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Diario Vaticano: la
scelta del grande esule
Chi, come noi,
ama quest’uomo, avrà da soffrire nel seguirne l’inevitabile declino. Ma
non dovrà temere per la Chiesa, la cui rotta sarà comunque in mani
sicure
Aggiungiamo
queste righe iniziali ad ora tarda, mentre si accavallano notizie
su un aggravamento delle condizioni di salute del santo Padre. Quello che
segue è, comunque, il testo che avevamo scritto nel pomeriggio, quando
ancora si parlava di una «convalescenza».
Dicevamo,
dunque, che ieri avevamo potuto confermarlo: non avremo un Papa
«giubilato», che attenda l’ora della chiamata finale nell’infermeria di
qualche monastero polacco. E diciamo polacco, perché sappiamo quanto
aumenti, con l’età e la malattia, il desiderio — anzi, il bisogno — di
ritrovare la lingua materna, di sentirsi circondato dalle parole
familiari, dai gesti, dagli odori, dai tratti dei volti che hanno segnato
l’ingresso di ciascuno di noi nel mondo.
Nel sacrificio
di Giovanni Paolo II c’è anche questo: la scelta di morire esule.
Certo, un Papa è il parroco del mondo, nessun fratello in umanità gli è
estraneo, ogni popolo gli è caro. E il Vaticano ha per lingua franca
l’italiano, ma è il luogo dove le strade dei continenti si
incrociano.
Eppure, un Papa è anche un uomo. E
dell’umanità fa parte il rispettare tutte le Patrie ma l’amare la propria.
La nostalgia delle origini si accresce con l’avanzare degli anni e dei
malanni. Anche per questo è divenuto sempre più stretto il legame di
Giovanni Paolo II con quello che tutti chiamano «don Stanislao » e che, in
realtà, da tanto tempo non è più il giovane prete scelto come segretario
dal Presule di Cracovia, è ormai un arcivescovo oltre la sessantina.
Al di là della premura filiale, delle cure di
cui notte e giorno lo circonda, questo prelato che, in un mondo di
logorroici, ha concesso una sola intervista e non sulla sua esperienza
(eppure, pochi al mondo avrebbero tante cose da dire), rappresenta per il
Papa la Polonia, è la lingua e le abitudini della Patria. È la presenza
familiare che attenua il bisogno dell’esule di finire così come aveva
cominciato. Comunque se, com’è ormai certo, Giovanni Paolo II non farà il
dantesco «gran rifiuto», molti s’interrogano su ciò che potrà avvenire con
l’avanzare del male. Il Parkinson, si sa, può essere rallentato dalle
terapie moderne ma non arrestato. Sono discorsi sgradevoli, certo, ma
purtroppo inevitabili.
Il futuro, come il Papa per primo non si stanca
di ripetere, è nelle mani di Dio, la Provvidenza interverrà a
sistemare le cose per il meglio, seppure secondo piani misteriosi che
quasi mai sono i nostri; e che, anzi, spesso appaiono incomprensibili alla
nostra limitatezza umana. C’è una previsione — forse la sola — che
possiamo formulare, basandoci su un’esperienza ormai bimillenaria: tutto
potrà capitare, tutto, tranne una perdita delle facoltà mentali che porti
danno alla Chiesa. La dinastia dei papi ha almeno due singolarità che la
rendono unica: innanzitutto è la più antica del mondo ancora «viva».
Le dinastie dei faraoni egiziani e degli
imperatori cinesi sono durate, pare, più a lungo, ma la storia le
ha ormai definitivamente fagocitate, il loro ricordo non sopravvive che
nei libri e nei monumenti giganteschi che ci hanno lasciato. La
successione papale, poi, costituisce un caso, anch’esso unico, di
gerontocrazia. La Cappella Sistina del conclave è il solo luogo di
elezioni dove si scartino candidati perché «troppo giovani» se non sono
almeno al di là della sessantina. Non mancarono cultori della Tradizione
che considerarono «grave imprudenza » l’elezione di un Karol Wojtyla con i
suoi 58 anni. E poiché, stando al duro ma realistico monito di Terenzio,
«senectus ipsa morbus est», la vecchiaia è di per sé una malattia, la
storia del papato è anche una storia di patologie.
Da quanto sappiamo, non c’è malattia da cui i
pontefici non siano stati affetti. Nei palazzi della Curia
l’archiatra, il medico pontificio (nel Medioevo, spesso un ebreo: un buon
esempio di lealtà sua e di fiducia del paziente!) è sempre stato una
presenza costante, spesso decisiva. Eppure, non abbiamo notizia di papi
impazziti, al punto di fare ciò che pure il loro potere assoluto gli
avrebbe permesso: un’enciclica eretica, un discorso contrario alla fede,
un’ordine contraddittorio rispetto al Vangelo, la prescrizione di una
norma morale scandalosa.
Certo, molti devono essere stati i
pontefici cui l’età ha finito per togliere lucidità, le sale del
Laterano, del Vaticano, del Quirinale devono avere assistito a bizzarrie
tenute riservate. Eppure, qui, davvero, quell’assistenza del Paraclito in
cui credono i cattolici sembra avere «funzionato»: nessuna patologia
mentale che abbia portato danno (e sarebbe stato assai agevole) al tesoro
più prezioso della Chiesa. Quello della fede e della sua ortodossia. Chi,
come noi, ama quest’uomo, avrà da soffrire nel seguirne l’inevitabile
declino. Ma non dovrà temere per la Chiesa, la cui rotta sarà comunque in
mani sicure.
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