Nelle nostre aule manca la lettura integrale delle opere
De Rienzo Giorgio

La poesia e la scuola rappresentano per me un incubo dell' infanzia e insieme un rimpianto della maturità. Prima la leggerezza, poi le cose serie. Per chi è senza memoria, l' incubo è quello di mandare a mente una poesia per forza.
Ricordo, come un' ossessione, Sopra una conchiglia fossile di Zanella. Un conto era leggere quei versi tanto musicali a casa e sentirli dentro di sé quasi come una canzonetta. Un conto invece era dirli poi davanti ai compagni. E allora Zanella per me rimane soprattutto il viso, il portamento di una bambina bionda, di una Francesca sciolta e aggraziata nel recitare in classe. Eccola, compunta, a occhi bassi puntati sulla cattedra, cominciare. Quasi un sussurro: "Sul chiuso quaderno / Di vati famosi...". Fin lì forse ce l' avremmo fatta tutti. Ma quando arrivavano i versi centrali e Francesca, alzando gli occhi verso di noi, spingendo in avanti una spalla, intonava: "T' avanza, t' avanza / Divino straniero; / Conosci la stanza, / Che i fati ti diero...", allora si capiva bene che cosa volesse dire recitare! E la maestra infatti compiaciuta significava con lo sguardo che quella sì, era poesia. Che fosse poesia non ci poteva essere dubbio; da qui però a capire che cosa volessero dire quei versi, ce ne voleva. "T' avanza, t' avanza": vai avanti. D' accordo. Ma chi era quel "divino straniero"? Da dove veniva? E quella "stanza", cos' era mai? Credo che, per istinto, molti di quelli che hanno balbettato a mente, da bambini, questa Conchiglia abbiano cancellato per sempre il nome di Zanella.
Non vedo dunque di buon occhio il ritorno, nella scuola, delle poesie a memoria. Ma soprattutto mi dispiace sapere che nelle classi superiori si continuerà nell'abitudine scellerata di leggere la poesia solo per frammenti e che non si preveda neppure la lettura integrale di un solo testo.

È il peccato originale del nostro sistema d' istruzione, fermo a Croce e Gentile.

Faccio un solo esempio: la Commedia. Perché non far leggere interamente almeno l' Inferno?
Dante è visibilmente un personaggio nel poema. C' è un suo ritratto indimenticabile, nel II canto. È il ritratto di un uomo, che, mentre si accinge all' "alto passo", avverte la propria irrimediabile solitudine: perché si scopre "sol uno", mentre "lo giorno se n' andava, e l' aere bruno / toglieva li animai che sono in terra / da le fatiche loro". Ma è anche il ritratto di un uomo che precipita nel dubbio, che "disvuol ciò che volle", per poi dibattersi tra "virtù" e "viltade".
Assisteremo, lungo i trentaquattro canti dell' Inferno, a tutte le metamorfosi del personaggio. Ne conosceremo la faziosità e la durezza intransigente che si scatena nelle tante invettive politiche, fino a quella spietata del XXVI, dove Dante riempie di sé la scena, con tutta l' ingombranza del proprio "io", scagliandosi contro Firenze così tristemente famosa da essere conosciuta nel mondo intero, così corrotta da riempire del suo nome tutto l' inferno.
Tanto protagonismo fa parte certamente del personaggio di Dante, ma non ne esaurisce la vera fisionomia. Manca il suo spavento d' anima, che se è direttamente rappresentato si fa paura di maniera. Basterebbe pensare alla situazione che si verifica nel canto XVII: quando Dante e Virgilio si trovano di fronte al mostro Gerione. Virgilio, già in groppa al "fiero animale", esorta Dante a essere "forte e ardito". Ma il poeta, mentre sale, trema e si fa pallido: e una volta su, sente il bisogno infantile di abbracciare la sua guida, per protezione. Lo sgomento del pensiero è affidato con ben maggiore efficacia alle grandiose scenografie che lo spazio dell' Inferno propone. Alla macabra sfilata delle mutilazioni a cui si assiste nella nona bolgia. Alla pietosa scena d' immenso ospedale della bolgia successiva, con la moltitudine dei corpi languenti dalle membra marce, cascanti e fetide, con i mucchi di figure doloranti e sfinite. Ma il paesaggio infernale risulta ancora più orrendo nelle rappresentazioni stilizzate o nelle improvvise cancellazioni. Viene in mente il quadro spettrale della selva dei suicidi, come quello subito seguente della "landa desolata", dove giacciono i bestemmiatori. Viene in mente soprattutto il paesaggio del terzo cerchio, annullato nel quadro di un deserto popolato da suoni disumani, dove prende uno spropositato rilievo solo l' orribile presenza di Cerbero. La nota comune in queste figurazioni è quella di una negazione assoluta di umanità. E nella insistenza su una rappresentazione soltanto negativa si riverbera l' angoscia spirituale di Dante: insieme con l' indignazione morale, con l' irruenza dei giudizi.
Su tutto ciò la lettura di Dante nella scuola passa sopra, per fermarsi alle figure certo memorabili di Paolo e Francesca, di Farinata e Pier delle Vigne, di Ulisse e Ugolino. Si perde così l' occasione di scoprire, almeno nella prima cantica, il valore di viaggio e d' avventura del racconto: l' opportunità di seguirne, in altre parole, il filo narrativo. Perché attraverso questo viaggio si narra appunto l' avventura morale di Dante: si racconta cioè il suo spavento d' anima, per poi seguirne la redenzione.

Da CORRIERE DELLA SERA
venerdì, 6 febbraio, 2004
LETTERATURA POESIA
p. 036

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