La voce del Fiani

Diario Vaticano: la scelta del grande esule
Chi, come noi, ama quest’uomo, avrà da soffrire nel seguirne l’inevitabile declino. Ma non dovrà temere per la Chiesa, la cui rotta sarà comunque in mani sicure
di
Vittorio Messori
 
Aggiungiamo queste righe iniziali ad ora tarda, mentre si accavallano notizie su un aggravamento delle condizioni di salute del santo Padre. Quello che segue è, comunque, il testo che avevamo scritto nel pomeriggio, quando ancora si parlava di una «convalescenza».
Dicevamo, dunque, che ieri avevamo potuto confermarlo: non avremo un Papa «giubilato», che attenda l’ora della chiamata finale nell’infermeria di qualche monastero polacco. E diciamo polacco, perché sappiamo quanto aumenti, con l’età e la malattia, il desiderio — anzi, il bisogno — di ritrovare la lingua materna, di sentirsi circondato dalle parole familiari, dai gesti, dagli odori, dai tratti dei volti che hanno segnato l’ingresso di ciascuno di noi nel mondo.
Nel sacrificio di Giovanni Paolo II c’è anche questo: la scelta di morire esule. Certo, un Papa è il parroco del mondo, nessun fratello in umanità gli è estraneo, ogni popolo gli è caro. E il Vaticano ha per lingua franca l’italiano, ma è il luogo dove le strade dei continenti si incrociano.
Eppure, un Papa è anche un uomo. E dell’umanità fa parte il rispettare tutte le Patrie ma l’amare la propria. La nostalgia delle origini si accresce con l’avanzare degli anni e dei malanni. Anche per questo è divenuto sempre più stretto il legame di Giovanni Paolo II con quello che tutti chiamano «don Stanislao » e che, in realtà, da tanto tempo non è più il giovane prete scelto come segretario dal Presule di Cracovia, è ormai un arcivescovo oltre la sessantina.
Al di là della premura filiale, delle cure di cui notte e giorno lo circonda, questo prelato che, in un mondo di logorroici, ha concesso una sola intervista e non sulla sua esperienza (eppure, pochi al mondo avrebbero tante cose da dire), rappresenta per il Papa la Polonia, è la lingua e le abitudini della Patria. È la presenza familiare che attenua il bisogno dell’esule di finire così come aveva cominciato. Comunque se, com’è ormai certo, Giovanni Paolo II non farà il dantesco «gran rifiuto», molti s’interrogano su ciò che potrà avvenire con l’avanzare del male. Il Parkinson, si sa, può essere rallentato dalle terapie moderne ma non arrestato. Sono discorsi sgradevoli, certo, ma purtroppo inevitabili.
Il futuro, come il Papa per primo non si stanca di ripetere, è nelle mani di Dio, la Provvidenza interverrà a sistemare le cose per il meglio, seppure secondo piani misteriosi che quasi mai sono i nostri; e che, anzi, spesso appaiono incomprensibili alla nostra limitatezza umana. C’è una previsione — forse la sola — che possiamo formulare, basandoci su un’esperienza ormai bimillenaria: tutto potrà capitare, tutto, tranne una perdita delle facoltà mentali che porti danno alla Chiesa. La dinastia dei papi ha almeno due singolarità che la rendono unica: innanzitutto è la più antica del mondo ancora «viva».
Le dinastie dei faraoni egiziani e degli imperatori cinesi sono durate, pare, più a lungo, ma la storia le ha ormai definitivamente fagocitate, il loro ricordo non sopravvive che nei libri e nei monumenti giganteschi che ci hanno lasciato. La successione papale, poi, costituisce un caso, anch’esso unico, di gerontocrazia. La Cappella Sistina del conclave è il solo luogo di elezioni dove si scartino candidati perché «troppo giovani» se non sono almeno al di là della sessantina. Non mancarono cultori della Tradizione che considerarono «grave imprudenza » l’elezione di un Karol Wojtyla con i suoi 58 anni. E poiché, stando al duro ma realistico monito di Terenzio, «senectus ipsa morbus est», la vecchiaia è di per sé una malattia, la storia del papato è anche una storia di patologie.
Da quanto sappiamo, non c’è malattia da cui i pontefici non siano stati affetti. Nei palazzi della Curia l’archiatra, il medico pontificio (nel Medioevo, spesso un ebreo: un buon esempio di lealtà sua e di fiducia del paziente!) è sempre stato una presenza costante, spesso decisiva. Eppure, non abbiamo notizia di papi impazziti, al punto di fare ciò che pure il loro potere assoluto gli avrebbe permesso: un’enciclica eretica, un discorso contrario alla fede, un’ordine contraddittorio rispetto al Vangelo, la prescrizione di una norma morale scandalosa.
Certo, molti devono essere stati i pontefici cui l’età ha finito per togliere lucidità, le sale del Laterano, del Vaticano, del Quirinale devono avere assistito a bizzarrie tenute riservate. Eppure, qui, davvero, quell’assistenza del Paraclito in cui credono i cattolici sembra avere «funzionato»: nessuna patologia mentale che abbia portato danno (e sarebbe stato assai agevole) al tesoro più prezioso della Chiesa. Quello della fede e della sua ortodossia. Chi, come noi, ama quest’uomo, avrà da soffrire nel seguirne l’inevitabile declino. Ma non dovrà temere per la Chiesa, la cui rotta sarà comunque in mani sicure.
da http://www.corriere.it/ -  01 aprile 2005

Chiudi la pagina