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E
l’intellettuale arabo rinunciò a scrivere
La
decisione di Sayyid al-Qimni, 58 anni, studioso impegnato nella riforma
dell’Islam
di Magdi Allam
«Grazie soltanto ad Allah, la preghiera e la pace all'ultimo
dei profeti. Sappi o miserabile, o apostata di nome Sayyid al-Qimni, che cinque
fratelli monoteisti, leoni della Jihad, sono stati arruolati per ucciderti.
Hanno giurato a Dio di acquisire le sue grazie tagliandoti la testa. Sono
determinati a farsi rimettere i loro peccati facendo scorrere il tuo sangue.
Ciò in ottemperanza all'ordine del supremo profeta: chi cambia la propria
religione uccidetelo ». Firmato: Gruppo della Jihad, Egitto.
La condanna a morte è arrivata per
posta elettronica al suo indirizzo e-mail personale elqemany@yahoo.com. Lui, al-Qimni,
58 anni, dottore in filosofia, è un intellettuale laico impegnato nella riforma
moderata dell’islam. La vera notizia è che al-Qimni, autore di decine di saggi
e firma prestigiosa del settimanale governativo Rose El Yossef, ha appena
annunciato il proprio «pentimento e dissociazione da tutte le blasfemie
scritte», nonché la decisione di «rinunciare alla scrittura definitivamente ».
«Ammetto che la morte, spezzando la mia penna, sarà una lenta agonia perché la
mia penna è la massima aspirazione della mia vita e dello spirito che respiro—
ha rivelato al sito liberale www. elaph.com — ma con questa decisione mi
resterà il tempo per accudire i miei figli». Nel loro comunicato i terroristi
del Gruppo della Jihad gli avevano dato un ultimatum di una settimana per
pentirsi.
Succede oggi in Egitto, retto da un regime formalmente
laico. La decisione di al- Qimni non è solo l’ammissione della sua impotenza a
fronteggiare il terrorismo islamico. E’ anche una denuncia di uno Stato che non
è in grado di difendere la vita di un libero pensatore. Così come accadde l’8
giugno del 1992 quando i terroristi della Gamaa al-Islamiya assassinarono al
Cairo l’intellettuale Farag Foda. In quell’occasione il più insigne teologo
islamico, Mohammad al-Ghazali, appartenente al movimento dei Fratelli
Musulmani, legittimò in tribunale l’attentato terroristico: «L’uccisione di
Farag Foda è stata di fatto l’esecuzione della punizione nei confronti di un
apostata che lo Stato non aveva attuato». Lo stesso al-Ghazali nel 1959 aveva
condannato di apostasia il premio Nobel per la Letteratura Naguib Mahfouz per il romanzo «Il rione dei ragazzi », condanna che ispirò il
tentativo di assassinare Mahfouz nel 1994.
Ma succede anche in Francia. Dove l’intellettuale laico
tunisino Lafif Lakhdar è stato condannato a morte da Rached al- Ghannouchi,
leader del movimento fuorilegge «Al Nahda», la sigla che rappresenta i Fratelli
Musulmani in Tunisia. Giurista e editorialista, Lakhdar è stato uno dei
promotori di un Appello al segretario generale dell’Onu per l’istituzione di un
Tribunale internazionale contro il terrorismo.
Da anni Lakhdar ripete che bisogna
«prosciugare
le fonti della cultura del martirio, ossia del suicidio e delle decapitazioni,
depurando i programmi scolastici dai concetti della guerra santa e del
martirio, insegnando la filosofia, i diritti dell’uomo, la storia comparata
delle religioni, la psicologia». Ebbene sapete da dove al-Ghannouchi ha emesso
la condanna a morte di Lakhdar? Da Londra, che gli ha concesso asilo politico
al pari di decine di predicatori dell’odio che hanno istigato migliaia di
militanti islamici di tutto il mondo alla guerra santa contro l’Occidente e
contro gli stessi musulmani moderati. E il risultato, tragico, lo si è visto lo
scorso 7 luglio con l’esordio di quattro kamikaze con cittadinanza britannica
che si sono fatti esplodere a Londra.
Una cultura della morte che è stata
denunciata
nell’ultimo commento scritto da al-Qimni sul numero di Rose El Yossef del 2
luglio scorso: «Quando gli israeliani uccidono anche un solo combattente
palestinese, esplode la rabbia e la protesta. Ma nessuno si smuove di fronte al
bagno di sangue di migliaia di innocenti in Iraq. I nostri giovani non hanno
mai protestato contro la banda di al-Zarqawi e chi la sostiene, mentre decapitano
degli innocenti. Continuiamo a ripetere che si tratta di un complotto americano
e alcuni di noi definiscono tutto ciò come "resistenza". Ma dove è
finito l’intelletto arabo? ». Si dovrebbe dire che è finito nella paura. Paura
del terrorismo islamico che massacra indiscriminatamente. Ma anche paura dei
governi musulmani e occidentali che lasciano mano libera ai predicatori
dell’odio e non difendono i musulmani laici e moderati che si battono per la
sacralità della vita di tutti.
18
luglio 2005 – www. corriere.it
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