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Perché cresce l'odio
Repubblica - 27-01-2005
Esce a giorni la nuova edizione del libro "Il
razzismo spiegato a mia figlia"
Il mondo sembra non avere pace, e
accettare l´altro è diventato un più grave
problema Sette anni dopo il dialogo con Merièm un nuovo
capitolo sulle paure sociali Assimilare non è un´azione
positiva, è un modo di cancellare tutte le differenze Le
intolleranze sono varie e comprendono la paura dell´ebreo e
dell´arabo
Esce in questi giorni da Bompiani
un´edizione aggiornata del libro Il razzismo spiegato a mia
figlia. Anticipiamo qui parte del capitolo aggiunto.
Sette anni dopo il dialogo con
Merièm, che all´epoca aveva dieci anni, abbiamo
constatato, entrambi, che non solo il razzismo non è diminuito
ma che è stato banalizzato e in certi casi si è
aggravato. Abbiamo cercato di capire le sue nuove manifestazioni: la
crescita dell´antisemitismo e dell´islamofobia nelle
scuole e nei licei. Abbiamo anche cercato di spiegare cosa ha
ottenuto la legge sul laicismo.
- Papà, qual è la
differenza fra antiebraismo e antisemitismo?
- L´antisemitismo è
l´odio per tutti i popoli semiti. Gli ebrei e gli arabi sono
entrambi popoli semiti; tuttavia dopo la Shoah, dopo il genocidio in
cui cinque milioni di ebrei sono stati massacrati dai nazisti, questo
termine è stato
- Qual è la differenza fra
antiebraismo e razzismo?
- L´antiebraismo è una
forma specifica di razzismo, contro gli ebrei, emerso dopo la
tragedia che hanno vissuto, risultato di un´impresa mostruosa e
sistematica che ha fatto di loro un gruppo perseguitato, disprezzato
e poi annientato; questo particolare razzismo, dunque, si differenzia
dalle altre forme di razzismo. È una particolare declinazione
imposta dalla storia.
- E la giudeofobia?
- La giudeofobia è un
antiebraismo che, all´odio, aggiunge il timore e la paura; la
parola fobia significa "paura". La paura dell´ebreo
può essere espressa dalla diffidenza, dal sospetto, dal
disprezzo o anche dall´invidia; si manifesta con aggressioni
verbali o fisiche, insulti, bagarre, profanazioni delle tombe in cui
riposano gli ebrei, incendi di sinagoghe, ecc. Si tratta di una serie
di fenomeni emersi in questi ultimi tempi, soprattutto in certe
periferie e città note per l´elevato tasso di
delinquenza, in cui vivono giovani in debito scolastico, disoccupati,
analfabeti, talvolta abbandonati a se stessi. Come ha scritto la
filosofa Hannah Arendt: «Comprendere è guardare la
realtà in faccia con attenzione, senza idee pre-concette, e
resisterle se necessario, qualunque sia o possa essere questa
realtà». Bisogna fare lo sforzo, dunque, di comprendere.
- Perché ragazzi che non riescono a finire la scuola
dell´obbligo o che vivono in condizioni di disagio se la
prendono con gli ebrei?
- Perché intorno agli ebrei
persistono dei luoghi comuni, dei pregiudizi che, appena si dà
una crisi sociale o economica, li indicano come colpevoli e
responsabili. Ce la prendiamo con gli ebrei perché sono una
minoranza. Anche in Francia, dove pure sono circa settecentomila,
sono considerati come una minoranza, per quanto importante sul piano
storico e culturale. Inoltre, uno dei luoghi comuni più
diffusi su questa minoranza è che gli ebrei hanno successo in
tutto, controllano la finanza e i mezzi di comunicazione. Ciò
che si diceva di loro prima di Hitler in Germania, in Austria, in
Francia e in Polonia, si ripete anche oggi, settant´anni dopo.
Si sente di nuovo parlare dell´ «ebraismo che domina le
banche e i media», di «lobby ebraica che agisce dietro le
quinte del potere». I pregiudizi sono duraturi e finiscono per
diventare letali. L´antiebraismo razziale - l´odio
dell´ebreo in quanto ebreo - è una ideologia comparsa
nel XIX secolo. E persiste.
- Ma è solo un problema legato alla loro condizione di
minoranza.
- Ovviamente ci sono altri elementi
che spiegano questo montare dell´antiebraismo che, oltre a
essere storici, sono legati a questioni di politica internazionale.
Ma gli adolescenti che se la prendono con gli ebrei e li insultano
sono spesso essi stessi vittime di emarginazione e razzismo. Sono
soggetti malvisti, poco considerati da una parte della società.
Quando queste persone se la prendono con gli ebrei, lo fanno più
per invidia che per ragioni direttamente politiche. Rimproverano loro
di essere "ricchi e griffati". Allo stesso tempo, li
rimproverano di essere avari; da cui l´insulto: "tirchio
come un ebreo". Talvolta si tratta solo di banalità come
questa.
- Sì, ma gli ebrei e gli
arabi che qui sono in conflitto sono comunque tutti francesi!
- Aggiungo una cosa: il montare
dell´antiebraismo non emerge solo dal fatto che degli arabi,
fra cui molti giovani, di razza francese odi altre origini, anche non
arabe, spesso di ceti poco abbienti, partecipano a scontri di questo
tipo. Dobbiamo ricordare che i voti del Fronte Nazionale, partito che
ha banalizzato il razzismo in tutti i sensi, si mantengono intorno al
17 per cento nelle diverse elezioni.
- Sì, nei media, i giovani di origine maghrebina si
oppongono spesso agli ebrei. Si chiedono testimonianze a giovani
ebrei insultati da ragazzi arabi a scuola o per strada. Non si mostra
mai abbastanza ciò che succede sull´altro fronte, quello
dei non-ebrei.
- È vero che, generalmente,
si attribuiscono questi comportamenti ai giovani di origine
maghrebina; in realtà partecipano a questo antiebraismo anche
giovani antillani, africani o francesi di nascita. Talvolta si tratta
delle stesse persone che se la prendono con gli arabi e che li
incolpano di tutto ciò che non funziona nelle periferie. Il
razzismo non è selettivo. Per questo l´antiebraismo si
accompagna a un razzismo antiarabo, antinero?
- Come?
- Con un effetto contagio. Faccio un
esempio: nella notte tra il 19 e il 20 aprile 2004, sono state
segnate sul portale di una moschea di Strasburgo delle croci uncinate
con la scritta "morte agli arabi". Devi tenere presente una
cosa importante: sono stati gli europei a uccidere milioni di ebrei:
nazisti tedeschi, fascisti italiani, franchisti spagnoli, le milizie
francesi che collaboravano con gli occupanti tedeschi. Non sono gli
arabi i responsabili di questa orribile tragedia; dovrebbe essere una
ragione in più, per loro, per non cadere nell´antiebraismo.
(...)
- Ma l´opinione diffusa, nel mio liceo
per lo meno, è che gli arabi e gli ebrei non si amino. Da un
certo momento in poi, i due gruppi hanno interrotto i rapporti;
ognuno di loro si isola e si circonda di odio. Uno studente che
conosco diceva: «Perché gli arabi, che sono così
numerosi e che hanno diversi Stati, alcuni dei quali molto ricchi di
petrolio, non fanno spazio e accolgono i palestinesi, lasciando gli
ebrei in pace in Israele, che invece è un piccolissimo paese?»
- È una caricatura che non
tiene conto della storia, le cose non sono così semplici. Una
stessa terra è rivendicata da due popoli.
- Ma arabi ed ebrei si ignorano; non c´è traccia
di dialogo. Nel mio liceo ci sono pochi studenti arabi ma quelli
ebrei, che sono più numerosi, hanno la tendenza a stare solo
tra di loro e a non discutere con gli altri.
- Il tuo liceo non è
rappresentativo. Nella maggior parte dei quartieri della periferia di
Parigi e in alcune città di provincia, il numero di studenti
arabi è molto più alto di quello degli studenti ebrei.
Detto questo, si nota spesso che arabi ed ebrei non si rispettano e
non si conoscono veramente; certo, gli uni e gli altri sono francesi
ma hanno mantenuto profondi legami con le radici dei loro genitori o
dei loro nonni. Così un giovane francese di origine maghrebina
non si sente francese al cento per cento; i suoi genitori non hanno
scelto la nazionalità francese, conservano la speranza di
tornare a vivere nel paese che hanno lasciato. I loro figli, certo,
hanno fatto un´altra scelta (ma potevano fare diversamente?):
il loro paese è la Francia, ma questo non impedisce che si
sentano ancora maghrebini, arabi o berberi, e di conseguenza
coinvolti da ciò che succede nel mondo arabo e in particolare
in Palestina.
- Spiegami, papà, perché un giovane francese di
origine maghrebina non dovrebbe sentirsi francese al cento per cento.
- Perché non è stato
fatto niente, o quasi niente, perché egli diventasse
mentalmente, culturalmente, psicologicamente francese. La sua
integrazione è stata trascurata dalla società di questo
paese. Talvolta gli immigrati sono stati parcheggiati in città
di transito, altre volte in case popolari diventate ben presto
insalubri. Sono stati allontanati dai centri vitali. E questo ha
favorito lo sviluppo della delinquenza.
- Ti interrompo, papà, perché tu parli di
integrazione anche riferendoti a persone che sono nate qui, in
Francia. Non credi che si dovrebbe usare un´altra parola?
- Sì, hai ragione, si
dovrebbero usare le parole emancipazione, accettazione, inserimento
nel tessuto sociale, si dovrebbero dare a queste persone i mezzi per
emergere socialmente e culturalmente, ma la parola integrazione ha il
vantaggio di poter essere applicata in modo più generale,
anche nei casi di coloro che non sono nati in Francia e sono
diventati francesi col tempo.
- E la parola assimilazione?
- Assimilare non è un´azione
positiva, è un fare che consiste nell´inghiottire;
implica il cancellare le differenze. Queste persone non vengono più
considerate come straniere e si chiede loro di rinunciare a tutto ciò
che costituisce la loro particolarità. Gli si chiede di
abbandonare certe tradizioni e costumi, di integrarsi nel tessuto
sociale dimenticando e facendo dimenticare le proprie origini. Alcuni
cambiano nome perché queste origini non siano più
individuabili, altri si impegnano con grande zelo per avere
comportamenti e mentalità ricalcati su quelli della società
francese. Ma fino a che queste persone metteranno in discussione la
propria identità, si sentiranno a disagio - e il loro
inserimento sarà conflittuale.
TAHAR BEN JELLOUN
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