Gentili, Carlo, La filosofia come genere letterario
Con scritti di Giulia Antinucci, Pierpaolo Ascari, Ivano Gorzanelli, Andrea Spreafico.

Prefazione di Sergio Givone.
Bologna, Pendragon, 2003,

Recensione di Massimo Piermarini - 8/9/2003

In una prospettiva radicalmente post-metafisica, la filosofia si avvicina sempre più alla letteratura, fin quasi a confondersi con essa. Carlo Gentili sostiene che la filosofia sia letteratura in prima istanza, alla radice. Il livellamento della differenza tra filosofia e letteratura - attuato nell'ultimo Heidegger - si compie, come ha segnalato Habermas, nella sostituzione della filosofia del linguaggio a quella del soggetto.

La forma estetica della filosofia è intrinseca alla filosofia stessa: contro ogni pregiudizio razionalistico, presente ad esempio in Baumgartner e nello Hegel storico della filosofia, pronti a porre la distinzione tra filosofia e letteratura in termini di differenza fra verità e opinione. In Nietzsche, la messa in discussione del concetto di verità apre la strada alla possibilità di una riconsiderazione del rapporto filosofia-letteratura. Con Nietzsche, il mondo vero diventa favola e la filosofia si riconcilia con la finzione. L'idea derridiana della scrittura come evento, fuori dall'ordine precostituito del Logos, diviene un punto fermo nella decostruzione del fondamento oggettivo della verità. Lo stile, cioè la forma specificatamente estetica, è il rostrum che decostruisce le pretese di verità del testo. "Pettinati contropelo", grazie al loro contenuto retorico, i testi contraddicono ciò che enunciano come "verità". Le stratificazioni di significato del testo scritto dicono sempre più o meno delle intenzioni dell'autore, aprono reti di significati e corridoi di senso che s'impongono da soli. Decostruire un testo significa analizzarlo retoricamente per farne emergere ogni riserva di senso. L'aspetto letterario di un testo non-letterario, in primo piano: come nel caso del romanzo di Se una notte d'inverno un viaggiatore di Calvino, studiato da Habermas, ove il libro scrive sé stesso. Sul testo di Calvino le conclusioni di Jauss si mostrano opposte a quelle di Habermas: il rapporto tra filosofia e letteratura si stabilisce sul concetto di lettura - un concetto che ha dignità filosofica.

I tre capitoli seguenti del volume costituiscono altrettanti saggi che verificano le ipotesi teoriche del primo. Il Proemio di Parmenide segna, all'alba della filosofia e fuori da ogni semplice allegorismo, l'inizio del "confronto costruttivo tra doxa e episteme (vera scienza) nel quale la doxa costituisce, pur se in negativo, un momento ineliminabile della conoscenza" (p. 51). La riflessione di Friedrich Schlegel sulla lingua, il mito e la filosofia - contenuta in Sulla lingua e la sapienza degli Indiani - viene ricostruita non per mero scrupolo storiografico, ma per prendere posizione contro certo riduzionismo della linguistica a mera disciplina scientifica. Gentili si cimenta in una disamina delle critiche rivolte da Timpanaro alle teorie teologico-romantiche di Schlegel in merito al rapporto tra il linguaggio, il pensiero e la poesia. L'ipotesi schlegeliana del sanscrito come "lingua originaria" viene apprezzata da Gentili per la sua "fecondità ermeneutica" (p. 67). Schlegel riconosce infatti la configurazione problematica dell'origine stessa della lingua, puntando alla cooriginarietà di intelletto e linguaggio, diversamente giustificati in Hamann e Herder (l'origine teologica del libro della natura come lingua divina nell'uno, la teoria della creatività del linguaggio umano nell'altro, che pone la sensibilità (Gefuhl) come termine medio tra pensiero e linguaggio). Attraverso un fitto e finissimo intreccio analitico e argomentativo, Gentili mostra la ricchezza della dottrina di Schlegel in rapporto agli sviluppi successivi della linguistica e, soprattutto, della filosofia di fine Ottocento. La stessa cogente relazione fra mitologia e linguaggio, istituita da Schlegel, rinvia ancora al carattere di "prodotto complesso" della mitologia. Nessuna interpretazione allegorica del mito sopporta tale complessità, rispettata soltanto dall'interpretazione tautegorica. Attraverso il rapporto con il mito, la poesia coglie la dimensione religiosa dell'uomo fuori dell'espressività insignificante o del gratuito gioco estetico. La poesia, secondo Schlegel, attenua e mitiga la ruvidezza delle favole nate dalla superstizione, e quest'azione di Milderung segna l'allontanamento e insieme la derivazione della civiltà dalle origini selvagge. La stessa idea di quel baratro che vive dentro la cultura, pur vòlta alla sua attenuazione, consente a Gentili di riconoscere in Schlegel il fautore di una concezione interamente ermeneutica della verità come farsi storico, che trova conseguente continuazione nell'opera di Nietzsche, scopritore, sulle orme di Hoelderlin, di una nuova concezione della grecità.

Lo stesso approccio metodologico guida Gentili nella lettura ermeneutica dell'Edipo re e delle Baccanti di Euripide, testi a partire dai quali s'impone la domanda intorno al 'genere' della tragedia e al suo stretto rapporto con la filosofia. L'interpretazione freudiana, incentrata sul complesso edipico, e la dura critica mossagli da Vernant, segnalano l'assenza di un'analisi delle specificità testuali della tragedia e delle sue categorie (ambiguità e rovesciamento). L'esperienza universale del tragico è, per Vernant, il conflitto tra piano umano e divino, con una natura umana che non governa tutto e risultati dell'azione umana che si ritorcono contro l'autore. Vernant stesso quindi non è conseguente con tale definizione, poiché in contrasto con i sostenitori dell'origine religiosa, dionisiaca della tragedia. L'autonomia estetica della tragedia è il cavallo di battaglia di Vernant, che punta alla forma d'arte politica in cui l'eroe tragico, appartenente al mondo dell'epos trascorso, diventa oggetto di un dibattito. Gentili riprende l'analisi del rapporto tra dionisismo e tragedia, a partire dall'Origine della tragedia di Nietzsche, indicando lo sfondo religioso innegabile dei dolori e della passione di Dioniso. All'origine della tragedia v'è l'abisso della sapienza distruttiva di Dioniso, dalla quale ci si salva con la 'forma' tragedia, che rimanda però sempre a quell'"inaccessibile altrove": la tragedia "richiama alla memoria nello stesso momento e con gli stessi mezzi con cui produce l'oblio" (p. 120).

L'analisi testuale delle Baccanti - opera intorno alla quale Gentili discute una ricca rassegna critica, che comprende Otto, Girard, Frazer, Murray, Dodds, Kerényi e Gadamer - conferma la necessità del passaggio dall'approccio critico-filologico a quello ermeneutico della tragedia. Le Baccanti rivestono un significato paradigmatico, rivelativo dello sfondo religioso della tragedia: Penteo è l'alter ego di Dioniso, la sua identificazione con Dioniso è il presupposto dell'incarnazione del dio nella vittima e rimanda al rituale dionisiaco dello sbranamento e dell'omofagia della vittima. Nella riflessione di Gadamer, l'affinità profonda fra rituale e opera d'arte definisce lo statuto ontologico di essa, quella di richiedere, nella sua stessa 'delimitazione' e 'chiusura' rispetto al mondo quotidiano, un'essenziale 'apertura'. Nella tragedia si compie il significato ontologico dell'opera d'arte, cioè lo sfondo religioso della concezione greca della ragione, intesa come contemplazione, che trova pieno riscontro nella Poetica di Aristotele, con la sua dottrina della compassione, del terrore e della catarsi.

Negli altri saggi compresi nel volume, la medesima costellazione di pensatori - da Hoelderlin a Nietzsche a Foucault, nei quali l'attività letteraria ha plasmato l'esperienza teoretica della verità, lacerandone lo statuto identitario e aprendo la possibilità di una filosofia-linguaggio e di un pensiero poetante - anima l'intreccio tra filosofia e letteratura. Una segnalazione particolare merita l'articolo di Ivano Gorzanelli che, nelle sue Note per la lettura dell'Empedocle di Hoelderlin,indica una cifra ermeneutica per comprendere, a partire dal Fondamento dell'Empedocle, l'ambiguità del personaggio-eroe Empedocle nella terza stesura dell'opera, sospeso fra nostalgia e negazione del passato che lo minaccia. L'esito catartico del sacrificio dell'eroe non colma la distanza fra natura e arte. Le potenze dell'aorgico e dell'organico, della natura e dell'arte sono eccitate, così come il contrasto tra Empedocle e il suo antagonista Manes, personaggio della tragedia, ma soprattutto della memoria di Empedocle e del suo rapporto col passato. Manes si presenta infatti al contempo intimo ed estraneo, anche per la lingua, alle vicende di Empedocle. È nella memoria che la tragedia trova il suo orizzonte di senso. Nel suo oscuro messaggio sembra che il signore del tempo operi per la conciliazione tra natura e arte (o città), che resta comunque lo spazio di un conflitto accentuato. L'idolo del tempo potrà, in quel particolare momento, rinunciare alla felicità (nella morte) e promuovere il riconoscimento degli uomini. Il conflitto verrà conciliato in un nuovo equilibrio, salvo poi proporsi su un nuovo piano. Il sacrificio non sta più al centro della vicenda. Non sarà il prezzo sufficiente per ottenere la verità del suo tempo. Costretto a ritornare su di sé, a ripensare al tempo che è finito, Empedocle opera questa 'rammemorazione' che segnala la separazione uomo-dio e lo riduce alla dimensione puramente umana di un mortale ebbro e, insieme, segna il percorso del ritorno a sé. Ne risulta una presa di distanza dalla coazione sacrificale e l'introduzione di un'istanza critica, rappresentata dall'antagonista Manes, nella tragedia. Il tragico, insomma, scaturisce nell'Empedocle non tanto dall'unificazione degli estremi, ma dalla loro azione reciproca, dopo che l'eroe la governa e l'annoda nella sua coscienza. Il conflitto, legato alla rammemorazione del passato, diventa così dialettica dei tempi storici, nella quale l'azione reciproca tra organico e aorgico si presenta sempre come particolare, superata dal principio che forma un mondo nuovo.

Su Hoelderlin, con risultati convincenti e un'analisi filologicamente accurata, si sofferma anche lo scritto di Giulia Antinucci: analizza il primo stasimo dell'Antigone del poeta, nel quale si riflette sulla potenza e la tracotanza dell'uomo, la cui tentazione di identificarsi col divino è incarnata da Antigone.

Il volume, risultato di un dialogo plurale, presenta nei vari saggi e contributi che lo compongono una forte unitarietà di impostazione, cui l'impianto ermeneutico, la generale direzione genealogica-nietzscheana e il rigoroso apparato critico-filologico conferiscono grande rilievo teoretico e notevole impegno di discussione critica intorno allo statuto della filosofia e dei suoi rapporti 'interni' con la dimensione estetica.

 

Indice

Prefazione di Sergio Givone
I La filosofia come genere letterario
II Il Proemio di Parmenide: un confronto tra poesia e filosofia sul tema dell'ermetismo
III Lingua, mito, filosofia nella Uber die Sprache und Wesheit der Indier di F. Schlegel
IV Tis pros Dyonyson?
V Alternative difettose. La diserzione della verità nel programma filosofico di M. Foucault di Pierpaolo Ascari
VI Raccontare il passato. Note per una lettura dell'Empedocle di Hoelderlin di Ivano Gorzanelli
VII La poesia filosofica di F. Hoelderlin. Analisi del Primo stasimo dell'"Antigone" di Giulia Antinucci
VIII Il ressentiment nietzscheano tra letteratura e scienze esatte di Andrea Spreafico

 

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L'autore

Carlo Gentili insegna Estetica all'Università di Bologna. Tra i suoi scritti: Nuova Fenomenologia Critica (Torino 1981), Poetica e mimesis (Modena 1984), Ermeneutica e metodica. Studi sulla metodologia del comprendere (Genova 1996), A partire da Nietzsche (Genova 1998), Nietzsche (Bologna 2001).
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