La voce del Fiani

Quel "politeismo dei valori" dietro l’imperativo categorico

C’è un’attualità dell’etica kantiana: un intero filone della filosofia morale contemporanea, da John Rawls a Karl Otto Apel, a Jürgen Habermas, può legittimamente definirsi d’ispirazione kantiana.

Una definizione che cela le differenze tra i singoli pensatori; nondimeno, costante in loro è l’affermazione, di origine kantiana, che l’etica per essere tale è "deontologica" - la moralità è valutata non in termini di risultati, ma di osservanza categorica di determinati principi formali che antepongono il giusto al bene. E questi principi sono fondamenti dell’agire morale quando superano il "test dell’universalizzabilità", test anch’esso di matrice kantiana: il principio dell’azione è morale solo se è universalizzabile per tutti gli esseri umani; una tesi che può ben definirsi la traduzione secolarizzata della prima delle formulazioni dell’imperativo categorico: "opera in modo che la tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di una legislazione universale".

Ma l’interesse dell’etica kantiana può ridursi a queste pur importanti attualizzazioni, o in essa v’è un coté metafisico-teologico, non meno interessante?

Si pensi al costitutivo dualismo, d’origine platonica, della filosofia kantiana: fenomeno-noumeno, ragion pura-ragion pratica, sensibilità-intelligibile…

Questo dualismo è un limite di Kant, o possiamo sorprendervi la scoperta di una condizione trascendentale dell’uomo, il suo esser tale proprio perché vive in un’irrisolta tensione tra essere e dover essere? Il proprio dell’umano, in quanto agire razionale secondo un fine disinteressato, nasce perché sperimenta in sé una scissione tra la costrizione della sua natura fisica e la possibilità di trascendere questa finitezza, pur nella consapevolezza che questo trascendimento è un ideale regolativo e mai permetterà di accedere ad un’impossibile purezza terrestre, aborrita da Kant in quanto forma di fanatismo morale. Una scissione che per Kant aveva la sua ragion d’essere nel "male radicale": al fondo delle azioni malvagie v’è una tendenza ontologica dell’uomo al male, che infetta la sua condotta.

Una teoria che sconcertò non pochi (ad es. Goethe) e che, pur al centro del dibattito teologico, pare dimenticata nell’odierna riflessione morale. Di qui la più paradossale delle affermazioni kantiane: perché si possa parlare di eticità dobbiamo postulare una libertà dell’uomo inconoscibile empiricamente. Una libertà noumenica, non di questo mondo, sottratta alle leggi fisiche, eppur necessaria in questo stesso mondo. Un paradosso, ma non è paradossale l’intera morale kantiana? In questo sta, forse, la sua più profonda classicità. Devo agire come se fossi libero, pur nella consapevolezza che è una libertà postulata, al pari dell’idea che orienta la mia azione, il Sommo Bene. Non che non si possa parlare di questi postulati, osserva Kant, ma di essi abbiamo una conoscenza non empirica, simbolica: fatta per approssimazioni metaforiche, per simboli, con i quali cerchiamo di dare un valore a ciò che costitutivamente ci sfugge e tuttavia sperimentiamo come necessario per il nostro riconoscerci razionali.

Certo, una distanza incolmabile ci separa da Kant, e su di essa ha richiamato l’attenzione Max Weber.

Da un lato, se Kant poteva parlare dell’imperativo categorico, del "tu devi incondizionato", come di un "fatto" scolpito nella ragione di ogni uomo, oggi, confitti in ognuno di noi sono una pluralità di imperativi morali, spesso in contraddizione tra loro, al punto che Weber ha potuto parlare di un politeismo dei valori, che rende incerta ogni nostra decisione. Dall’altro lato l’"etica della convinzione" kantiana, assolutizzando il momento dell’intenzione, rischia di mettere capo a soluzioni opposte a quelle cercate, non tenendo conto dei contesti nei quali accade la scelta morale: emblematico il dovere di dire sempre la verità, che può a volte sortire effetti indesiderati. Decidere in senso morale, significa mettere in conto che all’interno di noi stessi coabitano una pluralità di valori che non possono essere scelti senza che alcuni di essi, pur legittimi, debbano soccombere a favore di altri. Basti qui il rimando ai drammatici rompicapo che dilaniano il campo della bioetica.

Ma la scoperta kantiana che il cosmo della vita morale è costitutivamente scisso, e soggetto ad inaspettate eterogenesi dei fini (come nel caso del fanatismo morale), non era la prefigurazione di questo trovarci gettati in un mondo conflittuale, ove ogni nostra decisione implica la "responsabilità" di una scelta universale, e quindi tragica?

In Kant il tragico stava nel postulare l’idea di Dio in un orizzonte categoriale che, pur vietandone una dimostrabilità, ne richiedeva la presenza a garanzia della vita morale. In noi oggi il tragico ritorna nella postulazione di una libertà dove la responsablità diviene cura per il mio prossimo, presente e futuro. Un prossimo che, ammoniva Kant, debbo trattare come un fine e mai come un mezzo: nel "carattere intelligibile", intrinseco ad ogni essere umano, sta la cifra del trascendente. Ebbene, non sta nella custodia di questo "carattere intelligibile" la sfida più urgente del presente, quando all’orizzonte si profilano scenari ove sempre più gli umani sono ridotti a "mezzi" della Tecnica e della sperimentazione scientifica? Spesso assistiamo ad uno strano fenomeno: quel che è ritenuto etico, perché riconosciuto vantaggioso dalla maggioranza, alla luce del criterio kantiano dell’universalizzabilità risulta immorale perché intacca il diritto di uno solo dei nostri consimili.

Un esempio che mostra come non possiamo non dirci kantiani, se vogliamo essere moralmente maggiorenni. Quasi Kant, la sua critica, fosse il pungolo che può destarci dal rischio dei sonni dogmatici, in un tempo dove il cielo stellato sopra di noi si è oscurato, e la norma morale in noi si è fatta problematica.

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