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ITS alla prova

1. Al via 58 corsi in 16 Regioni

 

Con decenni di ritardo rispetto ad altri paesi, sta per nascere in Italia una fascia strutturata di istruzione tecnica superiore. Il nuovo piano operativo degli ITS, Istituti Tecnici Superiori, è stato presentato nei giorni scorsi a Roma in un affollato convegno dal ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini.

Saranno 58 gli ITS che da settembre 2011 partiranno con i corsi post-secondari. Lo sforzo organizzativo è stato rilevante: alla loro costituzione hanno infatti contribuito 16 Regioni, 110 Istituti tecnici e professionali, 200 imprese, 67 università e centri di ricerca, e altri 87 soggetti come le Camere di Commercio.

La novità più rilevante è costituita dal fatto che gli ITS non sono ‘istituti’ di tipo tradizionale. Dal punto di vista giuridico gli ITS sono ‘fondazioni di partecipazione’ (soggetto giuridico di natura privata ma con finalità di interesse pubblico) costituite da scuole, università e imprese che collaborano nella loro gestione attraverso l’integrazione di risorse pubbliche e private.

L’operazione va inquadrata nella più ampia strategia di rilancio dell’istruzione tecnica avviata dal governo Prodi nel biennio 2006-2008 e proseguita dall’attuale ministro con il forte sostegno di Confindustria. Non a caso Gelmini ha dichiarato che “oggi c’è un gap tra le richieste delle imprese che vogliono tecnici sempre più specializzati e i numeri che la scuola riesce a formare... Se da un lato vanno assecondate le inclinazioni dei ragazzi dall’altro va fatta un’opera di orientamento sui giovani e le loro famiglie per un cambio di mentalità che restituisca all’istruzione tecnica una reputazione che ne fotografi la reale importanza”. E ha richiamato il “dato allarmante fornito dall’Unioncamere secondo cui vi sono 110mila posti per lavoratori esperti in tecnologie non coperti”.

Potrà rispondere questa operazione alle esigenze delle imprese? Difficile dirlo perché se è certo (o almeno probabile) che vi sarà una maggiore corrispondenza tra i profili dei futuri diplomati ITS e i fabbisogni di competenze specialistiche delle imprese, è assai difficile che possa essere per questa via colmato il gap quantitativo tra domanda e offerta di posti di lavoro: i futuri superdiplomati saranno infatti una quota parte dei diplomati tecnici, e il gap dei 110.000 posti non coperti rischia di restare invariato, almeno nel medio termine. La prospettiva di una filiera più completa nel comparto dell’istruzione tecnica e professionale potrà attrarre nel tempo più ragazzi.

2. I precedenti lontani

 

Nel presentare l’identikit dei nuovi Istituti Tecnici Superiori Mariastella Gelmini li ha definiti  ‘scuole speciali di tecnologia’. Espressione forse non casuale, forse suggerita da qualche collaboratore del ministro esperto di legislazione scolastica, perché vi fu in effetti, alcuni decenni fa (l’attuale ministro non era ancora nato), un tentativo di avviare un modello sperimentale di istruzione tecnica superiore non universitaria in sette istituti tecnici (tra i quali il Molinari di Milano e il Malignani di Udine), e in quel caso si parlò proprio di ‘scuole speciali di tecnologia’.

I corsi furono istituiti con DPR “sulla proposta del Ministro Segretario di Stato per la pubblica istruzione, di concerto con i Ministri dell’interno e del tesoro” ed avviati nel 1969-70. Si trattò di una iniziativa importante, con aspetti innovativi e finalità lungimiranti, sostenuta da ben tre ministeri. Ma destinata a durare un solo anno, perché nel 1970 la Corte dei Conti bocciò il decreto con una motivazione tipicamente burocratica: l’incompetenza del MPI a rilasciare titoli al di là del diploma di maturità (era previsto il rilascio del diploma di “tecnologo”).

Eppure proprio in quegli anni, tra il 1960 e il 1970, molte erano state le iniziative intraprese in Europa per varare un sistema di formazione tecnica superiore applicata alternativo rispetto ai percorsi universitari. Ma mentre la Gran Bretagna varava i Politechnics, la Germania le Fachhochschulen, la Francia le STS (Sezioni Tecniche Superiori) nelle scuole e gli IUT nelle università (Istituti Universitari di Tecnologia, biennali), l’Italia vide arenarsi nel giro di un anno il suo tentativo di allinearsi al trend internazionale. A posteriori si può dire che fu sprecata una grande opportunità. C’è da fare i complimenti a quei solerti giudici della Corte dei Conti, anche se non si può certo far ricadere solo su di loro il gravissimo ritardo con il quale il nostro paese arriva a istituire questi segmento di istruzione superiore.

 TuttoscuolaNEWS  n. 492 - lunedì 30 maggio 2011

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