Cera, Andreana, De Simone

Contatti americani
Sei giorni fra la gente d’America per conoscerla ed… apprezzarla

Una settimana. Il tempo trascorso correndo di qua e di là per le strade di Buffalo e New York.
Lo stesso tempo è trascorso dopo aver ripreso a percorrere con serena svogliatezza le strade di Torremaggiore ed è quindi giunto il momento di tirare le conclusioni di questa terza visita di una delegazione di studenti del Liceo "N. Fiani" ai compagni dell’Hutchinson Technical High School, nostra Sister School in Buffalo.

Il viaggio, questa volta, oltre che il fine di favorire una sempre più approfondita conoscenza fra gli studenti dei due istituti, specie se membri rispettivamente dell’"American Club" del Fiani e del "Circolo Italiano" presso l’Hutch Tech, aveva anche quello di estendere l’esperienza di gemellaggio alle due città di Torremaggiore e Buffalo. E proprio la cerimonia della firma del "Sister City Agreement" alla presenza dei Sindaci delle nostre due città è quella che ci ha più visti sotto i riflettori; l’impressione che si riceve assistendo ad una simile cerimonia, almeno per uno "piccolo" come me, è di spaesamento: si è presenti in occasione di un evento forse storico che da un lato conserva tutta la sacralità e, direi, lontananza di un atto politico, d’altro lato, a pensarci appena cinque minuti dopo, non rientra nelle "meschine macchinazioni" di cui la politica è spesso considerata autrice dai più, ma è quanto di più semplice possa farsi per favorire il reale sviluppo, da molteplici punti di vista, delle comunità delle nostre città, per quanto lontane migliaia di chilometri.
L’atto del gemellaggio, per verità, è quello che ha visto noi studenti meno protagonisti, ma zelantemente applicati nello scattare quante più fotografie per immortalare un grande momento cui assistevamo in rappresentanza di tutta la cittadinanza di Torremaggiore. Certo più esaltante è stato vedere dopo la cerimonia l’intera Buffalo dall’alto del Municipio, uno dei più alti edifici della città: qui il cielo si fonde in lontananza con le villette residenziali, non con i pendii delle colline, e qualcuno sarebbe vanamente tentato di andare alla ricerca in quella miriade di costruzioni della casetta in cui è ospite.

Il pensiero, in quei giorni, volava spesso alla famiglia che mi ospitava e a quella silenziosa dimora, quasi simile a quelle in legno delle favole, dove ogni sera ritornavo lietamente accolto. Ci ero giunto la prima sera, dopo un viaggio stressante di parecchie ore ed un breve tour in macchina (gran bella macchinona americana!) per le strade della downtown di Buffalo, sarebbe a dire qualcosa come le nostre autostrade! Arrivato davanti casa, dopo le primissime difficoltà comunicative in auto, solo prime di una lunga serie, non avevo assolutamente voglia di andare a letto, per quanto fossi stanco: ero in un nuovo mondo, lontanissimo da casa, e volevo soltanto iniziare a scoprirlo, a viverlo guidato da Mrs. Nancy e Mr. Joe Sole che di americano hanno proprio tutto, dalla lingua all’abitazione, dalla ferrea puntualità all’amore per l’Italia. Non sarebbero stati sicuramente gli stessi, i miei tre giorni a Buffalo, senza la famiglia Sole, sempre pronta ad accompagnarmi di su e di giù; e non sarebbe stato lo stesso se Mrs. Nancy non mi avesse accolto sempre con un sorriso prima di partire la mattina, se al risveglio non mi avesse sempre chiamato giù dal secondo piano perché andassi a prendere il mio "orange juice", se Mr. Joe non fosse stato sempre così simpatico nei suoi discorsi e non mi avesse salutato con un "My home is your home!"; se con entrambi non si fosse anche discusso di guerra, politica, Iraq e quant’altro.

Le tre giornate a Buffalo iniziavano sempre per noi studenti con un incontro a scuola, ed è da lì che partivamo ogni mattina, come da lì tutto ha avuto inizio tre anni fa.

Il primo giorno, trascorso interamente all’Hutch Tech dove il Sindaco, gli Assessori ed il Preside hanno risposto a domande degli studenti di italiano, è stato occasione per notare, ed apprezzare più o meno, le differenze fra il sistema scolastico americano e quello italiano: studenti che si spostano di classe in classe, lezioni decisamente improntate ad una concreta applicazione di quanto si apprende, nonché silenzio assoluto nei corridoi, giuramento davanti alla bandiera prima dell’inizio delle lezioni, comunicazioni con la presidenza da ciascuna classe per mezzo di un sistema microfonico, ecc.
Certo la scuola visitata è incredibilmente diversa dalla nostra, e non solo per strutture e servizi, ma soprattutto per l’ordine e il rigore, che ho invidiato ma anche giudicato eccessivo in talune circostanze; questa, come altre cose, mi ha portato a riflettere sull’America, sulla tanto invidiata libertà americana: allora, forse, la libertà la si percepisce quando si vive in una società piena di regole limitanti che però un po’ tutti rispettano? la libertà è la cosiddetta "libertà di iniziativa" che permette a chiunque lo voglia, con sforzo, di crescere e agli altri di restare ai margini? la libertà è quella di un popolo che si professava, alle nostre domande, chiaramente pacifista e perde decine di soldati al mese in una guerra che a nessuno piace?

Abbiamo parlato di tematiche e, direi, contraddizioni come queste con il Prof. Joseph Tusiani, durante la nostra breve visita nel suo appartamento a New York: una culla in rosso pompeiano per la cultura italiana e latina nel bel mezzo di una delle città più "moderne" e tecnologiche del mondo! Il Prof., interrogato sulla realtà americana che, sebbene sia la più ricca al mondo, lascia molti nella miseria, risponde semplicemente: "è una società che concede piena libertà di iniziativa, e chi ha le capacità va avanti e fa successo"; l’affermazione, brutale ma quanto mai veritiera, ha dato a tutti noi motivo di riflessione e ha stimolato il confronto con la nostra realtà che, anche se molto più tesa all’assistenza e alla protezione dei deboli, stimola forse meno di quella statunitense alla crescita.
Mi piace considerare l’americanissima "CheeseCake" offertaci dal Prof. Tusiani la testimonianza del continuo bisogno di un italiano di trovare, sparsi per il mondo, prodotti genuini (e qui in America, dove da giorni non facciamo altro che mangiare panini insaccati con, sembrerebbe!, carne di manzo, un po’ di semplicissima ma saporita torta al formaggio con tanto di crema di ciliegie davvero non guasta); e poi il Prof. Tusiani, con quella gran dose di cultura di cui è padrone, sa vedere, e far vedere, ogni cosa da una prospettiva diversa, insolita, inaspettata, imprevedibile, e non dimentica mai di esortare tutti, specie i giovani, al sapere, alla saggia formazione di una buona cultura personale cui collabora con la donazione di sue opere, alle volte anche inedite o rarissime a trovarsi: è così che un uomo sugli ottanta insegna ad assaporare la vita e a non perdersi le emozioni che possono venire dalla lettura di un buon libro di poesie.

Bello di questo viaggio è stato proprio trascorrere, complessivamente, tre giorni in casa di americani per conoscerne la vita quotidiana e le più nascoste abitudini domestiche, spesso deformate dalla TV, per poi immergersi nell’incredibile flusso di gente della metropoli di New York e vedere tutta questa gente, delle più svariate culture e provenienze, scendere negli stessi treni della metropolitana, aspettare insieme ai semafori che venga fuori l’omino bianco a dire che si può passare: questa è l’America, questa è la gente americana, e un’avventura alla scoperta della sua realtà culturale è l’obiettivo cui una scuola deve mirare nell’offrire ai suoi studenti un’occasione di scambio internazionale. E questo è quanto la mia scuola ha fatto.

Matteo Leone - Aprile 2004

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