
Commozione alla Mostra per "11'09"01" sull'attacco alle Twin Towers
La pellicola è composta da undici episodi della stessa durata
Da Ken Loach ad Amos Gitai
per non dimenticare l'11 settembre
dal nostro inviato CLAUDIA MORGOGLIONE
VENEZIA - Il dolore di un superstite del regime cileno, che scrive ai parenti delle vittime delle Torri. Lo stupore dei bambini afgani, che non sanno nemmeno cos'è un grattacielo. L'ingenuità di alcuni ragazzini africani, che sperano di incassare la taglia su Osama Bin Laden. Il calvario di una famiglia musulmana newyorchese, col figlio considerato terrorista e invece eroe. E ancora immagini choc, come quelle della gente che si butta dalle Twin Towers; i continui parallelismi con la crisi mediorientale; la condanna della guerra (e della guerra santa in particolare) ovunque avvenga, da Srebrenica a Hiroshima.
C'è tutto questo, nel vero film evento della Mostra: si chiama 11'09''01 ed è diviso in undici diversi episodi, girati da undici registi di altrettanti paesi. Ciascun cortometraggio si compone, a sua volta, di 11 minuti, 9 secondi e un inquadratura: un modo di ricostruire la data degli attentati al World Trade Center, che il film (nei cinema dal giorno del primo anniversario) vuole ricordare.
Proiettata oggi fuori concorso, la pellicola ha convinto e a tratti emozionato la platea. Il più apprezzato è stato Ken Loach, visto che l'episodio del più militante tra i registi britannici viene applaudito per oltre due minuti: un'eternità, perfino in un Festival. Al centro della storia, la lettera che un cileno di mezza età scrive, da Londra, a parenti e amici delle vittime del World Trade Center: attraverso la voce narrante, e una serie di immagini d'epoca, l'uomo rievoca un altro 11 settembre, quello del 1973, in cui ci fu il colpo di Stato nel suo Paese.
Da qui le torture, le esecuzioni sommarie, le 30 mila vittime del regime di Pinochet. Con l'appoggio degli Stati Uniti. La lettera si conclude più o meno così: l'11 settembre 2002 noi ricorderemo i vostri morti, ma voi, per favore, ricordate anche i nostri. Una chiave simile a quella adottata, con toni più dolenti e meno polemici, dal bosniaco Danis Tanovic (Oscar per No man's land), che mostra una manifestazione delle donne reduci dal massacro di Srebrenica proprio nel giorno degli attentati a New York.
Un approccio che ha fatto centro presso gli spettatori. Meno apprezzato, invece, un altro episodio dichiaratamente militante, diretto dall'egiziano Youssef Chaine, basato su un dialogo immaginario del regista con due ragazzi: un soldato americano morto in un'autobomba il Libano, nel 1983, e un kamikaze autore dell'attentato. Ognuno dei due sostiene le proprie ragioni: alla fine, la responsabilità di tutto viene addebitata a Israele e Usa. Un punto di vista che ha alimentato le polemiche della vigilia, col Foglio di Giuliano Ferrara pronto a scagliarsi contro il presunto antiamericanismo della pellicola.
Certo, in tutta onestà va detto che il film, nel suo complesso, non è tenero con gli Stati Uniti. Soprattutto con la loro politica estera, giudicata aggressiva e imperialista. Come emerge, anche se in modo più sottile, anche dall'episodio dell'indiana Mira Nair (Leone d'oro 2001 con Monsoon wedding): ispirato a una storia vera, parla di un ragazzo pakistano, cittadino di New York, scomparso da casa il giorno degli attentati. Considerato per diverso tempo un terrorista, nel pieno dell'ondata antimusulmana, viene riabilitato quando si scopre che era morto eroicamente, per soccorrere i feriti al Wtc.
Sempre politica, anche se di segno diverso, negli undici minuti dell'israeliano Amos Gitai: al centro della storia un attentato kamikaze a Tel Aviv, dalle conseguenze non gravissime, compiuto proprio l'11 settembre. Con la giornalista tv presente sul posto insieme alla troupe a cui negano la diretta, a causa dell'inferno scoppiato a New York. Inferno mostrato con stile visivamente forte dal messicano Alejandro Gonzalez Inarritu, con le immagini della gente che si lascia cadere dai due grattacieli.
Atmosfere completamente diverse, invece, nei due episodi che hanno per protagonisti dei bambini. In quello dell'iraniana Samira Makhmalbaf, degli scolari afgani profughi in Iran non riescono a comprendere ciò che è successo a New York. In quello di Idrissa Ouedraogo, applauditissimo, alcuni ragazzini poveri del Burkina Faso credono di riconoscere in un uomo con la barba Osama Bin Laden, e cercano di catturarlo per incassare la taglia.
Ancora, interpretazioni intimiste nei prodotti di Sean Penn, unico americano coinvolto nel progetto, e del francese Claude Lelouch: entrambi contrappongono tragedia collettiva e dolore individuale. Nel primo caso, quello di un anziano che rimpiange la moglie morta; nel secondo, quello di una sordomuta che vive a un passo dalle Torri.
Unico nel suo genere, infine, il cortometraggio che conclude il film, girato da Shohei Imamura: ambientato durante la seconda guerra mondiale, in un Giappone appena ferito dalla bomba di Hiroshima, parla di un uomo che torna dal fronte trasformato, a causa dei traumi subìti, in una specie di serpente umano. Che striscia a terra, morde la gente, mangia i topi vivi. La conclusione dell'episodio è la chiusa perfetta dell'intera pellicola: "Le guerre sante non esistono".
Da Repubblica.it (5 settembre 2002)