La voce del Fiani

 

GLI APPROFONDIMENTI RECENTI PIù IMPORTANTI NEL PENSIERO DI LéVINAS E DERIDDA

Responsabilità, genesi di un concetto

Il concetto di responsabilità nasce nel contesto del pensiero moderno, in ambito politico – il primo a parlarne è Alessandro Hamilton nel "Federalist" in espressioni come ‘governo responsabile’ o ‘responsabilità del governo’ – e da qui trapassa poi alla filosofia, dove ritrova ampio impiego nell’odierna riflessione morale in modo particolare per qualificare un modo di formulare il problema etico (indicato, per l’appunto, come etica della responsabilità) in opposizione – o, comunque, in alternativa – ad un’altra prospettiva indicata come ‘etica della convinzione’ (Max Weber).

L’etica della responsabilità ha trovato un convinto sostenitore in Hans Jonas, secondo il quale è possibile conferire alla responsabilità il carattere di un autentico ‘principio ecologico’ , in forza del quale ciascuno di noi è in qualche modo ‘obbligato’ anche verso le generazioni future (coloro che non sono ancora nati) ed addirittura verso l’intero ambito della biosfera.

In tempi più recenti, gli approfondimenti più rilevanti dell’etica della responsabilità possono essere ritrovati nel pensiero francese contemporaneo, soprattutto nelle opere di Emmanuel Lévinas e di Jacques Derrida, i quali hanno messo a fuoco le difficoltà di ordine teorico e i paradossi insiti nella nozione stessa di responsabilità.

La prima questione è quella di non far coincidere strettamente il concetto di responsabilità con quello di origine giuridica di ‘imputabilità’. Alla base, infatti, dell’impostazione giuridica della responsabilità, sussiste un presupposto di carattere teoretico, che deve essere esplicitato. Tale assunzione può essere descritta nei termini di una rigorosa corrispondenza fra due aspetti o lati, tale per cui sussiste la possibilità di commisurare le conseguenze rispetto alle azioni, di ritenere cioè che le conseguenze non soltanto siano originate, generate, dalle azioni, ma siano simmetricamente corrispondenti ad esse.

A fondamento della concezione etico-giuridica della responsabilità funziona insomma una logica della corrispondenza, della simmetria che riproduce quella stessa logica della retribuzione che è reperibile nell’ambito del diritto penale, per quanto riguarda la relazione fra colpa e pena. L’idea che ciascuna colpa, in quanto tale, esiga una pena ad essa proporzionalmente corrispondente, e che dunque nessuna colpa possa essere lasciata senza un’adeguata retribuzione in termini di pena, scaturisce dall’indebita persistenza di presupposti di carattere mitologico-religioso proprio in un campo, quale è quello del diritto penale, che dovrebbe viceversa essere totalmente privo di condizionamenti extragiuridici.

Concependo la pena come corrispettivo della colpa, si finisce infatti per attribuire ad essa la funzione di una condotta di annullamento, capace di lavare la macchia della colpa, e di ripristinare l’integrità dell’ordine vulnerato da colui che si sia reso responsabile di una violazione. Per questa via, il binomio colpa-pena denuncia la sua diretta derivazione dalla coppia peccato-castigo, rivelando dunque la sopravvivenza di un’impostazione generale di stampo religioso in ambito giuridico. Difatti, la relazione di proporzionalità fra colpa e pena si regge soltanto se si accetta che la pena possa funzionare come espiazione, vale a dire soltanto a condizione di assumerla come qualcosa che sia intrinsecamente capace di cancellare il reato e dunque di reintegrare l’ordine. Soltanto alla condizione che alla pena-espiazione venga attribuita la stessa funzione attribuita alla purificazione in ambito religioso. La conclusione di tale paradosso mette in evidenza l’esistenza di un’aporia insormontabile a fondamento del diritto penale. L’equivalenza posta fra colpa e pena non testimonia affatto, come pure si vorrebbe credere, l’assunzione di un criterio massimamente razionale, rigorosamente proporzionalistico, di tipo calcolistico-matematico, ma esattamente al contrario manifesta la condivisione di un presupposto razionalmente infondato, o almeno indimostrabile, giustificabile solo in un contesto di carattere religioso od in una prospettiva mitologica.

Come ha dimostrato Paul Ricoeur, già nella dottrina paolina della ‘sovrabbondanza’, descritta nell’"Epistola ai Romani", la presunta razionalità della pena quale equo ‘salario’ del peccato si rivela in effetti molto meno convincente di quanto ci si potrebbe aspettare, dal momento che tale ipotetica razionalità si fonda sulla corrispondenza fra due elementi – il peccato ed il castigo ovvero, in termini giuridici, il crimine e la punizione – che sono invece palesemente eterogenei.

Su tali temi è uscita di recente una importante silloge a cura di Bruna Giacobini, "Il problema responsabilità", (Padova, Clueb, 2004, pp. 388), con contributi di Umberto Curi, Fabio Erigenti, Marco Piazza, Beatrice Centi, Barbara Scapolo, Gaetano Rametta, Anabella D’Atri, Daniela Lunardelli, Mara Merletti Bertolini, Mario Vergani, Carmine Di Martino, Maurizio Di Bartolo, Alessandro Tessari, Silvia Collutto. In un testo apparso originariamente nel 1999, "Donner la mort", Jacques Derrida sottolinea che alla base della nozione di responsabilità vi è un’aporia. Essa deriva dal fatto che si subordina la responsabilità all’oggettività del sapere, il che comporta l’annullamento della stessa responsabilità. Un’aporia, quella fra il sapere e l’agire, che tende a radicalizzarsi sempre di più e che solo Abramo, in quanto padre della fede, porta a compiuta soluzione.

Dal riferimento alla paradigmatica vicenda di Abramo, Derrida fa scaturire una conseguenza fondamentale: il segreto della responsabilità consiste nell’ospitare in sé un nocciolo di irresponsabilità.

L'avanti-29 SETTEMBRE 2004 , editoriale - in SWIF

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