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La voce debole di Bruxelles

Galileo news - 24-01-2006

Schiacciata fra l'esigenza di guardare ai propri interessi economici e quella di sanare la ferita aperta nei rapporti con gli Stati Uniti dallo strappo sulla guerra in Iraq, l'Europa nel 2005 ha mostrato tutta la sua debolezza in fatto di rispetto dei diritti umani. È la triste considerazione che si evince dalle 544 pagine del Rapporto 2006 dello Human Rights Watch, l'organizzazione statunitense che monitora ogni anno il comportamento di più di 60 nazioni, e che sottolinea "la continua tendenza a subordinare i diritti umani ai diversi interessi economici e politici".

Diversi sono gli esempi portati a dimostrazione. L'ambivalenza nei confronti della Russia è il primo: il comportamento delle forze militari russe in Cecenia è stato più volte stigmatizzato dall'Unione Europea nel suo insieme, ma poi la questione energetica e altri interessi di tipo politico-economico hanno fatto si che il primo ministro Tony Blair, il presidente Chirac e l'ex cancelliere Schroeder si siano affrettati a proclamare la loro vicinanza e amicizia con il presidente Putin. In particolare, si legge nel documento, il cancelliere tedesco, che ha incontrato il presidente russo 37 volte negli anni del suo incarico, non ha mai fatto riferimenti pubblici alla questione del rispetto dei diritti umani in Russia.

Un atteggiamento che ha caratterizzato anche i rapporti dei paesi membri dell'Ue nei confronti della Cina. Francia e Germania, per esempio, all'inizio del 2005 hanno esercitato pressioni affinché cadesse l'embargo sulle armi entrato in vigore dopo il massacro di piazza Tiananmen. L'opposizione, tra gli altri, di Stati Uniti, Cecoslovacchia, Danimarca, Finlandia, Olanda, Polonia e Svezia hanno fatto si che ciò non accadesse. In realtà il nuovo cancelliere Angela Merkel è tornata sui passi del suo predecessore e si è detta contraria alla caduta dell'embargo. È innegabile comunque che quando si tratta di fare affari con il colosso cinese, i governi europei stentano a ricordarsi della palese e continua negazione di alcuni dei diritti umani fondamentali perpetuata in Cina. Ancora: nel 2005 Schroeder ha visitato l'Arabia Saudita senza menzionare la questione dei diritti umani, mentre, per non trovarsi nell'imbarazzo, Blair ci è andato clandestinamente.

Nel Rapporto ci sono però anche delle note positive sull'Europa. Prima fra tutte la pressione esercitata sulla Turchia in cambio della possibilità di entrare a far parte dell'Unione. "Tuttavia", scrive Kenneth Roth, direttore generale di Hrw nell'introduzione, "quando si tratta di situazioni che non riguardano direttamente l'Unione la sua azione è meno graffiante, e manca di usare lo strumento degli accordi di cooperazione per ottenere miglioramenti sul fronte dei diritti umani in quelle nazioni che beneficiano dell'assistenza europea". Per esempio quelle del Medio Oriente o Nord-Africa. Gli accordi fra Egitto e Unione Europea hanno come premessa "il rispetto dei diritti umani e dei principi democratici". Ma da quando sono entrati in vigore nel giugno 2004 nessuna voce si è alzata per far notare che questa premessa non è rispettata.

Angola, Etiopia, Ruanda e Uganda sono altri esempi della politica ambivalente dell'Unione: da una parte si denuncia, dall'altra non si usano i mezzi a propria disposizione per cercare di cambiare la situazione. A bloccare l'azione dei paesi membri è la loro frammentarietà: la mancanza di una politica estera comune, e comunque di una voce unitaria che la rappresenti. Tanto più accentuata dopo il fallimento in Francia del referendum sulla Costituzione.

Unico esempio contrario è quello dell'azione nei confronti dell'Uzbekistan: a ottobre scorso l'Ue ha parzialmente sospeso i suoi rapporti commerciali e di cooperazione con la ex Repubblica sovietica a causa del rifiuto del presidente Karimov di autorizzare un'inchiesta internazionale sul massacro di Andijan. Infine lo Human Rights Watch segnala anche l'azione di Italia, Germania e Svezia nei confronti della Cia accusata di aver prelevato dai territori di queste nazioni presunti terroristi per portarli in Egitto o Afghanistan.

Ma come si comportano gli europei a casa loro? Il Rapporto mette il dito sulla piaga dei rifugiati e dei migranti. Le leggi internazionali in materia prevedono che i governi garantiscano a chi richiede asilo di non dover ritornare in condizioni di persecuzione. Ora, però, alcune nazioni europee hanno stretto accordi per contenere i flussi migratori con paesi vicini dove i diritti umani non sono tutelati alla stregua del Vecchio Continente. Le violazioni, cioè, non vengono esercitate sul proprio territorio ma in qualche modo si avalla il fatto che avvengano oltre confine. In Libia, con cui l'Italia ha firmato un accordo, per esempio, l'asilo politico non esiste per legge.

Letizia Gabaglio

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