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Laureati ma senza un impiego
Repubblica - 12-05-2006
I
dati dell'Istat (2001-2004) confermano la tendenza. Il 60 per cento non riesce
a trovare un impiego e va all'estero. Il Sud "maglia nera"
In aumento in Italia i disoccupati intellettuali, e cresce il numero di coloro
che sono disposti ad emigrare pur di mettere a frutto i propri studi. Alle
ricerche annuali che denunciano il fenomeno si affianca ora l'Istat, con
l'indagine campionaria (Inserimento professionale dei laureati: indagine 2004)
su oltre 25 mila soggetti laureatisi nel 2001. I fortunati che tre anni dopo
riescono a raggiungere il sospirato traguardo e svolgono un lavoro continuativo
iniziato dopo la laurea sono sempre meno: il 56,4 per cento del totale.
Secondo l'istituto nazionale di statistica nel 2004 i disoccupati ammontavano
al 14,5 per cento di coloro che avevano raggiunto, nel 2001, il titolo di
'dottore'.
Nel 2001 le cose andavano decisamente meglio. I dottori che erano riusciti ad
avere un impiego continuativo ammontavano al 63,2 per cento mentre quelli alla
ricerca di una attività più stabile, dopo avere studiato per anni, erano poco
più di 12 su 100. La restante parte lavorava già prima di laurearsi, si
arrangiava con lavoretti precari o non aveva nessun interesse a trovarne un impiego.
Sembra proprio che il titolo di studio che fino a vent'anni fa assicurava
l'inserimento nel mondo del lavoro stia perdendo efficacia. Nel dopoguerra chi
si laureava era certo di trovare lavoro, possibilmente anche prestigioso.
Trent'anni dopo le cose erano già cambiate, ma bastava impegnarsi un poco per
trovare un buon impiego. Oggi, invece, cresce il numero di giovani che si deve
accontentare di lavori stagionali o addirittura precari. E molti restano alla
ricerca di una sistemazione stabile per anni. Qualcosa - stima l'Istat - come
20 mila ragazzi che hanno tagliato il nastro della laurea nel 2001.
I numeri dell'Istat aiutano a capire le dimensioni del fenomeno. Indicativo, ad
esempio, il dato che mette in relazione il tipo di lavoro svolto e il titolo di
studio conseguito: un intervistato su tre dichiara che, nonostante la laurea,
il titolo non è necessario per la mansione svolta. E restano ancora le donne a
pagare il prezzo più alto della disoccupazione col 15,4 per cento in cerca di
lavoro a tre anni dalla laurea. Ma se ci si sposta al Sud i numeri diventano
davvero imbarazzanti: tasso di disoccupazione dei laureati, sempre nel 2004, al
30 per cento (quasi 5 punti in più rispetto al 2001) che sale al 37,2 per le
donne. Ai fini dell'inserimento nel mondo del lavoro non tutti i diplomi di
laurea sono uguali. I giovani ingegneri, con l'81,6 per cento già a lavoro,
soffrono meno degli altri, seguiti dai laureati del cosiddetto gruppo
chimico-farmaceutico. E a parte i medici, impegnati nella specializzazione post
laurea, le cose si complicano parecchio per i laureati del gruppo giuridico
(41,6 per cento con un lavoro continuativo iniziato dopo la laurea) e per
quelli di Scienze motorie, solo in 2 su 10 a lavoro. Ma qual è il modo più sicuro per trovare lavoro? Trenta su 100 giurano di avere inviato un curriculum
ai datori di lavoro, in 20 (seconda modalità in assoluto) non nascondono di
avere trovato lavoro per mezzo della conoscenza diretta del datore di lavoro
o per segnalazione di un parente o un conoscente. Sembra che la cosiddetta
raccomandazione sia ancora uno dei metodi di reclutamento preferiti in Italia,
visto la percentuale di coloro che hanno dichiarato di avere trovato un lavoro
'attraverso un ufficio o una agenzia di collocamento è bassissima: appena il 4
per cento.
Ma chi lavora è soddisfatto? E quanto guadagna? La maggior parte (88,7 per
cento) si dichiara 'molto o abbastanza soddisfattò del grado di autonomia
raggiunto. Meno, solo il 61,9 per cento, della paga mensile, che per 7 su 100
non arriva a 800 euro e per 4 su 10 non supera i 1.100 euro al mese. E i
disoccupati, a cosa aspirano? I più desiderano un lavoro dipendente e a tempo
pieno. E pur di lavorare sono disposti (quasi l'80 per cento) a cambiare città
spostandosi anche all'estero (38,2 per cento), se serve. La maggior parte di
loro (il 76 per cento) non pretende neppure stipendi da capogiro (tra i 1.100 e
i 1.500 euro al mese) e addirittura uno su 10 si accontenterebbe di guadagnare
meno di 800 euro.
SALVO INTRAVAIA
10 maggio 2006
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