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Una fede senza radici ecco il diavolo globale

Il fondamentalismo non nasce dallo scontro tra le civiltà, ma è l’effetto del loro indebolirsi. Quando religione e cultura si separano, la spiritualità diventa individualismo e la società un nemico da combattere. Ecco perché i «cristiani rinati» e i terroristi islamici sono entrambi figli del mondo globale

Il fondamentalismo è identificato dall’opinione pubblica europea con una cultura musulmana che rifiuterebbe d’occidentalizzarsi. Da qui l’espressione «scontro di civiltà » o «scontro di culture». Madi fatto il rinnovamento religioso, che sia sotto forma di fondamentalismo o di spiritualismo, è piuttosto la conseguenza della separazione tra religione e cultura, vale a dire della riformulazione dell’elemento religioso al di fuori della cultura, a motivo dell’indebolimento delle culture dette «tradizionali», sotto l’effetto della globalizzazione. Il fondamentalismo odierno, sia esso cristiano o islamico, esprime insomma una crisi della cultura dovuta alla globalizzazione e non la volontà di restaurare le culture originali.

Questo fondamentalismo si esprime attraverso forme moderne di religiosità che si trovano anche nel cristianesimo: centrale è il fenomeno del «born again», cioè dell’individuo che ritorna personalmente alla fede, rompendo con la religione tradizionale della famiglia e del suo ambiente sociale. La fede viene vissuta in maniera individuale: la società è considerata troppo secolare e quindi corruttrice e tutte le forme di chiese stabilite e d’autorità religiosa tradizionale sono guardate con diffidenza. Quando si pone la questione delle relazioni tra l’Islam e l’Occidente, l’importante non è il contenuto teologico dell’Islam (dal momento che esiste un dibattito tra i musulmani al riguardo), ma le pratiche religiose dei musulmani che, persino nelle forme fondamentaliste, sono molto più «occidentalizzate » di quanto non parrebbe.

Le forme di religiosità dell’Islam attuale si ritrovano più o meno nel cattolicesimo, nel protestantesimo e pure nel giudaismo. I credenti d’oggi mettono più l’accento su una fede personale e su un’esperienza spirituale individuale. Questi credenti «born again» ricostruiscono la loro identità riscoprendo la religione. Ma la crisi delle culture musulmane tradizionali non è soltanto una conseguenza dell’occidentalizzazione dei modi di consumo o dell’espansione dei valori e dei prodotti dell’Occidente. Essa è anche il risultato dell’attacco da parte del fondamentalismo islamico. Quando i talebani hanno preso il potere in Afghanistan nel 1996, hanno avuto inizialmente eccellenti relazioni con gli americani e dal 1996 al 1998 gli occidentali potevano viaggiare liberamente per il paese.

I talebani non combattevano la cultura occidentale, ma la cultura tradizionale afgana in tutte le sue forme( arte, giochi, musica, sport). Perché vietare di possedere canarini? Perché vietare gli aquiloni? La motivazione dei talebani era semplice: se il tuo uccello si mette a cantare durante la preghiera, ne sarai distratto e la tua preghiera sarà priva di valore. Se sei un buon musulmano, ricomincerai da capo, ma siccome non siamo sicuri che tu sia un buon musulmano, è più facile vietare il possesso di canarini che potrebbero mettere in pericolo la tua salvezza. Sarebbe un grave errore collegare le forme moderne di fondamentalismo ad uno scontro di civiltà.

I giovani non diventano fondamentalisti perché la civiltà occidentale ignora la cultura dei loro genitori, ma perché hanno perso questa cultura tradizionale, che d’altronde tendono a disprezzare. La religiosità dei fondamentalisti è individuale e generazionale; è una ribellione contro la religione dei genitori. Molte ragazze musulmane di seconda generazione in Europa portano il velo non sotto l’ingiunzione dei loro genitori, ma per affermare la loro individualità: non esitano d’altronde a riprendere slogan femministi del tipo «My body is my business», il mio corpo sono affari miei. Il fondamentalismo è contemporaneamente una conseguenza ed un fattore della globalizzazione perché, separando i segni distintivi religiosi (ad esempio lo halàl, cioè le condizioni che rendono un alimento religiosamente lecito) dalla cultura (vale a dire la cucina, marocchina o turca), rende possibile sintesi come il «fast food halàl», dove si vendono hamburger islamici.

La recente invenzione in Francia della «Mecca Cola» è un buon indice di questa riformulazione dell’elemento religioso in un campo culturale occidentalizzato, senza rapporto con le culture d’origine, proprio come il «rap islamico» che può essere tanto violento quanto il suo equivalente americano. Ma questi tratti comuni non spiegano comunque l’Islam politico e radicale. Perché i fondamentalisti islamici sono più implicati dei cristiani nella violenza politica? La cosa non è legata al Corano, ma al fatto che i radicalismi islamici si diffondono oggi in spazi di esclusione sociale o di tensioni politiche. I gruppi radicali reclutano oggi là dove l’estrema sinistra reclutava un tempo, ma l’imborghesimento dell’estrema sinistra, la presenza di una forte popolazione d’origine musulmana nei quartieri un tempo operai e anche il fatto che i movimenti «anti-imperialisti» interessino regioni musulmane, fanno sì che la rivolta contro l’ordine stabilito sia condotta in nome dell’Islam.

Molti giovani legati al movimento radicale, come Mohammad Atta, Zacharias Moussaoui e Kamel Daoudi, sono diventati «born again» ad Amburgo, Marsiglia, Londra e Montreal, non in Egitto o in Marocco (dove hanno rotto con le loro famiglie). I giovani radicali sono andati a combattere in Bosnia, in Cecenia, in Afghanistan o nel Kashmir piuttosto che nei loro Paesi d’origine, perché non considerano il Medio Oriente come il cuore di una civiltà musulmana assediata dai crociati. Vivono in un villaggio globale e non traggono la loro identità dalla loro origine geografica. Il fatto che il radicalismo islamico abbia rimpiazzato quello di estrema sinistra spiega il numero crescente di convertiti in tutte le reti radicali scoperte recentemente.

In occasione dell’inchiesta sull’attentato contro la moschea di Djerba in Tunisia la polizia francese ha arrestato un tedesco con nome polacco. Richard Reid, il terrorista che ha cercato di far saltare un aereo britannico, José Padilla, accusato di aver preparato un attentato con «bomba sporca» negli Stati Uniti e John Walker Lindh, il talebano americano, erano tutti dei convertiti. La sinistra radicale e violenta ha abbandonato oggi queste zone d’esclusione sociale. Se si considera la messa in scena sanguinaria del «processo» e dell’esecuzione degli ostaggi in Iraq come è praticata dal gruppo di al-Zarqawi, si può constatare che essa non viene da una qualunque tradizione islamica, ma dalla messa in scena inventata dalle Brigate rosse italiane al momento del rapimento e dell’assassinio dell’ex presidente del Consiglio Aldo Moro.

La barbarie si è ben mondializzata. La richiesta di movimenti di liberazione mitici, messianici e transnazionali resta la stessa, come il nemico: l’onnipotente imperialismo americano. Questi movimenti non sono il prodotto della storia del mondo occidentale o del Medio Oriente, ma della fusione di tutte le storie e della mondializzazione. Sono a casa loro in un mondo disorientato.

Oliver Roy

da www.corriere.it

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