La voce del Fiani

Studi all'estero per avvicinare sempre di più i giovani all'Ue

Ciampi: "Erasmus esteso anche ai liceali"

Lo scorso anno 800 ragazzi delle superiori sono andati nelle scuole straniere. Bruxelles: nel 2007 triplichermo i fondi

ROMA - Partire a vent’anni per studiare in un’università straniera: vivere a Parigi, Londra, Madrid. Viverci, non passarci un weekend e via. Imparare davvero una lingua, non sui libri ma nella vita di tutti i giorni. Divertirsi. Farsi nuovi amici. Arricchire il proprio curriculum. E, senza accorgersene, costruire un pezzo della nuova Europa. Dal 1987 ad oggi sono stati 1 milione e 250 mila gli universitari europei che hanno partecipato a Erasmus, il progetto che consente di studiare per almeno tre mesi in un altro Stato dell’Unione. Un formidabile canale di integrazione che l’Italia sfrutta meno degli altri grandi Paesi. E che il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, vuole estendere anche alle scuole superiori. Per ora siamo al fai da te: ogni anno i ragazzi delle superiori che vanno a studiare all’estero sono circa 800.

ESTENSIONE - Quello dello studio all’estero è un vecchio pallino del presidente. Ne aveva già parlato due fa anni sulla scalinata dell’Altare della Patria nel giorno di apertura delle scuole. Ieri è tornato sull’argomento durante l’incontro al Quirinale con il presidente portoghese Jorge Sampaio. I due capi di Stato, in una dichiarazione congiunta, hanno chiesto di "porre sempre più saldamente al centro del progetto politico europeo i giovani". E hanno indicato proprio negli scambi universitari una delle strade possibili "facendo leva sul successo dei progetti di formazione comune: estendendo il programma Erasmus anche alle scuole superiori".

UNIONE EUROPEA - Anche Bruxelles è convinta che questa sia la strada da seguire: dal 2007 i fondi per Erasmus saranno triplicati. In modo che l’Europa costruita dal basso, con l’integrazione fra i cittadini dei diversi Stati membri, dia sostanza all’Europa costruita dall’alto, con l’allargamento a Est e la Costituzione firmata a Roma dieci giorni fa. Ma fino a che punto Erasmus è un successo in Italia? Il numero dei ragazzi che ogni anno parte verso le università straniere è in crescita: dai 220 pionieri del 1987 siamo passati ai 15.225 del 2002/2003. Eppure rispetto ai grandi Paesi europei siamo indietro: sempre nel 2002/2003 sono partiti 18.200 spagnoli, 18.500 tedeschi e 19.500 francesi. Dietro di noi, fra i grandi, ci sono solo i britannici (10.500) con il loro orrore per le lingue straniere. I problemi sono due. Il primo è quello dei soldi: la borsa di studio di circa 150 euro messa a disposizione dall’Unione Europea viene integrata dalla singole università e in media quelle italiane aggiungono meno di quelle straniere. Il secondo è la voglia di partire: per ogni bando resta non assegnato in media il 10% dei posti. Tanti preferiscono non andar via per non correre il rischio (in realtà minimo) di restare indietro con gli esami.

SCUOLE - Al momento non esiste un vero progetto di scambio per gli studenti delle superiori, almeno non finanziato dallo Stato o dall’Unione Europea. Ma si parte lo stesso. L’anno scorso sono stati 800 i ragazzi che hanno frequentato un liceo straniero. A organizzare tutto è Intercultura, una ong che lavora in questo campo da 50 anni e raccoglie borse di studio di imprese private e anche di qualche ente locale. Per quest’anno il primo bando si chiude proprio oggi. Quaranta i Paesi disponibili: buona parte dei posti (290) è negli Stati Uniti, ma ce ne sono anche 32 in Germania, 13 in Francia, 9 in Francia e addirittura 20 in Cina.

ISCRIZIONI - Le domande sono in crescita: dalle 1.484 del 1999 alle 2.040 del 2003 anche se quest’anno, a iscrizioni ancora aperte, si teme una leggera flessione. "Rispetto al passato - spiega Flaminia Bizzarri di Intercultura - le scuole mostrano più interesse, anche se fra genitori e professori alcune resistenze sono dure a morire". Forse per superarle è utile sapere dove comincia questa storia: Intercultura nasce come sezione italiana di Aafs, organizzazione americana di volontari che durante le due guerre mondiali raccoglieva i feriti sui campi di battaglia. Dopo il 1945 Aafs ha pensato di concentrare i suoi sforzi sugli scambi culturali. Come dicono loro, "finita la guerra ci siamo dedicati a costruire la pace". Forse retorico, ma efficace.

Lorenzo Salvia

10 novembre 2004

CORRIERE DELLA SERA - CRONACHE

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