490.

Quando c’è la notifica di interesse, ma addirittura anche senza di questa se il monumento "vale", il proprietario privato non può assolutamente pensare di comportarsi come "il padrone sono me". E’ tenuto a rispettare la legge che tutela rigidamente il diritto del monumento ad esistere. Il privato l’ha avuto solo "in affido" e deve tenerlo in condizioni di assoluto "decoro", nella destinazione d’uso consona al suo valore monumentale.

Non è possibile lasciar deteriorare il monumento per incuria, in una destinazione d’uso non consona. L’articolo 119 della Legge n. 490 del 29 ottobre 1999, al titolo "Uso illecito" conferma quanto già disposto dalla Legge 1 giugno 1939, n. 1089 recita: "E’ punito con l’arresto da 6 mesi ad anno e con l’ammenda da lire 1.500.000 a lire 75.000.000 chiunque destina i beni culturali ad uso incompatibile con il loro carattere storico od artistico o pregiudizievole per la loro conservazione o integrità".

Non è neppure possibile rimuovere, ai sensi dell’Art 51 della L. 490/99, portare via alcun elemento decorativo (affreschi, stemmi, graffiti, lapidi, iscrizioni, tabernacoli ed altri ornamenti esposti o non alla pubblica vista) se non su espresso consenso della Sovrintendenza. Chi lo "distacca", può essere multato o addirittura punito con l’arresto.

L’art. 131 dal titolo: Ordine di reintegrazione, recita: "Se per effetto della violazione degli obblighi di conservazione, il bene culturale subisce un danno, il Ministero ordina al responsabile l’esecuzione a sue spese delle opere necessarie alla reintegrazione. Quando questa non sia possibile, il responsabile è tenuto a corrispondere allo Stato una somma pari al valore della cosa perduta o alla diminuzione di valore subita.

La proprietà quindi è solo relativa: in caso di urgenza, il Soprintendente può adottare immediatamente le misure "conservative". E, se il bene monumentale continua ad essere "maltenuto", la proprietà può essere revocata, previa dichiarazione di "pubblica utilità" fatta con provvedimento del Ministero o, nel caso dell’articolo 92, anche con atto della Regione. L’esproprio potrà essere effettuato a favore di Enti o di ONLUS, come si evince dall’art. 91 della legge 490/’99: 1. I beni culturali mobili e immobili possono essere espropriati dal Ministero per causa di pubblica utilità, quando l’espropriazione risponda ad un importante interesse a migliorare le condizioni di tutela ai fini del godimento pubblico dei beni medesimi. 2. L’espropriazione può essere disposta a favore delle regioni, delle province, dei comuni, di altro ente pubblico o di persona giuridica privata senza fine di lucro".

 

 

 

 

 

 

 

BOX 2

S. Maria di Càlena

Analisi dello stato di degrado

di Maria Martucci

La " chiesa nuova" di S. Maria di Càlena presenta uno stato di generale fatiscenza e, localizzate, situazioni statiche di una certa gravità.

I primi danni alle strutture si fanno risalire al terremoto del 1627 che avrebbe provocato il crollo delle volte a crociera. Nel 1943 la seconda metà del tetto a falde cedeva lasciando l’edificio a metà scoperchiato. Attualmente l’altra metà, in stato di visibile fatiscenza, si mostra con le falde avvallate, col manto di tegole sconnesso e con la capriata e gli arcarecci deformati.

L’eventuale intervento di consolidamento rende quindi necessaria la individuazione dei fattori di deterioramento del manufatto ed un esame conoscitivo delle tecniche e materiali adoperati per la costruzione. È noto infatti che la diversa natura chimico-fisica dei materiali e le differenti tecniche di utilizzazione degli stessi, a parità di sollecitazioni, portano a differenti manifestazioni di degrado sulle superfici dei muri.

Il monumento in questione, costruito in conci quadrangolari di pietra calcarea, presenta sui muri longitudinali della navata alcune lesioni che seguono la linea di congiunzione dei conci. Tali fessurazioni possono imputarsi a sovraccarichi delle strutture, a fatti sismici e a fenomeni connessi. V’è da notare per contro che le lesioni appaiono bloccate e richiedono al più presto un semplice intervento di sutura.

Più grave è il problema dell’umidità. La sua soluzione è determinante per la conservazione del manufatto. Estese zone di superfici murarie appaiono imbevute d’acqua e talora coperte di muffa.

Il tipo di pietra usato consente che per capillarità l’acqua salga alta nei muri nel cui notevole spessore se ne raccoglie più di quanta la superficie esterna dei muri stessi riesca ad eliminare con l’evaporazione. E l’abbazia è situata nel punto più basso della piana di Càlena in vicinanza deI mare. Si aggiunga che la chiesa fu eretta quale ampliamento di un’altra più antica già esistente; si volle quindi impostarne il pavimento allo stesso livello della prima. Oggi tale pavimento è al di sotto di un metro circa rispetto al piano del giardino che lo fiancheggia sui lati est e sud; in tal modo la struttura riceve ulteriore umidità per contatto laterale.

Vi è infine l’acqua meteorica che attraverso i dissesti e le fessurazioni della copertura e delle murature, oltre al danno diretto alle parti non difese, alimenta un’abbondante vegetazione che trattiene l’acqua e penetra con le radici, là dove riesce ad inserirsi nelle fenditure, accelerando l’opera di deterioramento dell’edificio.

Allo stato dei fatti per impedire un ulteriore degrado della struttura occorrerebbe intervenire:

— sul tetto: riassestando con eventuali sostituzioni l’orditura in legno e il manto in tegole;

— sulle strutture verticali: con appropriati scavi di drenaggio e inserimento di sifoni atmosferici per ridurre i danni da umidità;

— sulle lesioni: con opere di sutura;

— liberare infine le strutture dall’abbondante vegetazione.

Le brevi note qui riportate non hanno inteso esaurire l’argomento: una analisi più approfondita con adeguata strumentazione sarà necessaria se si deciderà di intervenire concretamente sul monumento. Esse costituiscono soltanto una premessa per programmare in un futuro un intervento che l’interesse storico e artistico dell’opera giustifica.

 

Il saggio: S. Maria di Càlena. Analisi dello stato di degrado è stato scritto 22 anni fa da Maria Martucci. E’ tratto da AA.VV, Insediamenti benedettini in Puglia, vol. 2°, Congedo, 1981, Bari, pag. 44 .

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