1. L’identità italiana
L’integrazione
degli stranieri è tanto più difficile quanto più debole è l’identità culturale
della nazione che li ospita. E l’identità della nazione italiana non solo è
debole, ma rischia di indebolirsi ancora di più se la scuola non svolge il suo
compito, che nei confronti degli alunni stranieri è quello di “farli
partecipi della nostra lingua, della nostra storia, della nostra cultura:
principalmente nella scuola, che di tutto ciò deve, o meglio dovrebbe essere,
simbolo operante”.
Ancora
una volta Ernesto Galli della Loggia è tornato sulla sua nota tesi in un
editoriale pubblicato la scorsa settimana sul Corriere della Sera
(“L'integrazione non si fa così”), che prendeva lo spunto dalle polemiche
esplose dopo la decisione della scuola primaria romana “Carlo Pisacane” di
cambiare la propria denominazione con quella del pedagogista giapponese
Tsunesaburo Makiguchi, alle cui idee si ispiravano alcune azioni didattiche
realizzate nella scuola: un sintomo, sostiene Galli, del cedimento del nostro
Paese alle “mitologie internazional-mondialiste”, a scapito del consolidamento
dell’identità nazionale.
A caldo
il ministro Gelmini si è dichiarata totalmente d’accordo con l’articolo di
Galli della Loggia: “esprime il mio pensiero”, ha detto, ma intervenendo
su un’altra questione d’attualità – quella dell’insegnamento della lingua
veneta nelle scuole della regione Veneto, proposta dalla Lega – è sembrata meno
preoccupata di salvaguardare l’identità nazionale, che pure è strettamente
legata all’apprendimento della lingua italiana. In una lettera indirizzata al
quotidiano Il Gazzettino ha sostenuto che “i dialetti sono la base della
nostra cultura” e che “la spinta verso il futuro e la modernizzazione
non possono non essere accompagnate dalla valorizzazione della cultura ivi
compresa la lingua e il dialetto”. Una convinzione o un esercizio di
diplomazia politica verso la Lega?
2.
L’identità cristiana
Ci furono
grandi polemiche qualche anno fa, tra il 2003 e il 2004, quando in una delle
bozze della nuova Costituzione europea comparve nel preambolo il riferimento
alle “radici cristiane dell’Europa”. Polemiche alla fine liquidate dal
presidente francese Chirac con una dichiarazione perentoria: “Il mio
paese ha chiuso questo genere di querelles sulla laicità cento anni fa, non
vogliamo che si preferisca una religione ad un’altra in un testo costituzionale”.
Così il
riferimento scomparve, con il forte rammarico dell’allora pontefice Giovanni
Paolo II e di molti intellettuali e politici italiani, da Franco Frattini
(anche allora ministro degli Esteri) a Romano Prodi, presidente della
Commissione Europea.
Il tema è
stato ripreso la scorsa settimana dal ministro Gelmini in una sede ben disposta
ad accogliere le sue parole, quella della Pontificia Università Lateranense,
dove si svolgeva la presentazione del libro di Rino Fisichella “Identità
dissolta”. Parlando di identità (italiana) e di integrazione degli alunni stranieri
il ministro ha detto che “nel dibattito in corso si parla poco della nostra
identità e della difesa delle radici cristiane in Europa che rischiano la
dissoluzione. Questo tema non deve essere messo tra parentesi. Dobbiamo tutti
interrogarci su come difendere la nostra identità cristiana. Nessuno può dirsi
estraneo al dovere di ricordarci da dove veniamo”.
E perché
non ci fossero dubbi sul suo pensiero in materia ha aggiunto che
“l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche ha una forte
valenza nell’integrazione perché fa conoscere i nostri principi cristiani anche
a chi aderisce ad altre fedi religiose. Non è rinunciando ai nostri valori che
possiamo guardare con maggiore certezza al nostro futuro. Non dobbiamo
accettare l’annullamento della nostra identità”.
Nuove
polemiche in vista, tenuto conto che l’insegnamento della religione cattolica
non è più obbligatorio?
TuttoscuolaNEWS n. 394
- lunedì 25 maggio 2009