La voce del Fiani

 

Biogenetici & integrati

Nei loro libri più recenti due dei più importanti intellettuali della scena internazionale indagano le incognite che possono derivare dall'intreccio fra sviluppo scientifico e diritti della persona
di UMBERTO FOLENA

Nei loro libri più recenti due dei più importanti intellettuali della scena internazionale indagano le incognite che possono derivare dall'intreccio fra sviluppo scientifico e diritti della persona

Anziano ma lottatore. Filosofo combattente. Capace di argomentare a furor di logica, ma anche di esclamare: "È ripugnante". Questo è Jürgen Habermas, impegnato a mettere insieme in un mosaico armonico tessere "difficili" come libertà individuale e uguaglianza, tecnologia e democrazia. Generazione e genetica. Attenzione: Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale (Einaudi, pagine 126, euro 14) non se la prende con il liberismo tout court. Liberale è la genetica "regolata dalla legge della domanda e dell'offerta", che se lasciata a se stessa, alle proprie voglie, alle proprie convenienze, potrebbe innescare un "filone generazionale di azioni di cui nessuno sarà chiamato a rispondere".

Ma che cosa preoccupa Habermas? Lo preoccupa la disuguaglianza. Pur senza citare mai Dio, né forse "aver fede" in Lui, Habermas prova "ripugnanza e vertigine" nei confronti dell'uomo che ne prendesse il posto nella miscela casuale dei geni. Fino a proporre l'"eresia" di una moderna forma di censura: "Se la diagnosi di preimpianto e la sperimentazione sugli embrioni oltrepassano i limiti di una genetica negativa (cioè terapeutica) e clinica (cioè legata all'ipotetico consenso dell'interessato), esse vanno senz'altro vietate", perché "democraticamente incontrollabili".

Habermas non sembra amare l'espressione "ingegneria genetica". Preferisce parlare genericamente di tecnologie; o del futuribile - e ripugnante - "shopping in the genetic supermarket": "Queste tecnologie - annota nel "Poscritto" steso dopo l'11 settembre 2001, a cui dedica alcune pagine - produrranno senz'altro interferenze sconvolgenti nel nesso delle generazioni". Non così sembra ai "colleghi americani", sereni e tranquilli. "Questa percezione del problema, per nulla preoccupata, deriva da una fiducia ininterrotta nello sviluppo scientifico e tecnico, nonché dall'ottica di una tradizione liberale che risale a John Locke. La tutela delle libertà individuali delle persone giuridiche viene fatta valere contro le interferenze dello stato, mentre, nell'analisi di ogni nuova sfida, si sottolineano soprattutto le minacce portate alla libertà nelle relazioni che collegano verticalmente i membri privati della società al potere dello stato. Di fronte al pericolo principale di un'illecita invadenza del potere politico, passa in secondo piano la paura dell'abusivo potere sociale esercitabile da privati contro privati nella dimensione orizzontale delle loro relazioni".

Conclude sconsolato Habermas: "In questa prospettiva liberale diventa ovvio sottrarre alla normativa statale tutte le decisioni sul patrimonio genetico dei bambini, rimettendole semplicemente ai genitori". Il filosofo tedesco pensa soprattutto al bambino futuro: "La persona soggetta a trattamento prenatale viene a trovarsi in difficoltà, dopo aver saputo dell'intenzionale alterazione del suo patrimonio, a concepirsi come autonomo ed eguale membro di un'associazione di liberi ed eguali".

Che questi non siano i pensieri solitari di un filosofo perso nelle proprie "ripugnanze", ma l'espressione alta e colta di un comune sentire, può essere dimostrato con una sola citazione. La "traduzione popolare", nel linguaggio cinematografico, di questo libro di Habermas è, con straordinarie coincidenze di temi ed accenti, il film Gattaca, diretto cinque anni fa da Andrew Niccol ed interpretato da Ethan Hawke: in un futuro prossimo l'umanità è divisa in individui dal patrimonio genetico programmato, garantito e controllato, i "validi", e gli altri, i cosiddetti "figli di Dio", concepiti alla vecchia maniera casuale, i "non validi". La società di Gattaca è sana, sanissima; ma omologata, oppressiva e antidemocratica. In nome del liberismo, s'è trasformata in quanto di più illiberale si possa concepire.

Habermas probabilmente neppure ha sentito nominare il film, ma è come se l'avesse scritto lui.

Avvenire-8 NOVEMBRE 2002 in SWIF

Chiudi la pagina