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BRUNO GRAVAGNUOLO
I filosofi del Terzo Reich
Perché
Schmitt, Heidegger e Gadamer aderirono al nazismo? E quale fu
l'entità della loro «colpa»?
Il
giurista nazista avversato dalle Ss non era un difensore della
repubblica di Weimar ma un suo affossatore
Il
filosofo dell'Essere vide nella rivoluzione conservatrice una replica
alla tecnica
I
filosofi del nazismo. Enunciata così l'inerenza del soggetto
al predicato rischia di apparire grossolana, e di tributare troppo
onore culturale al Terzo Reich. Ancorché, inerenza e
appartenenza vi furono eccome. Così come colpa e
responsabilità. Benché ineguali. Ed è merito
grande di Karl Jaspers - filosofo che non si piegò - l'aver
enunciato un criterio generate per i tedeschi e per i soldati di ogni
totalitarismo: ciascuno deve chiedersi nell'intimo quanta parte di
colpa morale abbia avuto, nella generale colpa dell'insieme politico.
E tuttavia il dato imbarazzante di certe omissioni personali sul
piano dell'«agnizione di colpa», da parte dei filosofi in
questione, non ci autorizza a mettere tutti - e tutto nello stesso
sacco. Facendo di quelle filosofie e del nazismo un'endiadi ferrea e
senza increspature. Al contrario, se si guarda con cura dentro i due
termini si scoprono molte cose insospettate a prima vista.
Filisteismi, certo. Viltà, ma anche traviamenti autentici e
più nobili. E resistenze, Guerriglie teorico-accademiche.
Resipiscenze tardive, ma utilissime a capire dall'interno la tragedia
novecentesca. Alla luce di tutto questo sarà allora possibile
rovesciare la relazione filosofi/nazismo. Vera. Ma anche nel senso
che il nazismo li teneva in ostaggio, quei filosofi. Dopo averli
utilizzati e averne riscosso l'adesione.
Lasciamo
da parte le figure più corrive e propagandistiche, da Bäumler
a Rosenberg, mediocri ma non prive dì luce fosca. Come pure
gli ontologi, nicodemisti e disinteressati alla politica, come
Hartmann. E concentriamoci su tre figure: Schmitt, Heidegger,
Gadamer. Ovvio parlare subito dei primi due, che più degli
altri pretesero di parlare al nazismo dall'interno. Legittimandolo,
e proponendone una versione compatibile con la tradizione della
Kultur occidentale. Entro la quale il regime di Hitler diveniva per
Schimtt - enigma risolto delle costituzioni politiche. E in
parallelo - per Heidegger - involucro ideale e custodia politica del
nichilismo moderno della tecnica. Ma meno ovvio e più
inatteso è il richiamo a Gadamer. Sul quale si è
accesa una querelle negli Usa, ripresa in Germania dalla
Internationale Zeitschrift für Philosophie (ne scrive Angelo
Bolaffi su Micromega in uscita). Querelle che lo mette sotto accusa
per collusioni filosofiche col nazismo, malgrado l'elogio di Habermas
che lo aveva lodato per aver «urbanizzato la provincia
heideggeriana». Più in generale comunque, motivi
per riparlare di tutto questo sono due occasioni. Il convegno
su Carl Schmitt che si conclude oggi stesso all'Università
di Roma La Sapienza. Con Ernst Nolte, Giacomo Marramao, Alain
de Benoist, Pietro Grasso, Fulvio Lanchester. E una bella
edizione del famoso discorso rettorale di Heidegger del 1933
sull'Autoaffermazione dell'università tedesca (Il Melangolo, a
cura di Carlo Angelino, pagine 68, lire 18.000) del quale Karl Lowith
disse: «Chi lo ascolta non sa se alla fine deve prendere in
mano la silloge dei presocratici del Diels oppure marciare con le S.
A.».
Cominciamo
di qui. Dallo Heidegger che accetta di diventare Rettore su
pressione delle autorità accademiche, dopo che il suo
predecessore Möllendorf, su richiesta del Ministero nazista, era
stato costretto a lasciare l'incarico. Pochi dubbi, ad una prima
lettura. Heidegger aderisce all'imperativo di una «missione
spirituale che incalza il destino tedesco a forgiare la propria
storia». E «destino tedesco» ed «essenza
dell'Università» sono nella conferenza un tutt'uno.
Volere la scienza significa volere la missione attuale dei tedeschi,
«in quanto popolo giunto alla piena coscienza di sé nel
suo stato». E non serve ricordare che il 31 gennaio di
quell'anno c'era stata la presa di potere. Nondimeno, di là
della colpevole retorica, chiediamoci: qual è per Heidegger il
senso di quella missione? Eccolo: un problematico e insondabile
ritorno all'Inizio. Non l'inizio del Volk germanico. Bensì
quello del sapere greco. In quel punto in cui «l'uomo
occidentale fronteggia l'essente nella sua totalità e lo
comprende come l'essente che esso è». Curioso
linguaggio per le camicie brune. Per i notabili piccolo-borghesi del
regime in costruzione. E per certi corifei accademici e studenteschi
che, di lì a meno di un anno, costringeranno il filosofo a
dimettersi. Il paradosso sta nel fatto che Heidegger propugna un
primato «nazional-patriottico» della Germania e chiama al
servizio del lavoro, delle armi e del sapere. Ma per un obiettivo di
movimento alquanto misterioso che sfuggiva - se non a Löwith e a
Horkheimer suoi uditori a tutti gli altri astanti. E
l'obiettivo è un Inizio che sta dietro, e che pure «è
inscritto nel nostro futuro». Qualcosa di inaccessibile e
dileguante. Qualcosa che unifica le disparate scienze, riscattandole
dalla dispersione, come già aveva sognato Husserl. E che dà
senso all'impegno di un popolo particolare. Ma che ha a che fare
nientemeno che con l'Essere, e col rapporto tra l'esserci dell'ente
umano intramondano e il Destino. Irrazionalismo? Oracolarità?
Forse. Ma di tipo tutto particolare. Che non oscura un dato. E
cioè che Heidegger si «imbatte» nel nazismo
percorrendo una sua originalissima parabola. Quella che lo aveva
portato dall'analitica esistenziale di Essere e Tempo (1929)
all'ontologia negativa di quegli anni, e che fa corpo ormai con una
destructio integrale della metafisica occidentale. Disporsi «alla
remota ingiunzione dell'inizio», tramite la specificità
storica, geografica ed etnica di questo popolo, significa allora per
il filosofo custodire un problema: il senso della Verità come
non-nascondimento. In altri termini, significa addestrare il sapere
di un popolo alla custodia dell'Essere. E alla liberazione di
quell'Essere - misterioso e dileguante - dalla prepotenza
dell'«oggettivazione tecnica». Dalla potenza della
macchinazione tecnica. Per ripristinare una circolarità
pratico-contemplativa che - nel mito filosofico heideggeriano -
coincide con una natura liberata dalla teologia
cristiano-aristotelica e dall'imperialismo tecnico-matematico
occidentale. Ma quale natura? Una natura presocratica e fluida. Di
cui i greci, malgrado le deiezioni platoniche, conservavano per
Heidegger una percezione profonda, sintonica. Ecco perché,
proprio in questa chiave, Fascismo e Nazismo, come annuncia il
discorso del 1933, rappresenteranno (almeno sino al 1936) un
«contromovimento» del nichilismo occidentale. Una sua
«terapia».
Senonché,
nel 1939-41, dopo il Nietzsche, e per influsso «a contrario»
di Junger, questa persuasione si rovescerà nel suo opposto.
Il nazifascismo, e segnatamente l'idea di razza (Heidegger non vi
fece mai ricorso, se non criticamente) diventano il culmine della
«potenza che vuole se stessa sino all'annientamento». E
cioè Machenshaft che provoca devastazione, coercizione,
crudeltà. Qui il distacco di Heidegger dal nazismo - dimesso
a forza dal Rettorato nel 1934 per non aver voluto nominare i
«decani» voluti dal regime - è ormai palese e
semipubblico, sebbene il filosofo coinvolga nella diagnosi della
catastrofe anche democrazia, socialismo e comunismo. In conclusione,
percorso ambiguo ma suo modo coerente. E non disgiunto in seguito da
quella autoassolutoria «mancanza» di colpa di cui si
diceva all'inizio.
E
Schmitt? Legittimò la presa di potere come epilogo necessario
della Repubblica di Weimar. Non perché di Weimar fosse un
difensore, come assurdamente dichiarava ieri Ernst Nolte a Gnoli e
Volpi su Repubblica. Ma perché il futuro presidente dei
giuristi nazional-socialisti vedeva nella democrazia di massa
un'energia autodistruttiva destinata a rovesciarsi in dittatura, e
fin dal tempo del giacobinismo. Nello Schmitt di Stato, movimento e
popolo il Führer - ex articolo 48 weimariano sui pieni poteri -
diviene il vero custode degli ordinamenti, capace di conciliare la
norma e l'eccezione. All'insegna del pilastro che dà senso a
tutto l'ordito plebiscitario: la decisione che fonda la volontà
sovrana. E dopo la crisi dello stato di diritto, paralizzato dai
conflitti, dalle ideologie, dai partiti, e dal parlamentarismo.
Schmitt
usò a suo modo il concetto di razza. Facendone il contenuto
etico-biologico dello Stato, contro «L'universalismo
illuminista di Hegel». Ma ciò non bastò a
salvarlo dall'attacco delle Ss nel 1936, anno in cui la rivista
Schwartz Korps gli intimò il silenzio. Motivo: la difesa
dell'autonomia delle sfere amministrative pubbliche. Le cui
procedure impersonali il giurista conservatore voleva preservare
dall'arbitrio. E però resta lo Schmitt del dopoguerra:
l'intuizione dello stato post-nazionale, anglosassone e transmarino.
Che egli profeticamente vide incarnato negli Usa, all'insegna
dell'universalismo della tecnica. Infine Gadamer, giovane
heideggeriano negli anni trenta. Qui le accuse non reggono. A parte
tracce semantiche dello Heidegger rettorale (decisione, vigilanza,
servizio) in uno scritto su Platone del 1934, ci sono le tirate
anti-illuministiche di una conferenza del 1941 nella Parigi occupata.
«Contro un «umanesimo troppo individualistico». E
in lode di Herder, profeta di una «vita völkish che
acquista in Germania nuova profondità e nuova forza».
Espressioni banali, più che disdicevoli. Di maniera. Piccola
chincaglieria romantico-organicista. E troppo flebili, per ammantare
il futuro maestro dell'Ermeneutica di un alone di Colpa tragica. Come
nel caso di Heidegger e Schmitt.
L'Unità-27
NOVEMBRE 2001 - in SWIF
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