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Nuove barbarie Secondo Ian Buruma i jihadisti
non agiscono per vendetta ma combattono una società
che giudicano materialista e infedele. Unica soluzione, far capire alle
comunità musulmane come le nostre libertà giovino
anche a loro
Le bombe di Londra non c’entrano
con Bagdad
Per i terroristi islamici
l’Occidente va purificato con l’omicidio. La stessa fantasia totalitaria
delle Brigate Rosse
Alcune interpretazioni formulate
sugli attacchi di Londra erano prevedibili. Di certo Tariq
Ali, giornalista ed ex agitatore studentesco, attribuirebbe
l’intera responsabilità a Tony Blair: tutta colpa del
premier britannico che ha sostenuto le guerre degli Stati Uniti in Afghanistan
e Iraq e ha spalleggiato Israele. «Causa principale di questi crimini — ha scritto Ali sul Guardian — sono
le violenze perpetrate contro le popolazioni del mondo musulmano. La vera
soluzione consiste nel porre immediatamente termine all’occupazione di Iraq, Afghanistan e Palestina». Tariq
Ali, laico appartenente alla piccola nobiltà pachistana, trova
ampio seguito tra i religiosi.
Sullo stesso giornale, Faisal Bodi, giornalista di Islam Channel, sosteneva che «la strada
insanguinata della colpa porta dritto al n. 10 di Downing
Street» perché quando Blair «ci ha trascinati nella
guerra al terrore, sapeva che un Paese nel quale le reti estremiste islamiche
non avessero interessi diretti, sarebbe stato incluso tra gli Stati ostili».
Pareri simili si erano sentiti
quattro anni fa, immediatamente dopo la carneficina di New
York e Washington, quindi prima delle guerre in Afghanistan e Iraq. La colpa
doveva essere dell’Occidente, poiché era stato l’Occidente in passato a
colonizzare gran parte del mondo e si presumeva fosse stato l’Occidente a inventare il capitalismo.
Sarebbe insensato negare che le
potenze occidentali si siano macchiate di numerosi
misfatti, eppure l’arrogante pretesa che quasi tutti i mali del mondo, dalla
fame in Africa agli omicidi di massa nella metropolitana di Londra siano
imputabili ai politici occidentali non è solo stupida ma profondamente nociva
per quanti non vivono in Occidente: discolpa i leader e risparmia alle
popolazioni l’onere di assumersi la responsabilità di ciò che accade nelle loro
società. In fondo, se tutto è colpa di Blair o di Bush, del neocolonialismo o della globalizzazione,
perché tante storie?
La guerra in Iraq può non essere
stata una mossa previdente. Ha probabilmente galvanizzato
l’estremismo religioso.A titolo di cronaca, io ero
contrario. Sostenere, però, che non avremmo dovuto
muovere guerra a Saddam Hussein
perché questo ci ha esposto al fuoco dei guerrieri santi pare un modo di
ragionare insano e certamente codardo. La Gran Bretagna si
sarebbe trovata nel loro mirino in ogni caso. Ben prima che l’Iraq attraesse le
mire di Blair, l’Occidente rientrava nella «sfera
dell’odio» del guerriero santo.
Un altro
argomento fuorviante che condanna l’azione condotta contro i despoti mediorientali è
che «siamo stati noi a metterli lì ». Quand’anche fosse vero che, per fare un esempio, Saddam Hussein o
Osama Bin Laden avessero goduto in passato del sostegno di Gran
Bretagna o Stati Uniti, questa sarà difficilmente una buona ragione per non
affrontarli oggi. Avremmo dovuto chiudere un occhio sui loro crimini solo
perché un tempo Donald Rumsfeld
o Dick Cheney hanno fatto affari con loro? Questo modo di ragionare ripropone la logica perversa secondo la quale un passato da
potenza imperiale dovrebbe sollevare gli europei dal compito di condannare le
sanguinarie dittature sorte dall’indipendenza delle ex colonie.
Parimenti prevedibile e fuorviante
è stato il tentativo compiuto dal sindaco di Londra Ken
Livingstone di inquadrare gli attacchi alla sua città
in termini di lotta di classe. Obiettivo degli attentatori della metropolitana,
ha detto Livingstone, non erano «i potenti» ma i
londinesi appartenenti alla «classe lavoratrice ». È vero che di solito le
persone potenti preferiscono il taxi ma se c’è un elemento adatto a definire
l’atrocità dell’attacco al Tube, è la sua natura
indiscriminata. Il massacro non ha fatto distinzioni di classe né di altro genere. Sono morti anche musulmani.
Sono rimasto particolarmente
sorpreso leggendo il toccante editoriale della Frankfurter
Allgemeine Zeitung. Evocava
lo scampanio del Big Ben, che risuonò audace durante il Blitz, nel quale i
tedeschi fecero del loro meglio per polverizzare Londra, e che continuerà a segnare il tempo nelle ore di pericolo che ci
attendono.
Prevedibili o no, tutte queste
interpretazioni mancano il bersaglio. I rivoluzionari islamici non sono
paragonabili alla Luftwaffe, all’Ira o a qualsiasi
altro nemico la Gran
Bretagna o il mondo abbiano
affrontato prima d’ora.
I tedeschi furono spietati ma almeno i loro bombardieri portavano segni riconoscibili, i
piloti indossavano uniformi, i raid erano commissionati da uno Stato, con il
quale la Gran Bretagna
era in guerra. L’Ira era il braccio armato di un partito
politico, i cui obiettivi, come oggi sappiamo, erano negoziabili.
Attentatori suicidi e jihadisti
non rappresentano alcuno Stato; in realtà non ne riconoscono uno al di fuori
della comunità, totalmente immaginaria, della pura fede. Non c’è nulla da
negoziare con persone che aspirano a uccidere il
maggior numero possibile di infedeli per edificare il regno divino. In più,
questi sacri guerrieri che considerano le stragi un atto naturale, convinti di
essere ispirati da Dio, sono al di là del limite
dell’ortodossia religiosa; sono puri assassini.
Magari la risposta al terrore fosse nelle mani dei governi occidentali . In realtà, non
esiste ragione per ritenere che il ritiro delle truppe statunitensi,
britanniche o israeliane dai Paesi arabi possa risolvere il problema, poiché la
guerra religiosa proseguirebbe. La pretesa che la Gran Bretagna o gli
Stati Uniti costituiscano degli obiettivi solo a causa
della «guerra al terrore» dichiarata da George W. Bush e appoggiata da Tony Blair, è ugualmente infondata. Nell’ottobre 2000, quando Bill Clinton era ancora
insediato, 17 marinai americani morirono nell’attacco alla nave da guerra Uss Cole, perché Osama Bin Laden si opponeva alla
presenza di truppe infedeli sul suolo arabo.
Pensiamo a cosa accadrebbe se i
sostenitori del ritiro immediato delle forze occidentali dal Medio
Oriente l’avessero vinta. Ne scaturirebbero una feroce contesa tra i signori
della guerra in Afghanistan e una guerra civile totale
in Iraq. Tutto questo offrirebbe a un ridotto numero
di fanatici religiosi la possibilità di conquistare il potere in un grande
Stato arabo e condurre la guerra santa contro chiunque non si sottomettesse
alle loro fantasie totalitarie. La reazione della maggior parte dei musulmani
agli attacchi di Londra è stata energica. Scrivendo
dalla Svizzera, il controverso islamista Tariq Ramadan, ha toccato la corda
giusta, esortando i suoi fratelli musulmani ad «avere il coraggio di denunciare
quanto detto e fatto da certi musulmani in nome della loro religione». Riesce
però difficile accettare che i jihadisti siano semplici
criminali senza nulla in comune con l’Islam. Certo, è fondamentale isolare gli
assassini dalla maggioranza dei musulmani pacifici e rispettosi della legge.
Tony Blair ha fatto molto in questo senso. Si può
solo essere d’accordo con quanto scritto sul Guardian
da Robin Cook: «Osama Bin Laden
non rappresenta l’Islam più di quanto il generale Mladic,
che comandò le forze serbe, non sia un modello di spirito cristiano ».
Abbastanza vero. Significa che l’ideologia di Osama Bin Laden
non ha niente a che vedere con l’Islam?
Esistono tante versioni
dell’Islam, come del Cristianesimo. Almeno, il Cristianesimo ha
istituzioni investite dell’autorità di decidere chi fa parte della Chiesa e chi
ne è fuori. L’Islam non ha una gerarchia di questo
tipo. Non ha Chiesa e i suoi religiosi agiscono spesso autonomamente. Certo
anche il Cristianesimo ha i suoi elementi autonomi, alcuni scapestrati, altri
violenti. I guardiani evangelici americani che aspettano il Regno di Dio dopo
che l’Apocalisse avrà spazzato via i peccatori, non saranno rappresentativi
ma sono cristiani. Dobbiamo tenerlo presente per comprenderne azioni e
motivazioni. Se Bin Laden o
gli assassini di Londra pretendono di agire nel nome del Profeta, vanno presi
in parola non come rappresentanti della maggioranza ma
come una estrema ramificazione che deve essere analizzata. Escludere qualsiasi
collegamento con la religione o l’Islam significa eludere il problema.
La ragione per la quale la Gran Bretagna è nel
mirino
della jihad non è la
politica di Blair, Israele o l’«imperialismo
americano» ma consiste nel fatto che viviamo nel mondo della jahilliya. Lo stesso vale per tutti i Paesi occidentali e
per quelli che non sono retti dalla legge islamica. Jahilliya,
l’epoca che precede il Profeta, è letteralmente lo stato dell’ignoranza ma significa anche «barbarie». A chi visse prima
del governo di Maometto si poteva perdonare la mancata
conoscenza dell’Islam ma per noi che viviamo oggi in un mondo corrotto,
licenzioso, perverso, idolatra, avido, senz’anima, selvaggio, non è così. Per
questo dobbiamo essere annientati. Poiché i governanti
laici delle società che si definiscono islamiche si sono lasciati contaminare
dal materialismo occidentale, la rivoluzione santa ha due obiettivi: abbattere
i governanti traditori e colpire l’origine della loro corruzione, l’Occidente.
Dato che molti governanti nel
mondo arabo sono corrotti e oppressivi, pare poco probabile che il
fervore rivoluzionario perda il suo slancio in mancanza di una positiva evoluzione politica nella regione. Oltre che
incoraggiare i liberali e allentare i legami con i dittatori arabi, non c’è
molto che i governi occidentali possano fare. La guerra in Iraq ha un duplice
significato. È, da un lato, una benvenuta inversione di tendenza rispetto
all’automatismo con il quale si accordava sostegno ai dittatori anticomunisti
del mondo non occidentale. I liberali arabi se ne rendono conto. Ha anche
infiammato, però, le passioni di quanti individuano nell’Occidente la fonte di
tutti i mali.
I jihadisti
«cresciuti in casa» non sono molto diversi dai giovani invasati delle sette
rivoluzionarie degli anni Settanta: la Rote Armee
Fraktion in Germania Ovest, l’Esercito Rosso
giapponese, le Brigate Rosse in Italia. Quelli combattevano gli spettri del
nazifascismo al quale i loro genitori non erano riusciti a resistere. Come i
moderni jihadisti, erano spesso disadattati che
bramavano di perdersi in una causa purificatrice e salvare il mondo dalla
corruzione, lanciandosi in atti di estrema violenza. Malgrado si considerassero marxisti (non rappresentativi,
naturalmente), avevano contatti con alcune delle stesse organizzazioni oggi
ancora coinvolte in fatti di terrorismo. Il denaro veniva
dall’Iran, dalla Libia e dalla Siria, all’addestramento provvedeva, tra
gli altri, l’Hezbollah.
Si possono rintracciare ulteriori parallelismi. Nel 1995, adepti del culto di Aum Shinrikyo
uccisero 12 pendolari giapponesi e ne ferirono oltre 2000, gasandoli nella
metropolitana di Tokio. Guidati da un guru mezzo cieco che predicava un misto
di buddismo, scintoismo e cristianesimo, erano, anche loro, puristi convinti
che il mondo fosse tanto corrotto dall’avidità e dal
degrado, che solo un’Apocalisse avrebbe permesso il compiersi dell’immacolata
utopia degli eletti. Lungi dal rappresentare gli oppressi, la maggior parte dei
seguaci di Aum aveva un alto
grado di istruzione, solitamente di tipo scientifico—ingegneri, chimici e
simili. Lo stesso valeva per alcuni degli attentatori delle Torri Gemelle.
C’è, tuttavia, una differenza
importante tra quei disperati rivoluzionari e i jihadisti
di oggi. Quelli erano nemici interni germogliati dal
cuore di società stabili. In più, erano i figli di una benestante borghesia. Il
loro obiettivo era l’annientamento del mondo dei genitori, il mondo che li aveva partoriti e allevati.
I sospetti attentatori di Londra
sono membri di minoranze vulnerabili, outsider
facili da isolare e bollare come estranei. Se il parallelismo tra i
rivoluzionari occidentali o giapponesi e il Medio Oriente poggia su ragioni
d’opportunità, il nesso tra immigrati musulmani in Europa e la jihad islamica è sostanziale; nel mondo immaginario degli
estremisti, la guerra santa predicata da fanatici religiosi, finanziata con
fondi sauditi e mediorientali, portata avanti da
convinti credenti, costituisce il nucleo dell’identità personale. Anche nel
caso in cui fosse solo una minuscola percentuale a
scegliere l’azione diretta, sta di fatto che ogni giorno, attraverso Internet e
altri mezzi di informazione, migliaia di giovani musulmani confusi si nutrono
di propaganda antioccidentale e antisemita.
È poco probabile che gli assassini
di Londra saranno gli ultimi della serie. È possibile che stiano per arrivarne
di peggiori. Sarà difficile contenere il fenomeno. Occorrerà tenere ben
presenti le libertà che i musulmani possono usare a proprio vantaggio. Il
conflitto potrà essere vinto solo a patto che i cittadini musulmani rispettosi
della legge in Gran Bretagna e in qualsiasi altro luogo siano
messi nelle condizioni di comprendere che queste libertà vanno anche a loro
beneficio e che vale la pena di difenderle. La sfiducia nei confronti del
diverso, soprattutto se il diverso si presenterà nei
panni di un seguace dell’Islam, è destinata a crescere con l’avanzare della
guerra santa. Se i crimini commessi da un minuscolo gruppo innescassero
violenze generali rivolte contro una minoranza molto più
ampia, il risultato del processo non sarebbe la vittoria della guerra santa ma
l’annientamento delle nostre società.
(Traduzione
di Maria Serena Natale)
Ian Buruma
Scrittore e professore di Diritti Umani al Bard College di New York
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