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Sicurezza globale Da un lato i radicali che riescono a varcare le frontiere in cerca di asilo; dall'altra i giovani emarginati facile preda dell'estremismo. Un analista americano fa il ritratto dei jihadisti che minacciano l'Occidente

Come l'Europa fa crescere i terroristi

I modelli liberali del Continente hanno fallito nell'integrazione dei musulmani. Ora subiscono la rivolta della seconda generazione

I l Pentagono è in guerra nel Medio Oriente per cercare di fermare gli attentati contro gli Stati Uniti. E anche se Fox News e CNN sono preoccupate che i terroristi riescano a entrare nel Paese attraverso i confini con il Messico nascondendosi tra gli immigranti illegali, il crescente incubo dei funzionari del Department of Homeland Security sono le persone munite di passaporto, ovvero quei mujahidin che non hanno bisogno di visto poiché provengono dai Paesi dell'Europa Occidentale alleati dell'America.

Le reti jihadiste si estendono in Europa dalla Polonia al Portogallo, grazie alla diffusione dell'islamismo radicale tra i discendenti dei lavoratori ospiti, reclutati in passato per favorire il miracolo economico europeo del dopoguerra. In caffè pieni di fumo di Rotterdam e Copenaghen, nei luoghi di preghiera improvvisati di Amburgo e Bruxelles, nelle bancarelle islamiche di Birmingham e del «Londonistan» (il quartiere pakistano di Londra), nelle prigioni di Madrid, Milano e Marsiglia, gli immigrati o i loro discendenti divengono volontari del jihad contro l'Occidente. Fu un musulmano olandese di origini marocchine, nato in Europa e cittadino europeo, che lo scorso novembre ad Amsterdam uccise il regista Theo van Gogh. Uno studio del Nixon Center su 373 mujahidin in Europa Occidentale e America del Nord tra il 1993 e il 2004 ha mostrato che i cittadini francesi erano più del doppio dei sauditi, e che c'erano più inglesi che sudanesi, yemeniti, cittadini degli Emirati Arabi, libanesi o libici. Un buon quarto dei jihadisti elencati erano di nazionalità europea e potevano quindi entrare negli Stati Uniti senza visto.

L'immigrazione di massa dei musulmani in Europa fu una conseguenza non desiderata del bisogno di manodopera nel dopoguerra. Appoggiati da politici bendisposti e giudici favorevoli, i lavoratori stranieri, che avrebbero dovuto soggiornare temporaneamente in un Paese europeo, beneficiarono di programmi di riunificazione delle famiglie e vi si stabilirono definitivamente. Ondate successive di immigrati crearono una marea di discendenti. Oggi i musulmani costituiscono la maggioranza degli immigrati in molti Paesi europei come il Belgio, la Francia, la Germania e l'Olanda, e la più grande componente della popolazione immigrata in Inghilterra.

È difficile stabilirne il numero esatto perché i censimenti occidentali raramente chiedono agli interessati quale sia la loro religione. Ma si stima che attualmente vi siano dai quindici ai venti milioni di musulmani che considerano l'Europa casa loro e che costituiscono dal 4 al 5 per cento della popolazione totale (negli Stati Uniti i musulmani non superano probabilmente i 3 milioni, rappresentando meno del 2 per cento della popolazione totale). La Francia ha la componente maggiore di musulmani (dal 7 al 10 per cento della popolazione totale), seguita da Olanda, Germania, Danimarca, Svezia, Inghilterra e Italia. A causa della continua immigrazione e dell'alto tasso di natalità, il National Intelligence Council prevede che la popolazione musulmana in Europa raddoppierà entro il 2025.

A differenza dei musulmani americani, entrati in un Paese enorme costruito sull'immigrazione, quelli arrivati in Europa Occidentale cominciarono ad affluire solo dopo la Seconda guerra mondiale, insediandosi in nazioni piccole e culturalmente omogenee. Per molti Stati questo afflusso era un fenomeno nuovo, e spesso male accettato, mentre gli immigrati nordafricani rimanevano tenacemente attaccati alle loro culture di origine. Quindi, a differenza dei musulmani americani, sparsi geograficamente, disomogenei dal punto di vista etnico e di solito agiati, quelli europei si raccolgono in squallide enclave con i loro compatrioti: gli algerini in Francia, i marocchini in Spagna, i turchi in Germania, i pachistani in Inghilterra.

In linea di massima, nell'Europa Occidentale ci sono due tipi di jihadisti. Chiamiamoli «esterni » e «interni». Gli esterni vengono da fuori, sono di solito persone in cerca d'asilo o studenti che hanno ottenuto rifugio nella liberale Europa in seguito a provvedimenti anti-fondamentalisti in Medio Oriente. Tra costoro ci sono imam radicali, spesso stipendiati dall'Arabia Saudita, che aprono le loro moschee ai reclutatori di terroristi e svolgono la funzione di messaggeri o padri spirituali nella rete del jihad. Una volta che costoro riescono a entrare in uno dei Paesi dell'Ue, aprono la porta a tutti gli altri. Sono assistiti da residenti legali o illegali, come i negozianti, commercianti e piccoli criminali responsabili delle bombe di Madrid.
Molti di questi «esterni» di prima generazione emigrano in Europa espressamente per portarvi il jihad. Nella mitologia islamica la migrazione è legata in modo archetipico alla conquista. Perseguitato nella Mecca idolatra, il profeta Maometto pronunciò nel 622 d.C. un anatema contro i capi della città e portò i suoi seguaci a Medina. Là creò un esercito con cui conquistò la Mecca nel 630 d.C., istituendovi la legge islamica. Oggi, nella mente dei mujahidin in Europa, il Medio Oriente in generale rappresenta la Mecca idolatra perché, negli anni Novanta, diversi governi della regione hanno represso l'avanzata islamista. L'Europa potrebbe essere vista come una specie di Medina, dove vengono reclutate truppe per la riconquista della Terra Santa, a cominciare dall'Iraq.

Gli «interni» sono invece un gruppo di cittadini emarginati, figli di seconda o terza generazione di immigrati, nati e cresciuto nel liberalismo europeo. Sono giovani disoccupati delle periferie di Marsiglia, Lione e Parigi o delle ex città industriali come Bradford e Leicester. Sono l'ultima, e più pericolosa, incarnazione di uno dei capisaldi della letteratura sull'immigrazione, la rivolta della seconda generazione. Sono anche drammatici esempi di quel che si potrebbe chiamare «assimilazione avversaria»: integrazione nella cultura avversaria del paese che li ospita. Dopo l'11 settembre il reclutamento di Al Qaeda sembra essersi strategicamente concentrato sulla seconda generazione. E se gli arruolatori del jihad a volte trovano orecchie attente nei bassifondi, tra bande di delinquenti o nelle carceri, oggi è più probabile che segnino punti nei campus universitari, nelle scuole d'élite e perfino nelle scuole medie.

Anche se per alcuni europei le bombe di Madrid sono state un evento epocale paragonabile agli attacchi dell'11 settembre negli Stati Uniti, coloro che la pensano in questo modo rappresentano solo una minoranza, soprattutto tra i politici. Ma quel che gli americani considerano scarso fervore da parte degli europei si spiega con il fatto che gli attacchi dell'11 settembre non sono avvenuti in Europa, e per un lungo periodo nel continente il terrorismo si era limitato ad autobombe e ordigni esplosivi nei bidoni della spazzatura. Nel Vecchio continente il terrorismo è ancora visto come un problema di criminalità, non il presupposto per una guerra. Inoltre alcuni funzionari europei credono che politiche acquiescenti verso il Medio Oriente possano offrire una protezione. E in effetti, Bin Laden ha attaccato selettivamente gli alleati degli Stati Uniti nella guerra irachena, risparmiando gli Stati che sono rimasti fuori del conflitto.

Con qualche eccezione, le autorità europee rifuggono dunque dalle misure legislative e di sicurezza piuttosto energiche adottate dagli Stati Uniti. Preferiscono limitarsi alla sorveglianza e ai tradizionali procedimenti giudiziari invece di lanciarsi in una «guerra al terrorismo» stile americano, mobilitando l'esercito, creando centri speciali di detenzione, rafforzando i sistemi di sicurezza ai confini, rendendo obbligatori passaporti con banda magnetica, espellendo i predicatori dell'odio e appesantendo le pene notoriamente lievi dei condannati per terrorismo. L'incapacità della Germania di condannare i cospiratori degli attacchi dell'11 settembre fa pensare che i cittadini europei, al di fuori della Francia e ora forse dell'Olanda, non sono pronti per una guerra al terrorismo.

Un jihadista può così attraversare l'Europa senza grandi controlli. Anche se viene notato, può cambiare il nome o attraversare un confine, contando su norme burocratiche e legali antiquate. Dopo le bombe di Madrid, un funzionario di medio livello è stato incaricato di coordinare le legislature europee contro il terrorismo e uniformare le misure dell'Ue relative alla sicurezza. Ma spesso ha solo una funzione di mediatore in mezzo al guazzabuglio dei codici dei 25 Stati membri. La reazione degli olandesi all'assassinio di Van Gogh, la reazione degli inglesi all'abuso dell'asilo politico da parte di jihadisti e la reazione dei francesi per l'uso del velo fa pensare che il multiculturalismo degli europei abbia cominciato ad entrare in conflitto con il liberalismo, il diritto alla privacy con la sicurezza nazionale. Il multiculturalismo una volta era il marchio del liberalismo culturale europeo, che il giornalista inglese John O'Sullivan definì come «libertà da noiosi costumi morali tradizionali e da restrizioni culturali». Ma quando si ha la sensazione che il multiculturalismo copra il terrorismo, il liberalismo non può che dissociarsi. In Francia, Olanda, Inghilterra e fino a un certo punto anche in Germania, dove la tolleranza religiosa è arrivata al punto da permettere alla cellula di Amburgo di trasformare dei luoghi di preghiera in luoghi di guerra senza che la polizia intervenisse, tra liberalismo e multiculturalismo si sta aprendo una breccia.

Tuttavia non è ancora affatto chiaro se misure politiche calate dall'alto possano funzionare senza che si verifichino decisivi mutamenti negli atteggiamenti sociali. I musulmani possono diventare europei senza che l'Europa apra loro i suoi circoli politici e sociali? Finora sembra che l'assimilazionismo assoluto abbia fallito in Francia, ma la stessa cosa è accaduta per la segregazione in Germania e il multiculturalismo in Olanda e in Inghilterra. Può esserci un'altra via? I francesi hanno vietato di indossare il velo nelle scuole pubbliche; i tedeschi lo vietano agli impiegati pubblici. Gli inglesi se ne compiacciono. Gli americani lo tollerano. Poiché gli Stati Uniti hanno precedenti relativamente più felici di integrazione degli immigrati, ci si potrebbe chiedere se il metodo misto degli americani — separare la religione dalla politica senza porre un muro tra di esse, aiutare gli immigrati ad adattarsi un po' alla volta ma lasciar loro una relativa autonomia culturale — non possa ispirare gli europei a tracciare un nuovo corso tra un multiculturalismo sempre più pericoloso e un puro laicismo che allontana i musulmani e altri credenti. Una cosa è certa: se non altro per la lotta contro il terrorismo, l'Europa ha bisogno di attuare una politica di integrazione che funzioni. Ma ciò non si verificherà da un giorno all'altro.

Anzi, la spaccatura tra il liberalismo e il multiculturalismo si sta allargando proprio nel momento in cui nel continente sta avvenendo il più ampio spostamento di popolazioni da quando le tribù asiatiche vennero spinte a occidente nel primo millennio della cristianità. L'immigrazione tocca chiaramente un nervo scoperto della sicurezza nazionale, ma pone anche questioni di natura economica e demografica: per esempio, come affrontare il problema di una popolazione che sta invecchiando in modo evidente; come mantenere una coesione sociale quando il cristianesimo è in crisi e il laicismo e l'islamismo sono, invece, in crescita; se l'Unione europea debba esercitare la sovranità al di là dei confini e della cittadinanza; e che cosa significherebbe per l'Ue l'annessione della Turchia con i suoi 70 milioni di musulmani. Inoltre, i mujahidin europei non sono una minaccia solo per il Vecchio Mondo, ma costituiscono un pericolo immediato anche per gli Stati Uniti.

Il New York Times ha dato notizia che Bin Laden ha demandato l'organizzazione del prossimo spettacolare attacco agli Stati Uniti a un nucleo organizzativo esterno. Vi sono buone probabilità che si trovi in Europa e impieghi cittadini europei. I Paesi europei di solito accordano la cittadinanza agli immigrati nati sul loro suolo, e così i potenziali jihadisti hanno diritto ad un passaporto europeo, che permette loro di entrare negli Stati Uniti senza visto e senza un colloquio. I membri della cellula di Amburgo che ha diretto gli attacchi dell'11 settembre arrivarono in volo dall'Europa e furono trattati dal Dipartimento di Stato come viaggiatori che usufruiscono del Visa Waiver Program (VWP).

Bisogna allora abolire il VWP, come chiedono alcuni membri del Congresso? No di certo. Il Dipartimento di Stato sta già cercando di introdurre misure più severe sul controllo dei visti, misure che implicano interviste più lunghe, più personale e maggiori attese. Abolire il VWP comporterebbe pesanti costi burocratici e diplomatici e irriterebbe gli amici europei rimasti agli Stati Uniti. Gli Usa dovrebbero, piuttosto, aggiornare i criteri usati nella selezione periodica dei Paesi che possono rientrare nel VWP, studiare i metodi di reclutamento dei terroristi e valutare di conseguenza le procedure nel controllo dei passaporti. Questi controlli potrebbero utilizzare unità operative create in collaborazione con gli europei. Insieme, le autorità statunitensi ed europee dovrebbero insistere che le linee aeree chiedano ai viaggiatori transatlantici diretti in America di dare le informazioni sul passaporto quando comprano il biglietto. Questa misura darebbe al nuovo National Targeting Center americano il tempo di controllare coloro che aspirano ad entrare negli Stati Uniti senza ritardare la partenza del volo. E ai banconi del check-in dovrebbero stazionare dei funzionari che fermino i sospetti.

I muhajidin europei mettono in pericolo tutto il mondo occidentale. La collaborazione nel tenere a bada il rancore dei musulmani, o almeno nel tenere lontani dagli aerei diretti negli Stati Uniti i jihadisti europei, potrebbe contribuire a riconciliare alleati che si sono allontanati. Un pericolo e un interesse condivisi dovrebbero impegnare media, politici e pubblico da entrambi i lati dell'Atlantico. Concentrarsi sui pericoli comuni e sulle soluzioni potrebbe essere un elemento di parziale conforto per gli europei e gli americani dopo i recenti disaccordi.

Robert S. Leiken
Direttore dell'Immigration and National Security Program del Nixon Center

14 luglio 2005- Documento

http://www.corriere.it/

 

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