UNA DOVEROSA RIFLESSIONE

Mi permetto di segnalare all’attenzione dei docenti due pagine che derivano da contesti diversi ma legate da un filo rosso che é dato dalla individuazione di alcune funzioni e responsabilità che oggi competono ai docenti sia della Scuola Secondaria Superiore sia dell’Università.

Il sottoscritto da tempo non perde occasione per richiamare alcune idee-cardine senza le quali oggi l’insegnamento diventa sterile e marginale.

I giovani hanno bisogno oltre che di conoscenze disciplinari solide anche di conoscenze critiche trasversali che possano consentire loro di padroneggiare i problemi complessi e difficili della società contemporanea.
E la Scuola é rimasta l’unica Istituzione ancora in grado di assolvere il compito di dare le coordinate di orientamento e di senso critico. Ecco perché mi sembrano interessanti i due contributi che sottopongo alla vostra libera e autonoma riflessione. Forse é il momento di pensare a un Seminano di studio nel quale con alcune autorevoli presenze sia possibile approfondire a scuola tematiche tanto rilevanti.

Torremaggiore 22-10-2001

IL DIRIGENTE SCOLASTICO
PROF. RAFFAELE CERA

 

[…] 3. Trasmettere competenze e valori.

La terza questione è connessa alla precedente. Noi siamo portatori di una concezione di università che produce innovazione attraverso la ricerca, svolgendo un duplice ruolo: da un lato essa è chiamata a trasmettere competenze, dall’altro essa comunica anche valori.
Da un certo punto di vista è la questione più decisiva, soprattutto nell’attuale contesto.
Oggi non possiamo affrontare il tema del rapporto con l’impresa e, in generale, del cambiamento cui tutti partecipiamo, senza considerare il contesto antropologico e culturale nel quale vivono i nostri giovani. Lo sappiamo bene noi uomini dell’università e lo sanno bene anche gli uomini del sistema produttivo. Abbiamo a che fare con una fragilità in primo luogo culturale, che consegue il processo di frammentazione dei saperi, i tanti, troppi, "pensieri deboli" che l’occidente ha prodotto e che impediscono perfino alle strutture di insegnamento e di ricerca di perseguire l'universitas necessaria.
Se un vantaggio c’è nell’attuale, tremenda congiuntura politica internazionale, è quello di avere mostrato l’inconsistenza del relativismo, della dispersione cui costringe un pensiero debole e sostanzialmente nichilista, che ha predicato l’assenza di certezze praticabili. Accanto a questa fragilità, conseguente per certi versi ad essa, vi è la fragilità personale, di generazioni progressivamente meno educate a rischiare, meno abituate alla certezza, talvolta perfino meno consapevoli dei rischi e delle opportunità che esse possono e debbono giocare.
Quando noi parliamo di una università che trasmette anche valori non intendiamo riferirci al fatto che accanto agli aspetti tecnici, offriamo agli studenti delle idealità, delle convinzioni ideologiche particolari. Intendiamo dire che per noi l’università è e dovrà rimanere essa stessa un luogo anche educativo, nel quale sia possibile l’incontro con maestri che, mentre trasmettono competenze, documentano una attenzione globale alla persona ed alle sue esigenze costitutive. Intendiamo riferirci ad un ambiente nel quale la molteplicità delle prospettive e degli argomenti sono costantemente e tentativamente ricondotti ad unità, alla verità. La nostra idea di università non è per questo "confessionale", certamente è però una università nella quale con chiarezza vengono proposti alla libertà degli studenti anche contenuti e valori che riteniamo decisivi per la loro crescita integrale.
Poiché il lavoro è un fattore eminentemente umano e soggettivo, la questione presenta aspetti di formidabile concretezza.
Da questo punto di vista, poiché si tratta di un tema sul quale intendiamo consolidare la nostra stessa fisionomia di istituzione di ricerca e insegnamento, è per noi fondamentale sentire anche su questo aspetto il parere del mondo produttivo; capire se e in quali termini tale questione viene colta, valutata e affrontata.

(Dalla relazione del prof. Sergio Zaninelli, Rettore dell'Università Cattolica, al 68° corso di aggiornamento sul tema Nuovi scenari per l'Istruzione Superiore e i Sistemi Professionali.)

 

Anche contro il terrorismo la scuola ha un ruolo guida

Dall’11 settembre siamo entrati in un’era di cui ignoriamo quasi tutto. Quanto ne sarà influenzato il mondo della scuola? Per adesso ci sfuggono le dinamiche sotterranee ma un elemento appare evidente. Il percorso formativo può costituire un argine di difesa contro terrorismi, intolleranze e dogmatismi. Probabilmente questa sarà la nuova meta da perseguire per ogni sistema scuola. Tra gli studiosi il problema era già avvertito da tempo tanto che Steven Brint (sociologo americano fortemente concentrato sui sistemi scolastici e la loro efficacia) da tempo ammoniva che "l’evoluzione storica delle scuole mostra quanto sia poco proficuo concepirle come elementi funzionalmente legati ai bisogni (intendendo con questo termine le specifiche richieste e i specifici settori) della società". A lungo l’ammonimento è rimasto inascoltato. La sua attualità obbliga a riflettere sulle finalità prime che un sistema scolastico, nel mondo post 11 settembre, dovrà perseguire. Sembrano irrinunciabili alcuni aspetti educativi e cognitivi. I cittadini dovranno poter decifrare tutte le variabili visibili, apparenti o nascoste della comunicazione, maneggiare con assoluta scioltezza gli strumenti propri di questi anni, essere capaci di analizzare e organizzare criticamente dati di esperienza e conoscenza per renderli fruibili ai più diversi scopi. In sintesi, il percorso educativo come argine all’indottrinamento. Perché questo sia realizzabile occorrono scuole in cui tutto si muova verso quei fini. A partire dal docente. Al momento siamo ancora sotto l’influsso di due opposte tendenze. Da un lato l’elitarismo gentiliano che collocava l’insegnante (per la verità quello della scuola superiore) in una sorta di magistratura culturale, dall’altro le vicende degli ultimi 50 anni che avevano spostato l’accento sulla quantità del lavoro collocando l’insegnante (di ogni grado scolastico) nella categoria dei lavoratori di fordiana nobiltà.
Lo scontro tra le due opposte sponde ha promosso il proliferare di commi e codicilli a difesa dell’una o dell’altra concezione. Nei fatti ha ingessato il ruolo e la scuola in una sorta di limbo informe in cui tutto e il suo contrario sembrano aver diritto di cittadinanza.
Se la scuola dovrà assumere una specifica direzione, offrire strumenti per proteggere i cittadini dai rischi degli indottrinamenti, allora il ruolo dei docenti non potrà restare nel vago. Sarà indispensabile pensare l’individualismo come una limitazione e un rischio, la vaghezza culturale come un pericolo, la responsabilità individuale e di gruppo come cardine delle attività. Sembra giunto il tempo in cui da un lato si abbandonano le malinconie per panorami elitari ormai improponibili e dall’altro si evitano le semplificazioni che abbattono distinzioni indispensabili. L’insegnante, per la natura stessa degli obiettivi e dei compiti del sistema scuola, non è un lavoratore ma neanche una sorta di magistrato dell’intelletto. L’insegnante sarà (ed è Ocse a confortare la tesi) una persona collaborativa, competente, duttile, versatile, un modello di riferimento capace di condurre responsabilmente in porto un progetto.
In altri termini, un professionista che punta alla realizzazione del fine affidatogli e che, proprio per questo, si discosta da tutti i particolarismi protezionistici propri di attività di lavoro che non lo riguardano.
Una figura che non potrà più essere inquadrata nelle maglie di uno stato giuridico di natura impiegatizia: proprio per questo è urgente definire un quadro di riconosciuti principi etici di relazione a cui riferire le prestazioni professionali.
(riproduzione riservata)
(Da ITALIA OGGI di Martedì 16 Ottobre 2001)

 


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Dylan evergreen

La canzone di Dylan, letta dal sottoscritto nel suo intervento all'assemblea degli studenti, ha colpito i giovani e molti ne hanno chiesto una copia. Mi è sembrato, perciò, opportuno pubblicarla in questa pagina, anche se solo nelle parti in cui è stata letta.

Lascio agli adulti le disquisizioni sulla sua attualità: i giovani l'hanno già compresa!

Gaetano D'Andrea
20/10/01

Una dura pioggia cadrà

di Bob Dylan

[...]

E cosa hai visto,
figlio d'agli occhi azzurri?
Cosa hai visto,
dolce mio figlio?
Ho visto un neonato
e bianchi lupi lo circondavano,
ho visto una strada di diamanti
e nessuno vi camminava,
ho visto un ramo nero
e il sangue ne gocciolava,
ho visto una stanza piena di uomini
e i loro mantelli sanguinavano,
ho visto una scala bianca
tutta coperta d'acqua,
ho visto diecimila che parlavano
e le loro parole erano un balbettio,
ho visto fucili e spade affilate
nelle mani di bambini.
E una dura dura
pioggia cadrà


E cosa hai sentito,
figlio dagli occhi azzurri?
Cosa hai sentito,
dolce mio figlio?
Ho sentito il fragore di un tuono
e il suo rombo era un avvertimento,
ho sentito il fragore di un'onda
che potrebbe sommergere tutto il mondo,
ho sentito cento tamburini
e le loro mani erano in fiamme,
ho sentito diecimila bisbigliare
e nessuno ascoltare,
ho sentito un uomo morire di fame,
ho sentito molti altri che ridevano,
ho sentito la canzone di un poeta
che è morto nella strada,
ho sentito il suono di un pagliaccio
che piangeva nel cortile.
E una dura dura
pioggia cadrà

[...]

E cosa farai adesso,
figlio dagli occhi azzurri?
Cosa farai adesso,
dolce mio figlio?
Tornerò la fuori
prima che la pioggia cominci a cadere,
camminerò nel profondo
della più profonda nera foresta,
dove molti sono gli uomini
e vuote sono le loro mani,
dove pallottole di veleno
contaminano le loro acque,
dove la casa nella valle
è una sporca e fredda prigione,
e la fatica del boia
è sempre bene nascosta,
dove la fame è brutta,
dove le anime sono dimenticate,
dove nero è il colore,
dove zero è il numero,
e lo dirò e lo ripeterò,
e lo rifletterò e lo respirerò,
e rifletterò dalle montagne
così che tutte le anime lo vedano,
poi starò in piedi sull'oceano
fino a quando comincerò ad affondare,
ma saprò la mia canzone bene
prima di cominciare a cantare.
E una dura dura
pioggia cadrà

A Hard Rain's A-Gonna Fall

by Bob Dylan

[...]

Oh, what did you see, my blue-eyed son?
Oh, what did you see, my darling young one?
I saw a newborn baby with wild wolves all around it
I saw a highway of diamonds with nobody on it,
I saw a black branch with blood that kept drippin',
I saw a room full of men with their hammers a-bleedin',
I saw a white ladder all covered with water,
I saw ten thousand talkers whose tongues were all broken,
I saw guns and sharp swords in the hands of young children,
And it's a hard, and it's a hard, it's a hard, it's a hard,
And it's a hard rain's a-gonna fall.

 

 

And what did you hear, my blue-eyed son?
And what did you hear, my darling young one?
I heard the sound of a thunder, it roared out a warnin',
Heard the roar of a wave that could drown the whole world,
Heard one hundred drummers whose hands were a-blazin',
Heard ten thousand whisperin' and nobody listenin',
Heard one person starve, I heard many people laughin',
Heard the song of a poet who died in the gutter,
Heard the sound of a clown who cried in the alley,
And it's a hard, and it's a hard, it's a hard, it's a hard,
And it's a hard rain's a-gonna fall.

[...]

Oh, what'll you do now, my blue-eyed son?
Oh, what'll you do now, my darling young one?
I'm a-goin' back out 'fore the rain starts a-fallin',
I'll walk to the depths of the deepest black forest,
Where the people are many and their hands are all empty,
Where the pellets of poison are flooding their waters,
Where the home in the valley meets the damp dirty prison,
Where the executioner's face is always well hidden,
Where hunger is ugly, where souls are forgotten,
Where black is the color, where none is the number,
And I'll tell it and think it and speak it and breathe it,
And reflect it from the mountain so all souls can see it,
Then I'll stand on the ocean until I start sinkin',
But I'll know my song well before I start singin',
And it's a hard, it's a hard, it's a hard, it's a hard,
It's a hard rain's a-gonna fall.


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AUTONOMIA: illusione o "Araba Fenice"?

by Dan

"La mattinata nell’aula continua a svolgersi, salvo rare eccezioni, come prima. E poi ci sono attività in più, scollegate dagli insegnamenti curriculari. Per questo motivo non si può parlare di un sistema dell’autonomia, ma di due realtà separate che convivono. L’attività teatrale e lo studio di uno strumento musicale non entrano nell’orario scolastico, ma restano fuori, confinate nello spazio del pomeriggio. Perché? Semplice: con 12, 15, 17 materie e orari che superano le 30 ore non c’è posto. Colpa della "bulimia disciplinare", per usare una frase di Berlinguer. Inoltre, pochi docenti sono disposti a cedere un’ora o due a un’altra disciplina. Le attività aggiuntive finiscono con l’essere una bella vetrina per attirare iscrizioni.
"L’autonomia è percepita come qualcosa in più, che arricchisce - chiarisce l’ispettore Giancarlo Cerini, della commissione De Mauro per il riordino dei cicli -, invece il carattere distintivo dell’autonomia è quello di aiutare la scuola a far bene le cose che deve fare".
(
Da Nuove materie? Solo di pomeriggio
di Giulio Benedetti in Corriere delle Sera 29 0ttobre 2001).

Non che ci sia bisogno di commenti, ma è evidente che l'ennesima riforma calata dall'alto rischia di rivelarsi anche l'ennesima illusione per chi spera in una scuola migliore.

Non essendo più giovane, sono ormai refrattario alle illusioni e alle conseguenti delusioni .
Da tempo, ho rinunciato, come molti miei colleghi, ad essere compreso come docente sia dalla società cosiddetta "produttiva" sia dai ministri della Istruzione (ora non più "Pubblica") che vogliono misurare a "metri" (leggi "ore di ufficio") l'attività educativo-didattica" e pretendono di qualificarla con la produzione dei cosiddetti "Progetti", che infarciscono di nuovi contenuti la già oberata giornata degli alunni, anche se rendono "
in" il Dirigente Scolastico e aggiungono qualche soldo alla miseria stipendiale dei docenti!

Nessuna illusione, dunque, ma una domanda mi è doveroso porla: "Cui prodest l'autonomia?"

    1) Agli ex-Presidi-ora-Dirigenti scolastici? Certamente, a condizione che sfornino il maggior numero possibile di "progetti" (POF, PON ecc.) e siano esperti di Marketing per poter attirare "clienti".

    2) Ai docenti? Sì, a patto che siano bravi "progettisti" ( L'essere bravi docenti è solo un optional!).

    3) Agli studenti? Sicuramente, perché potranno sempre dire che non hanno studiato (maledetti compiti che obbligano a riflettere!) perché hanno partecipato a un progetto.

    4) Alle famiglie? Certo, perché potranno meglio orientarsi nella scelta della Scuola tramite i manifesti pubblicitari che decantano le meraviglie dei vari "supermarket".

Non vorrei apparire un iconoclasta! Lungi da me l'idea di voler abolire l'autonomia, che, però, mi si rivela (colpa della mia ebetudine?) come l'Araba Fenice della nostra epoca.

Né, tanto meno, c'è un rifiuto aprioristico di progetti e funzioni obiettivo. Credo solo che debbano essere corpo unico con il curricolo didattico, in modo che il docente faccia meglio le cose che deve fare! Ma, allora, queste funzioni e questi progetti non dovrebbero rientrare nella funzione specifica di ogni docente e dei Consigli di classe?

La mia senectus mi consiglia di smettere, anche perché si avvicina l'ombra di Baget Bozzo con le sue dichiarazioni "rivoluzionarie".

Al prossimo... Dan, quindi, che potrebbe essere "più prossimo" se qualcuno (o qualcuna: non voglio sembrare maschilista, anche se lo sono!) mi stimolerà.

5/11/01


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TEATRO, CHE PASSIONE!

di Angela Sacco

Non è senza una grande soddisfazione che abbiamo assistito il 28 ottobre scorso alla rappresentazione teatrale "Checché ne dica" tratta dalla commedia "Le donne sapienti" di Molière.

Ad interpretarla: la compagnia teatrale Achador - al suo secondo impegno dopo l'Aulularia di Plauto - fondata e diretta da Lucia Biasco che nell'ultimo lavoro è stata attrice, regista, sceneggiatrice.
Ammirevole l'impegno con cui ha progettato, realizzato e curato questo spettacolo teatrale, superando le innumerevoli difficoltà e riuscendo a coinvolgere un nutrito gruppo di giovani, la maggior parte dei quali siede ancora nei banchi del nostro istituto o ne è uscita con onore da qualche anno.

A una insegnante che da parecchio tempo oramai cura un laboratorio teatrale, volto a far rivivere le opere più interessanti degli autori latini e greci, non può sfuggire l'importanza di questa iniziativa proprio perché assolutamente libera, in quanto non legata ad alcuna istituzione.
Non promossa dalla scuola per motivi didattici, né da una parrocchia per lodevoli iniziative di beneficenza, trova la sua ragione d'essere nella passione per questa antichissima e sempre coinvolgente forma di comunicazione che unisce al fascino della parola, la magia del gesto e la dolcezza della musica.

Ci si aspettava una serata di divertimento, ma il risultato è stato superiore ad ogni aspettativa, sia per la validità del testo base di Molière, sia per la sottolineatura in senso comico dei personaggi di Brigitte e di Goffredo, sia per l'impegno profuso da tutti i giovani attori.

Qualche appunto critico?
Sarebbe stato opportuno ridurre la durata della rappresentazione con qualche "sforbiciatina" qua e là; la conversione all'amore di Aurelia toglie consistenza al personaggio di Flaminia; la presenza di espressioni tipicamente dialettali nei dialoghi più comici non appare ben amalgamata nello stile medio-alto del testo.

7/11/01


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Il "pallino" di Marsus
by Dan

Marsus è un docente, mio collega, con il "pallino" dell'introspezione e trascorre molto del suo tempo a chiedersi se valga la pena continuare a fare il prof.
Si è messo a girovagare fra i depositi del sapere, (per intenderci: quelle cose che, con linguaggio "pedestre", vengono chiamate libri) e ha posto la domanda a molti dei personaggi famosi, ricevendone le più disparate risposte.
A me ha citato la risposta di Platone (inizialmente l'aveva confuso con Platoon, famoso film sul Vietnam!) che gli ha fatto notare (non senza un certo sussiego!) come la sua professione consista nel guidare l'anima (mi ha precisato che Platone la chiama psyche!) al di sopra delle cose sensibili verso il sole luminoso del vero sapere.

Così Marsus si è scoperto importante, quale traghettatore delle psyche adolescenziali, ed ha preso coscienza che gli studenti hanno un'anima.

Mi ha confessato che è stato sul punto di chiedere a Plato (Marsus mastica anche l'inglese, avendo scoperto che è la seconda lingua nazionale dopo quella pugliese) se la psyche (meglio essere precisi col Plato!) ce l'hanno anche i Dirigenti e il Ministro dell'Istruzione, ma che poi ha preferito tacere per non fare la figura dell'ignorante: <infatti - mi ha fatto notare - è chiaro come il sole che ce l'hanno la psyche, e con una prevalenza assoluta di quella razionale (Plato docet!! = questa volta in latino!), altrimenti come riuscirebbero a turlupinare (eufemismo!) i docenti facendoli lavorare al di sopra dei limiti sensibili con lo "stipendio da fame" ( De Mauro dixit) che si ritrovano ?>

Qui Marsus si è fermato per una pausa di riflessione.
Non so se vorrà confidarmi il resto delle sue eclatanti scoperte; se lo farà, Dan sarà felice di divulgarle.
03/12/01
(vai alla
risposta)


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Divertiamoci con il latino
di Afdera Zirone

A tutti coloro che pensano che il latino sia una lingua seriosa,(eufemismo!)dedico il seguente trafiletto di Beppe Severgnini pubblicato sull'inserto del Corriere della sera. E' un "divertissement", d'accordo! Ma forse può servire a rendere meno togato il rapporto con una lingua che da tempo ingiustamente è sul banco degli imputati. Chi abbia qualcosa da aggiungere all'elenco e sappia coniugare la cultura con l'umorismo, si faccia pure avanti!

PICCOLE PERVERSIONI LATINE

La lingua italiana è sottoposta a continui attacchi (da parte dell'inglese e non solo). Questo è ingiusto. Perché non prendersele anche con il latino?
Molte espressioni sono rimaste intatte da secoli: si tratta di trovargli nuovi significati. E' un gioco, d'accordo. Ma promette di essere divertente, soprattutto per due categorie di persone. Quelli che non capiscono che state scherzando e quelli che capiscono fin troppo bene.

AULA MAGNA: mensa.
CARPE DIEM: Venerdì, pesce.
CUM GRANO SALIS: non troppo sale, mi raccomando.
DE IURE CONDENDO: all'insalata, ci pensa l'avvocato.
DEUS EX MACHINA: un guidatore divino.
EST MODUS IN REBUS: ci dev'essere una maniera di risolvere questo eningma.
EX VOTO: due ore di coda per votare: non mi fregano più
FESTINA LENTE: un party con soli balli slow.
HABEAS CORPUS: motto dei pubblicitari italiani: "Abbi il tuo corpo"(meglio se nudo).
HOMO HOMINI LUPUS: a ognuno un pastore tedesco.
IN MEDIO STAT VIRTUS: non conta solo l'anulare.
MEMENTO MORI: bei tempi, quando non volevo tingermi.
MORE SOLITO: consueto dessert ai frutti di bosco.
OBTORTO COLLO: come reggere il telefonino guidando l'automobile.
OMNIA MUNDA MUNDIS: nuovo servizio planetario di omnitel.
ORA ET LABORA: è tempo che tu trovi un impiego.
ORA PRO NOBIS: adesso tocca a noi.
PRO BONO PATRIAE: nuovo ticket per il servizio sanitario nazionale.
PRO CAPITE: professionisti, cercate di comprendere.
QUI PRO QUO: associazione professionale delle Giovani Marmotte.
QUOT CAPITA TOT SENTENTIAE: a ognuno, una giustizia su misura.
QUOUSQUE TANDEM: una bicicletta per ogni coppia.
RARA AVIS: nuovo slogan della Hertz(autonoleggio).
SIC TRANSIT GLORIA MUNDI: il monovolume di Gloria è così pulito.
STABAT MATER: stasera, niente baby-sitter.
STATU QUO: sì, è passato da queste parti(espressione colloquiale sarda).
TRANSEAT: casello autostradale riservato ai possessori di Telepass.
VACATIO LEGIS: normativo sul turismo.
VAE VICTIS: dai, non fare la vittima!
VOX POPULI: motto ufficioso di Rete 4.

14/12/01


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Gli studenti hanno un'anima!
by Marsus

Il mio collega, lo spiritoso e ironizzante Dan, si è divertito a prendermi in giro e, come amico, glielo perdono, anche se esagera nel dipingermi come un ignorante alle prime scoperte del pensiero riflettente.
Certo, in una didattica in cui a volte ci si limita solo alle conoscenze disciplinari, io ho voluto fargli notare come, spesso, dimentichiamo che gli studenti
hanno un'anima, ed ho tirato in ballo Platone ( non è vero che l'ho confuso con il film Platoon, mentre è vero che mi riferivo alla Psiche, così come la chiama Platone!), il quale fa dell'educazione un processo inscindibilmente legato a quello conoscitivo.
La psiche è complessa: triplice, dice il sommo Platone; e tale, quindi, è anche l'anima degli studenti che, perciò, non sono semplici recipienti da riempire con dosi massicce di nozioni; hanno anche bisogno di ciò che troppo spesso sottovalutiamo: sentimenti e compartecipazioni emotive.

Me ne accorgo quando distribuisco conoscenze senza che il "cuore" partecipi, e vedo nei loro sguardi l'anima sorniona e beffarda di chi capisce che stai solo facendo il tuo "mestiere";

me ne accorgo quando la mia "vita" e il mio "sentire" si trasfondono nel mio linguaggio, e dai loro occhi traspare la gioia di chi sa che stai prendendo a cuore la loro vita;

me ne accorgo quando il mio linguaggio recepisce le loro sofferenze e le loro preoccupazione (che non sono mai "sciocchezze" come noi, a volte, le definiamo) e i loro occhi diventano umidi perché qualcuno "li capisce";

me ne accorgo quando il loro sorriso diventa il mio sorriso!

Caro Dan, irriverente e sfottente amico, non prendermi in giro quando dico che gli studenti hanno un'anima!
17/12/01 (vedi
Il "pallino" di Marsus e Caro "platonico" Marsus)





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