NICHILISMO: UN'OMBRA SUL NOVECENTO

di GIOVANNI FORMICHELLA

L'"orfanezza" dell'uomo contemporaneo. Il nichilismo è il destino della nostra civiltà? Nel pensiero contemporaneo, una delle questioni più presenti è quella del nichilismo. Questo si basa sul concetto che tutto scaturisce dal nulla e va verso il nulla, e, quindi, sull'idea che non esiste alcunché di assoluto, di eterno, di immateriale.
Tale visione, nella sua maggiore forza teoretica, cresce nella filosofia moderna e contemporanea, anche se ha significativi momenti nell'età antica, nei quali viene elaborata: tra i Sofisti, già Gorgia di Leontini (V secolo a. C.) imposta il suo pensiero in chiave nichilista, affermando che nulla esiste e, se anche esistesse l'essere, non sarebbe conoscibile, e, se fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile.
In particolare, alla fine del '700, possiamo cogliere i primi sviluppi importanti del nichilismo, con alcuni pensatori, che approfondiscono i suoi significati cruciali, ponendo le fondamenta di tutte quelle impostazioni teoretiche successive, che si richiameranno a questa filosofia. Mi riferisco a F.H. Jacobi, che scrive una lettera a Fichte, nel 1799, e a Jean Paul (pseudonimo di P.F. Richter), con la Lamentazione di Shakespeare morto, del 1789, e il Discorso del Cristo morto, del 1796.
Il primo, esaminando il pensiero di Spinoza, giunge alla conclusione che la filosofia, se segue un percorso autonomo, con l'ausilio della sola ragione, inevitabilmente, approda ad esiti nichilisti. Secondo lui, l'uomo deve affidarsi alla fede, assunta come un credere, che scaturisce dal "cuore", dalla profondità dell'anima. Per Jacobi, la ragione filosofica ci conduce verso l'abisso del nulla, dove perdiamo ogni riferimento e speranza. Egli afferma: "Nella sua analisi, il nichilismo nasce, perché l'uomo perde i contatti con il Vero, non riesce più ad ascoltare le esigenze dell'anima, e, di conseguenza, s'innamora della propria razionalità, delle proprie costruzioni logiche e rappresentazioni". Il razionalismo e l'idealismo, secondo Jacobi, sono i figli di tale itinerario.
Anche Jean Paul si occupa del nichilismo, mostrando un mondo che, orfano di Dio, sprofonda nel baratro del nulla. Nel suo Discorso del Cristo morto, egli parla di un sogno, nel quale fa un'esperienza terribile: ha una visione di Cristo, che dichiara la non esistenza di Dio.
Jean Paul vuole sottolineare la condizione di un'umanità, che rinuncia all'assoluto: il suo viaggio onirico mette in evidenza il fatto che, se il mondo è privo di un fondamento, la vita diventa un incubo insensato. L'autore, con il suo testo, sa rendere, in modo efficace, il quadro di un'epoca, quella moderna, che vuole tagliare i rapporti con la dimensione dell'assoluto, rinchiudendosi entro gli angusti spazi della temporalità e della finitezza.
Qual è la sua proposta per evitare la deriva nichilista? Per lui, solo l'amore può dare all'uomo la possibilità di recuperare un senso: in particolare l'amore di tipo "materno", profondo, con il quale possiamo superare la nostra condizione di "orfani" e riconquistare la prospettiva dell'assoluto.
Jacobi e Jean Paul fanno una diagnosi alla modernità: per loro, l'uomo moderno tende a percorrere la strada dell'autonomia, quindi ad allontanarsi, progressivamente, dalla verità assoluta, dal fondamento originario dell'esistenza.
Gran parte della speculazione filosofica del Novecento non fa altro che confermare quest'analisi, avendo, pur nella varietà dei metodi e delle impostazioni, come suo minimo comun denominatore proprio la rinuncia alla oggettività ed alla trascendenza: nei suoi filoni volontaristico, con Nietzsche, esistenzialistico, con Sartre, positivistico, con Carnap, e altri ancora.
Allora questo è il destino ultimo dell'Occidente?
L'età della tecnica è l'ultimo momento di un lungo percorso nichilista, che fa parte dell'anima della cultura occidentale, come afferma Heidegger?
In realtà, se vediamo tutto l'itinerario della civiltà dell'Occidente, ci rendiamo conto che la sua vera anima non è quella nichilista, bensì è quella che si lega all'essere, alla verità oggettiva; il nichilismo rappresenta una fase di crisi, in cui l'uomo moderno perde i contatti con il fondamento assoluto, sentendosi abbandonato, in un universo ostile ed insensato.
Si tratta, quindi, di recuperare la vera anima dell'Occidente, quella che troviamo in Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso, Vico, Rosmini.
In questo orizzonte di pensiero, è possibile superare il momento del nichilismo, dando inizio ad una nuova fase, in cui noi possiamo riprendere il giusto rapporto tra essere e pensiero, tra soggettività e realtà, tra divenire ed assoluto. Per fare ciò, non basta assumere solo un credere o una fede irrazionale, come affermano Jacobi e Jean Paul, ma è necessario valorizzare la ragione, l'intelletto, il conoscere.
Solo così possiamo abbandonare quel tragico destino di "orfanezza", rappresentato dal sogno di Jean Paul, che ha attraversato, come una lunga ombra, la storia del Novecento.

 Il Giornale di Brescia-31 OTTOBRE 2003

In SWIF : http://www.swif.uniba.it/lei/rassegna/swif_rs.htm

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