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Libertà e ragione l’unico passaporto

Lo scontro delle civiltà più pericoloso è negare le identità altrui deformando la propria. Per ammazzare i Tutsi si diceva alle reclute Hutu di dimenticare la comune origine africana e del Ruanda. Le scuole etniche o religiose che praticano l’odio si contrastano con un multiculturalismo fondato sulla libertà e la ragione. Così i bambini del futuro impareranno la comune storia delle civiltà

I fatti di violenza e le atrocità di questi ultimissimi anni hanno avviato un periodo non soltanto di conflitti spaventosi, ma anche di notevole confusione. La politica dello scontro globale viene spesso interpretata come corollario delle divisioni religiose o culturali del mondo. C’è la convinzione che la popolazione del pianeta possa essere divisa in categorie.

Categorie definite secondo un metodo di partizione al di sopra di tutto. Una visione a senso unico è un ottimo sistema per riuscire a non comprendere praticamente nessuno al mondo. Nelle nostre vite quotidiane, ci consideriamo membri di svariati gruppi. La stessa persona può essere cittadina britannica, originaria delle Indie Occidentali, d’ascendenza africana, musulmana, vegetariana, socialista, donna, amante del jazz, insegnante e matematica. Ciascuna di queste categorie le conferisce un'identità particolare; sta a lei decidere quale importanza relativa attribuire a ciascuna di queste affiliazioni, in ogni particolare contesto. Nella vita le responsabilità della scelta ragionata sono centrali.

Al contrario, la violenza è alimentata dal senso di priorità che viene data a una pretesa identità. Quando arruolavano gli Hutu per ammazzare i Tutsi, alle reclute potenziali veniva soltanto detto che erano Hutu («odiamo i Tutsi»), e non anche Kigaliani, Ruandesi, Africani ed esseri umani (identità che anche un Tutsi può condividere). Purtroppo, anche parecchi tentativi organizzati per fermare la violenza e il terrorismo hanno il difetto di una visione a senso unico. I tentativi di politicizzare l’Islam non sono venuti solo dai reclutatori di terroristi, maanche da quegli oppositori secondo cui l’identità islamica è l'unica identità di una persona musulmana. Questo ha davvero ingigantito il potere e la voce delle guide religiose, talvolta a spese della società civile.

I problemi globali hanno un effetto rilevante sulla politica interna della Gran Bretagna. Per molti versi, la Gran Bretagna ha avuto grandissimo successo nell’integrare persone di origini e retroterra differenti in confronto a certi altri Paesi europei. Le radici dell’integrazione possono essere trovate nei vari impegni per sostenere le opportunità e le libertà di tutti i residenti legali, immigrati come nativi. Il contributo forse più significativo, la cui importanza spesso non è sufficientemente riconosciuta, viene dalla concessione piena e immediata del diritto di voto a tutti i residenti britannici del Commonwealth, che costituiscono la maggior parte dell’immigrazione non-europea. Questa conquista è stata rafforzata da un trattamento largamente non discriminatorio nella sanità, nell’istruzione e nella sicurezza sociale: tutto ciò ha contribuito ad integrare piuttosto che a dividere.

Fin qui, tutto bene. Ma anche la Gran Bretagna è sempre più minacciata dal pericolo di una visione a senso unico, in particolare per quanto riguarda le religioni e le comunità. Una visione che sta guadagnando terreno anche nella politica ufficiale. Non si tratta di stabilire se il multiculturalismo sia andato «troppo oltre». Il punto è quale direzione debba prendere. Se cioè debba garantire alle persone la libertà di una scelta culturale invece di insistere sulla salvaguardia di un’identità definita dalla comunità religiosa di provenienza, ignorando tutte le altre priorità e affiliazioni.

L’attuale politica statale di promozione attiva delle nuove «scuole della fede» per bambini musulmani, hindu, sikh e anche cristiani non è problematica solo dal punto di vista educativo; incoraggia una percezione frammentata delle aspirazioni di vita dei nuovi cittadini inglesi. Molte tra queste nuove istituzioni sono state create proprio nel momento in cui l’importanza attribuita alla religione era diventata una delle principali fonti di violenza nel mondo. Si ripercorre una strada conosciuta dalla Gran Bretagna con la divisione tra Cattolici e Protestanti nell’Irlanda del Nord che fu causata anche da una scolarità segmentata.

Fa certamente bene il premier Tony Blair a notare che «in queste scuole c’è un senso fortissimo dell’etica e dei valori». Ma l’istruzione non consiste soltanto nel tenere i bambini, anche quelli molto piccoli, immersi in un’etica vecchia, ereditata. Consiste anche nell’aiutarli a sviluppare la capacità di ragionare sulle decisioni che dovranno prendere da adulti. Uno scopo ben più importante del raggiungimento di qualche parità stereotipata rispetto ai britannici.

Le azioni della gente sono influenzate da molte affiliazioni, non solo da quella religiosa. Per esempio, la separazione del Bangladesh dal Pakistan era collegata alla fedeltà manifestata alla lingua e alla letteratura bengalesi, assieme ad altre priorità laiche condivise da tutti gli schieramenti politici del Pakistan prima che il Paese fosse diviso. I musulmani del Bangladesh che vivono in Gran Bretagna o in qualsiasi altro posto possono benissimo essere orgogliosi della loro fede islamica, ma questa non offusca la dignità delle altre affiliazioni. Il multiculturalismo che pone l’accento su libertà e ragione va distinto dai «monoculturalismi plurimi» con rigida cementazione delle divisioni. Alle madrassa, le scuole religiose islamiche, può interessare poco il fatto che quando unmatematico moderno invoca un algoritmo per risolvere un problema di calcolo difficile, aiuta a commemorare il contributo laico del grande matematico musulmano del IX secolo Al-Khwarizmi, dal cui nome deriva quel termine («algebra» viene dal suo libro, Al Jabr wa-al-Muqabilah). Non esiste alcun motivo per cui i vecchi britannici, come i nuovi, non debbano celebrare questi grandi collegamenti. Il mondo non è una federazione di appartenenze etniche religiose. Né lo è, si spera, la Gran Bretagna.

(Traduzione di Laura Toschi)

Amartya Sen

03 dicembre 2005

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Documento/2005/12_Dicembre/01/sen.shtml

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