La voce del Fiani

 

Società postmoderne e diritti sconfessati

di PASQUALE ROTUNNO

Una causa per un’eredità può durare in Italia quarant’anni. Quattro comuni su dieci non rispettano le quote di accesso al lavoro per le persone handicappate e le donne sono retribuite il 27 per cento in meno dei loro colleghi maschi.
Proliferano nel nostro tempo le dichiarazioni, le carte e i cataloghi dei diritti, ma quanto davvero si traducono in una maggiore tutela della nostra dignità di cittadini e prima ancora di uomini?
Mosso da quest’interrogativo, Michele Ainis, ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico all’Università di Teramo, ha tracciato nel suo libro "Le libertà negate" (edito da Rizzoli) un quadro fedele e documentato delle contraddizioni che contrassegnano le società avanzate.
Ci rivela così non soltanto come siano sistematicamente negati i diritti fondamentali alle categorie più deboli - le donne, i bambini, i malati, gli anziani, i detenuti, i disabili e quant’altro - ma come lo Stato eserciti un controllo via via più capillare e serrato sulla nostra esistenza.
Ma non è solo lo Stato a minacciare la nostra libertà, spiega Ainis. La libertà è un bene fragile e precario, e inaridisce se non è supportato da valori quali la tolleranza, la solidarietà, la giustizia, il pluralismo delle identità religiose, politiche e culturali.
Il razzismo è la manifestazione più evidente delle nostre insofferenze collettive, e però non certo l’unica. Discriminiamo gli stranieri sul lavoro: in Francia ad esempio sette milioni e mezzo d’occupazioni sono vietate a chi viene da fuori. E un sondaggio rivela che il 52 per cento degli europei è contrario alla promiscuità razziale nelle scuole.
Secondo Ainis è in atto un regresso, una chiusura degli spazi pubblici. Dopo il tramonto delle grandi ideologie novecentesche, non c’è più niente in cui credere davvero, "e allora tanto vale credere a tutto".
Per conseguenza, sostiene l’autore, "è nato un uomo più superstizioso e credulone di quello medievale. Maghi, cartomanti, fattucchiere non hanno mai fatto così tanti affari". La tecnologia, che in astratto offre formidabili occasioni di partecipazione democratica, in concreto determina viceversa effetti d’istupidimento e di straniamento collettivo. Perché fa sorgere nuovi bisogni indotti dalla potenza dei mass media, artefici di un conformismo di massa che obbliga ciascuno a consumare, rilassarsi e divertirsi nell’identica maniera. Il sistema della comunicazione, all’apparenza pluralistico, interattivo, polifonico, è in realtà concentrato in poche mani.
Secondo alcune stime, attualmente 40 uomini hanno in mano il 90 per cento dell’informazione mondiale; quattro agenzie internazionali gestiscono l’80 per cento del flusso di notizie; negli Stati Uniti la maggioranza dei mass media è in mano a sei grandi compagnie.
Ma c’è anche un problema di selezione dei fatti sottoposti all’opinione pubblica. È questa, osserva Ainis, la lente deformante dei mass media: "notizie inattese, spettacolari, sorprendenti, e infine destinate a cadere nell’oblio collettivo il giorni successivo a quello in cui sono state trasmesse o raccontate. Notizie senza approfondimento, perché non c’è mai tempo d’interrogarsi sulle cause dei fatti del giorno, perché i media elettronici sono rapidi per definizione, perché l’utente dev’essere continuamente stimolato come un bambino davanti a un videogioco, altrimenti cambierà canale".
C’è inoltre un linguaggio che si ripete pari pari in ogni trasmissione, quale che sia il padrone del vapore; perché in tv non conta quello che dici ma "come" lo dici, e perché il mezzo televisivo ha tempi e ritmi cui nessuno può derogare, a dispetto del pluralismo di facciata.
C’è forse in agguato un nuovo totalitarismo nelle ricche società dell’Occidente?
Noi, rileva Ainis, ci crediamo più liberi di quanto siano stati i nostri padri. Eppure "le forme contemporanee di dominio passano attraverso le modalità di percezione della realtà che ci circonda, e tale percezione nostro malgrado è falsa e deformante". Pensiamo d’elaborare una critica o un’opinione autonoma, quando la scelta ci è stata dettata dal sistema dei media. Le nostre società complesse e complicate ci pongono ogni giorno questioni che solo uno specialista potrebbe valutare, dalla bioetica all’elettrosmog, dai limiti antitrust alla sicurezza informatica.
Da qui un paradosso già messo in luce da Norberto Bobbio: nell’era tecnologica chiedere più democrazia significa di fatto estendere la competenza a decidere a un numero crescente di incompetenti.
E come potremmo informarci per davvero, se chi dovrebbe farlo ci parla per slogan, per spot televisivi?
Negli Stati Uniti i vari candidati alle presidenziali hanno a disposizione in tv 7,3 secondi. E questo tempo è speso per lo più a illustrare i dati biografici degli uomini politici, dalla vita familiare alla pratica sportiva, dagli hobby alle prestazioni sessuali.
È la logica dello spettacolo:
"L’unica logica - conclude preoccupato Ainis - cui siamo stati resi avvezzi in questo tempo vacuo, noi popolo di consumatori e di telespettatori".

L'avanti-11 GIUGNO 2004 in SWIF

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