
Diario inedito di un inviato a Ground Zero
.Da http://www.ilbarbieredellasera.com/
Parte prima
Caro Barbiere, il mondo intero e soprattutto quello giornalistico si apprestano a celebrare l’anniversario del tragico 11 settembre di un anno fa," nine eleven" come lo chiamano gli americani con il loro sbrigativo ma tanto efficace pragmatismo.
Parte seconda
Venerdì 14 /Sabato 15 settembre
Ciao Fatima,
il fuso orario consente di barare. Ebbene sì, ce l’ho fatta infine, sono negli Stati Uniti e ti dirò di più: sono a New York sulla 57 esima strada, tra la decima e la nona.
Sono in albergo, fa schifo ma per ora va bene.
Pensa che non posso vedere neppure la Cnn perché non ci sono i canali satellitari!! E devo già pensare al servizio da realizzare e mandare tra qualche ora.
Non ho accrediti, non ho permessi e la città è blindata. Un’idea però ce l’ho già: mentre mi spogliavo per ficcarmi velocemente a letto e dormire un po’ guardavo il canale tv New York One, una roba tutta di cronaca vera fatta con le telecamerine, ma efficace.
Ed è apparso un cartello con l’annuncio di un funerale domani mattina del cappellano di una caserma dei pompieri. Gli eroi della città.
Ho segnato l’indirizzo e ci vado di buon’ora. Comunque mi fa impressione stare qua, in questa città che sa di morte. Arrivare a New York in aereo, di notte, e sorvolare quell’immenso buco illuminato dalle fotoelettriche ha la forza irreale di un sogno.
Quel buco, quella voragine che accende il buio della notte rimane, anche se vuoto, il punto di riferimento della grande metropoli, una ferita aperta, carne viva. New York paradossalmente non è mai stata tanto buia come adesso.
Sarà la potenza del fuoco, della sua luce e di quella dei soccorsi ad accentuare il nero che avvolge Manhattan? Il World Trade Center sembra una fornace dalla quale fuoriesce senza fine e senza sosta fumo denso e tossico, una coltre di nebbia e polvere nera che avvolge tutto e tutti e si sposta velocemente seguendo il corso del vento che la sospinge.
Dall’aereo, uguale all’arma letale che l’ha ferita, si scorge il brulicare di mezzi e uomini attorno al centro dell’inferno, che appare come il centro della Terra stessa. Come il viaggio di Jules Verne. Il mostro che alberga nel cuore del pianeta è uscito allo scoperto.
Buonanotte.
Sabato 15 settembre 2001 ore 15.30
E il primo servizio è andato. Che intuizione eh? Chiamiamola anche culo: che se non avessi visto quelle scritte fisse sullo schermo che parlavano del funerale, avrei avuto giusto il tempo di fare il solito servizio banale con lo sfondo di Time Square.
Non ho incontrato neppure un giornalista italiano, solo il marito di *****, ma lui lavora per la France Presse e le notizie se le deve andare a cercare.
Giustamente mi chiedi come sono arrivata a New York, dopo averti inondata di dettagli sulla mia attesa e tentativi vari e vani.
Il volo è stato tranquillo tranne la bolgia di giornalisti che si muovevano per l’apparecchio su e giù senza sosta . Chi passeggiava , chi andava a trovare gli amici, chi si faceva adulare dall’equipaggio e da altri passeggeri, con corollario di autografi e amenità varie.
C’era perfino una coppia in viaggio di nozze che era partita lo stesso, fieri entrambi di sfidare la sorte, così dichiaravano. Io stavo nella fila centrale di poltrone, immancabilmente con le ginocchia in bocca, ma anche con un vicino brufoloso, ragazzetto americano giovane con i bubboni pieni di pus in faccia che ha cominciato a chiedere vino subito dopo il decollo.
Dopo mezz’ora già pendeva pesantemente rincoglionito dall’alcol, naturalmente dalla mia parte. Per fortuna avevo il posto di corridoio e accanto c’era *****.
Molto simpatico, abbiamo chiacchierato e cazzeggiato per un po’, ci siamo raccontati dei nostri viaggi , dell’ex Unione Sovietica, delle sue fidanzate una-in-ogni-porto mentre colleghe attillate e carrieristi in Lacoste e jeans rossi mostravano l’abbronzatura in giro, per quanto lo spazio fosse assai ridotto.
Io, tu lo sai, viaggio comoda: jeans, maglietta, camicia, maglione ampio e scarpe larghe perché con i voli lunghi i piedi mi diventano delle zampogne e ci mettono due giorni a tornare normali.
Quando ho visto arrivare due notissime conduttrici,***** reduce dalla scenata della vigilia che apparentemente ha accettato di buon grado il posto in turistica come tutti, con degli stivaletti da cow boy di pitone azzurro seguita a ruota da ***** con i piedi fasciati di pelle nera lucida (ripeto: lucida ,come le scarpe di vernice rigide che da bambina le mie amiche indossavano alle festicciole sopra i calzini con il volant di pizzo), arrampicata su tacchi sottili da 15 centimetri, ho pensato: "questa è classe. Ecco perché loro sono arrivate e io mai lo sarò".
Mi fanno ancora male gli alluci solo al pensiero.
Una volta arrivati a Detroit abbiamo fatto i conti con il nuovo panico americano. Sono andati in tilt, Fatima, non sanno cosa fare.
Erano abituati all’anarchia totale, senza controlli, il paese delle libertà, l’aereo come un autobus e adesso non sanno da dove cominciare. Per cui costringono a fare delle file inutili, guardati a vista come se fossimo tutti terroristi kamikaze.
Non puoi neppure chiedere un’informazione ché sembra persino vietato parlare. Oppure tutti assiepati in uno spazio angusto con i bagagli buttati a terra dappertutto senza alcun criterio di sorveglianza: chiunque prende una valigia e se ne va, dove non importa.
In questo caos assoluto ho incontrato ****, l’inviato dell’Espresso. Non ci conoscevamo ma viaggiando entrambi da cani sciolti ci siamo individuati e dati una mano: mentre lui faceva una fila, io recuperavo i bagagli e chiedevo informazioni.
L’esercito Rai aveva aggiunto confusione alla confusione. C’erano quelli che non sapevano come muoversi senza qualcuno che ne riconoscesse la faccia e si facesse in dieci per aiutarli. E c’erano quelli che tentavano di fare i soliti furbi esibendo un americano maccheronico che neppure Alberto Sordi!
Gli americani erano stravolti da tutto quel gran gridare in italiano, protestare, chiedere e per uscire da quella baraonda ho dovuto dire che non avevo niente a che fare con loro altrimenti mi avrebbero ricacciato indietro, pensa un po’ che figura.
Insomma: con **** ci siamo smarcati e abbiamo raggiunto il gate per andare a New York. Lo spazio aereo era di nuovo chiuso. Stavamo pensando di affittarci una macchina (otto ore di guida!!!) quando lo hanno riaperto in coincidenza di un volo pronto a decollare.
Rimanevano solo due posti liberi, sono diventati nostri. E abbiamo seminato anche quella insopportabile ****** che saltellava per i corridoi dell’aeroporto starnazzando giuliva :"Ce l’abbiamo fatta, ce l’abbiamo fatta. Che emozione vado a New York! Sarò una delle poche giornaliste che sta proprio dove è scoppiata la fine del mondo, che bello! Ma non sei contento, eh, non sei contento, non ti senti eccitato?", ripeteva dando manate al suo compagno di viaggio, **** inviato da Santoro.
Faceva sentire in imbarazzo anche i più cinici. Una vera cretina, naturalmente sta facendo carriera.
Adesso che ti ho edotta, vado al quartier generale della polizia di New York , a Chinatown, per tentare di prendermi un accredito altrimenti non posso neppure girare.
Mi hanno appioppato un ‘operatore di vent’anni che fa questo lavoro da due mesi part time per mantenersi agli studi. Non ha permessi, non ha tessere della stampa e non sa muoversi. Ti ho detto tutto.
La città è divisa nettamente in due: la parte meridionale di Manhattan è sigillata, chiusa dalle transenne. Ora la frontiera invalicabile è lungo Canal street, con l’esercito in tuta mimetica ed elmetto sul capo che presidia. Ma tutto questo te lo racconto quando mi fermo di nuovo. Ciao.
E ti prego, dormi anche per me che non ne ho il tempo!!!
Domenica 16 settembre, ore 15.30
Cara Fatima, non so se mi hai vista ma devo avere una faccia stravolta.
Sai a che ora ho conquistato l'accredito che mi permette di lavorare? Alle 4 di mattina. E sai come ho trascorso le 10 ore precedenti? In fila, in piedi, in una sorta di recinto per bestiame messo su dalla polizia di New York per i giornalisti in coda per ottenere il permesso.
Niente cibo, niente bevande e niente pipì. Dieci ore di inferno all'aperto, in piedi, a respirare senza scampo alcuno la polvere di amianto, di cadaveri, di componenti di computer, di impianti di refrigerazione e quant’altro, che si sprigiona costantemente dal grande rogo del fu World Trade Center.
A due passi da lì dove ero imprigionata insieme a decine e decine di giornalisti di tutto il mondo. Tutta gente, o quasi tutta, con sbalzi di fuso orario spaventosi sul groppone.
Vedi Fatima , non è stato quando ho smesso di fumare che ho sfidato definitivamente la mia forza di volontà. E’ stato ieri pomeriggio, diventato notte e quasi alba. Una prova di resistenza da vero marine, altro che West Point!
C’erano sei giapponesi che hanno dato fondo alla loro formazione zen e verso le due nessuno riusciva più a muoverli dalla inconsueta posizione nella quale si erano addormentati.
Erano così rigidi che sembravano cadaveri. Per fortuna respiravano ancora. Ad ogni ora che passava e che si rimaneva immobili, pensavo :"Adesso basta, me ne vado, altrimenti muoio".
Ma poi, come è nel mio carattere , mi convincevo che me ne sarei pentita, che non avrei potuto dare il massimo sul lavoro, e allora rimanevo, ancora un po’, che sapevo voleva dire: ancora parecchie ore.
Il morale mi si è risollevato quando all’una di notte è arrivato ad aggiungersi in fondo alla lunga fila nel recinto buoi *****, il mio amico della Cnn , corrispondente da Belgrado.
Sono andata a salutarlo, come sempre è stato affettuoso, e gli ho detto: "Se anche tu fai la fila, vuol dire che non ci sono alternative". Tranne avere degli impiegati, come ha la Rai corporation, che preparano tutti i documenti per gli inviati e i corrispondenti, oppure fregarsene come i colleghi delle altre testate della mia stessa azienda che usano i permessi della loro troupe.
Loro hanno degli operatori professionisti con tanto di tesserini e accrediti della polizia. E pensare che dovrebbero contare di meno.
Nell’ora di punta, all’ora di cena, prima che molti decidessero che ne avevano abbastanza e mollassero, c’era un gran via vai di gente.
E’ arrivato anche l’inviato di Bruno Vespa, un piccoletto che si prendeva per il Pulitzer del recinto buoi. Intervistava i giornalisti e gli chiedeva cosa stessero facendo lì, a raffica, per buone due ore. Per farci un servizio da mandare via satellite quella stessa notte.
Poi tu Fatima, mi rimproveri quando ogni tanto mi faccio tormentare dai dubbi sulla mia professione.....Quelli che hai battezzato "i miei dubbi cosmici"......Chiamali cosmici.......
Il suo operatore mi ha regalato una mascherina di protezione, di quelle da imbianchino: del tutto inutile contro l’enorme quantità di veleno che si respirava, mi hanno detto i pompieri oggi pomeriggio, ma abbastanza da arrestare il senso di soffocamento.
Senti, questa te la devo raccontare prima di lasciarti ché corro a fare un altro pezzo.
Verso le due di notte, quando avevo raggiunto quasi la testa della fila, si presenta fresca fresca di cena e discoteca e bella bella di trucco e parrucco ******, con tutta la ciccia strizzata in un completo di pelle nera alla Fonzie e l’onda del capello fluente paralizzata dalla lacca.
Che ci fa a New York, dirai te? E’ quanto si sono chiesti tutti. Ma è oramai assodato che la tv del dolore sconfigge anche il più potente dei sensi del pudore.
Accanto a me e come me, aveva fatto la fila un regista Rai molto simpatico con il quale ho fatto amicizia. Ci siamo confortati a vicenda in quella tortura indicibile.
Lei arriva, lo riconosce e esplode in una risata da diva anni quaranta: "Ma che bello caro, sei qui. Bravo, hai fatto la fila. Allora adesso ci fai inserire così prendiamo subito i permessi...".
Lui con imbarazzo estremo le dice che forse non è il caso, che stiamo tutti lì da quasi nove ore. Con espressione da offesa civettuola lei fa per insinuarsi con ciccia e completo di pelle nel recinto.
Mi è uscito così, d’istinto, ma ti giuro Fatima, che lo avrei messo in pratica: "Qui tutti si arrabbieranno molto", le ho detto da dietro la mascherina," io certamente ti metto le mani addosso".
Offesa! Sorpresa! Vilipesa! Per fartela breve il suo fiume di parole veniva inframmezzato da quelle dei suoi cortigiani (o schiavi) che mi sussurravano: "Lasciala dire, non le rispondere che è pazza. Lasciala sfogare, per favore, altrimenti non si finisce più, è solo una stronza, quando ha finito se ne va.".
E poi parli di dubbi cosmici. Ti abbraccio, amica mia. In questa follia sei il filo che mi tiene legata alla realtà.
A presto.
Parte terza
Mercoledì 19 settembre
Cara Fatima, è vero, non ti scrivo da un po’ ma questi sono giorni particolari, giorni convulsi, giorni di confusione, lo sono per tutti e anche per me.
Sto vivendo più alla giornata del solito, anzi sto vivendo momento per momento, respiro dopo respiro, afferrandomi alla mia parte più razionale per non cadere risucchiata nel vortice delle emozioni.
Sai Fatima, di cadaveri ne ho visti un po’, di gente sparata, ferita, sofferente.
Mi ricordo quando per le strade della Old Delhi vidi la gente morirmi davanti di stenti, o di malattia, senza che nessuno muovesse un dito.
C’era un uomo, doveva essere anche giovane, con i capelli e la barba neri e folti che camminava tra le baracche di latta e cartone trascinando i piedi nudi nelle pozzanghere di acqua ed escrementi.
Lo vidi improvvisamente accasciarsi per terra e rantolare in preda a quella che appariva come una violenta crisi epilettica. Gli spasmi lo contorcevano e la bava gli riempì bocca e barba in pochi secondi.
Stava morendo, eppure il flusso denso di uomini e bestie che riempiva le strade non rallentò neppure. Tutto scorreva, il tempo e la vita, come era stato per secoli, costante. Avevo vent’anni e fu la prima volta che avvertii con lucidità il senso d’impotenza.
I cadaveri fanno paura, perché in quei volti lividi e spenti ti ci specchi.
Ma qui Fatima è peggio ancora, perché i cadaveri non ci sono, perché i cadaveri non li vedi. Ci sono i loro fantasmi nell’aria che tutti respiriamo, odoriamo persino i loro miasmi ora che sono passati alcuni giorni, la polvere di quelli inceneriti ci entra fin nei polmoni.
E ne vediamo i volti, vivi, accesi e sorridenti. Stanno sui muri, su tutti i muri della città.
Ci guardano Fatima, come ci guardano i loro parenti o amici che continuano ad appendere ovunque copie delle loro immagini cullandosi nell’illusione che qualcuno dica loro che quel viso lo ha incontrato poche ore prima al bar o sull’autobus. Magari sbandato, smemorato, finanche ferito ma vivo.
Ci guardano dall’alto dei muri dei palazzi come se fossero le finestre delle Torri Gemelle. Sono affacciati sul mondo con in braccio un figlio, un nipote, il gatto di casa.
Di loro conosciamo anche i dettagli più intimi, basta leggere quanto c’è scritto sotto le loro foto: "Mary Ann è alta 1,60 e pesa 80 chili. Per questo cammina male perché ha i piedi piccoli e perde spesso l’equilibrio.....".
Accanto a Mary Ann , vedi John con i colpi di sole sui capelli: "...Ha il fisico atletico e il braccio sinistro molto più forte perché gioca a tennis ed è mancino".
Più in là, stretto tra Francis e Marika, sorride Paul junior, lui ha un tic nervoso che gli fa muovere la mandibola verso sinistra, lo si riconosce facilmente, assicurano i suoi cari.
E’ una folla di carta assurdamente allegra che le prime piogge di fine estate cominciano già a deformare, a scolorire. Le loro misure, le loro vite, scritte a pennarello stingono e come grosse lacrime nere colano lungo i muri fin sull’asfalto.
Domani li ritroveremo lì ma di nuovo freschi e sorridenti su carta nuova, ancora più numerosi, perché la veglia di amici e parenti a quei brandelli di vita ai quali sono ancora tenacemente aggrappati non si interrompe mai, neppure per una notte.
Sai perché mi sento tanto confusa? Perché non mi sono mai sentita tanto sola come in questi giorni, qui a New York.
Eppure è una città che conosco, e poi, tu lo sai bene, sono abituata a stare da sola. Vivo da sola, vado in giro per il mondo da sola fin da quando ero ragazzina. E’ una condizione che mi fa sentire a mio agio.
Eppure, ti dico, non mi sono mai sentita così sola e spaesata, neppure quando mi sono fatta le Ande con un pick up in affitto, neppure quando ho attraversato la giungla del Belize e del Guatemala, piegata in due nei vecchi scuolabus americani che gli indios usano come mezzi pubblici.
Qui ho il computer, ho il telefono, sono nel posto più tecnologico del pianeta ma mi sento arrivata alla fine del mondo, alle mie personali Colonne d’Ercole.
Se mi spingo oltre, oltre i confini di questo disastro, di questa città, precipito nel nulla. E’ questa la sensazione che mi attanaglia e che mi mette l’ansia. E pensare che se una cosa mi manca, per fortuna, è proprio l’ansia.
Credo proprio di avere bisogno di un grande, lungo, sonno ristoratore. Per me dormire è essenziale, come dice sempre mio padre: mi si ricaricano le pile. Ma non posso permettermelo, non ne ho il tempo. Ti prometto che ti scrivo domani, anche perché ho tanto da raccontarti. Magari ti angoscerò un po’, ma so che tu riesci a capire il mio stato d’animo.
Baci.
Giovedì 20 settembre
Eccomi qua, di nuovo davanti al computer per raccontarti al volo alcune delle tante cose che vedo, che sento, che mi rimangono appiccicate addosso come la polvere nera e l’odore sempre più acre che avvolge Lower Manhattan.
A proposito, mi è venuta una congiuntivite spaventosa e temo di non riuscire a fermarla. Probabilmente dopo quell’infezione acuta che mi sono presa in Mongolia sono diventata più fragile. Purtroppo non ho con me la pomata antibiotica che mi avevano prescritto a Roma. E chi ci pensava alla congiuntivite, è successo tutto così all’improvviso.
Il problema è che ho già comprato in farmacia il massimo che ti vendono senza ricetta : un collirio forte ma non abbastanza per il dolore che ho agli occhi. Dio, sono così arrossati e gonfi che me lo metto in continuazione anche in mezzo alla strada per cercare sollievo.
Temo solo che cominci l’infezione come un mese fa. Forse mi conviene andare vicino al Pier 99 dove hanno allestito la zona del volontariato. Ci sono medici e distribuiscono medicinali, magari mi danno qualcosa per gli occhi.
Vedessi quanta gente è arrivata qui a New York anche dagli altri Stati per aiutare. Sono venuti con i camper, con le roulotte, anche solo in automobile, vivono e dormono tutti lì, sembra un vasto accampamento di zingari, con le plastiche dappertutto, le cartacce, la gente stesa o seduta per terra.
Però ci sono i bagni chimici a file interminabili, i cassonetti per l’immondizia e un gruppo di volontari che si occupa solo della pulizia del campo.
Tra Harley Davidson cromate e bicipiti tatuati da galeotto, si celebra l’ottimismo e la buona volonta’ americana, il mito tanto hollywoodiano quanto ammirevole.
Ci sono quelli che si occupano solamente di fare i barbecue in mezzo alla strada , insomma preparano da mangiare gratis per tutti, hamburger e salsicce.
Come i tanti ragazze e ragazzi che ho visto la notte armati di caraffe con caffè bollente e bicchieri di plastica fare il giro dei posti di blocco attorno alla zona proibita, il cuore ferito di Manhattan. Tutti si sono rimboccati le maniche, ognuno con quel poco o quel tanto che può dare.
Le associazioni dei massaggiatori e dei fisioterapisti per esempio, hanno allestito tanti tappetini , all’aperto, uno accanto all’altro separati da una tendina, un foglio di plastica, un lenzuolo e fanno massaggi ai volontari che tornano dopo un turno estenuante insieme ai soccorritori professionisti dentro l’inferno di Ground Zero.
Già, Ground Zero. Sarà un’americanata come i nomi che affibbiano alle missioni militari nel mondo: te la ricordi Restore Hope? I somali se la ricordano certamente. Pensa che esiste un ufficio apposito dentro il Pentagono che si occupa solo di trovare il nome di una missione, un ufficio marketing della guerra in sostanza.
Chissà se stava nell’ala che hanno buttato giù. Comunque anche Ground Zero sembra un nome da film di John Wayne, come "Berretti verdi". Efficace però.
Ci sono stata, Fatima, ci sono arrivata. A Ground Zero, dentro Ground Zero. Non te l’ho detto prima, non te l’ho scritto subito perché sono tante e tali le cose che dovrei raccontare che non mi basterebbe un giorno intero.
E già rubare questo quarto d’ora per mandarti le e-mail non è facile. Ma lo faccio soprattutto per me perché comunicare con chi sai ti vuole bene e ti ascolta è fondamentale in queste situazioni. Serve anche a scaricare le emozioni e le tensioni.
Ci sono entrata a Ground Zero, nelle budella del mostro. E non dalla parte dove altri sono entrati, altri giornalisti, voglio dire. Ho trovato una ragazza che abitava proprio in uno dei palazzi miracolosamente rimasti in piedi, l’ultimo prima della frana totale.
Lei era fuori in quel momento e non è mai potuta tornare a casa chiaramente. Non sapeva neppure se l’appartamento c’era ancora o no. L’ho incontrata per caso, tramite alcuni amici e le ho proposto di tentare insieme di raggiungere casa sua, o quello che ne rimaneva.
Le ho nascosto un microfono sotto la camicia e mi sono messa alle sue calcagna con l’accordo che se succedeva qualcosa e i soldati mi fermavano, lei doveva proseguire e raccontarmi cosa vedeva attraverso il microfono nascosto.
Conservo alcune immagini di questo percorso nel centro della Terra, fissate nella mente come foto scattate dai miei occhi, con lo sbattere delle palpebre a fare da tendina e la memoria da pellicola: il toro massiccio di Wall street, sepolto dalla cenere grigia e sottile, immerso nel silenzio irreale del caos diventato deserto; una bicicletta legata con la catena ad un palo della luce di cui non si scorgono più le diverse tonalità tra le cromature e la vernice ma solo il grigio opaco della morte e dell’abbandono; le carte, i fogli, i documenti , le lettere, lettere commerciali, forse lettere d’amore, disseminate un po’ ovunque, isolate e sole, fogli sparsi separati per sempre; e lo scheletro precipitato della torre nord, quel pezzo di colonna vertebrale spezzato, bruciato, accartocciato a segnalare l’ingresso della fine del mondo.
"Voi non potete neppure immaginare cosa c'è là dentro". Così mi hanno detto non uno ma tutti vigili del fuoco che incontro al cambio turno del tramonto, quando mi infilo sulla Highway West da Canal street a piedi, supero i primi posti di blocco e riesco ad arrivare fino a Chambers e ancora lungo Church street approfittando del gran daffare che hanno tutti, poliziotti compresi.
Quando superi un certo livello devi stare attento a non farti notare dai soldati, sono gli unici sempre all'erta. Tutti gli altri sono troppo impegnati e c'è un tale via vai di gente di tutti i colori e di tutti i generi che è facile passare inosservati.
Laggiù ho visto i cani da ricerca a cui vengono lavate una a una le zampe inzaccherate. Gliele infilano in bacinelle diverse perché sotto i calli, incrostate tra le unghie rimangono scorie altamente tossiche e non devono leccarsele. Ci sono due tendoni appositi con i veterinari che gli mettono anche delle gocce negli occhi. Tutti hanno gli occhi rovinati, come me.
Ho visto moltiplicarsi i camion pieni di secchi bianchi e gialli. Sono secchi delle spazzatura, come i bidoni della vernice, ma servono per metterci dentro i resti.
Questi uomini raccolgono così tutto ciò che rimane del World Trade Center e di quelli che ci stavano dentro.
Nei secchi, con le mani.
Poi le chiatte ormeggiate sull'Hudson trasferiscono il contenuto a Staten Island, il più grande obitorio del mondo. Lì vengono svuotati e qualcuno si mette a esaminare cosa c'è di umano e cosa no. I secchi riprendono il cammino di Ground Zero per essere di nuovo riempiti a mano con altri resti di vita e di morte.
"Voi non potete neppure immaginare cosa c'è là dentro", ripetono questi uomini grandi e grossi con la bandana sudata sotto l'elmetto e lo stomaco sporgente gonfio di birre dei sabati sera.
Io non ho visto quello che vedono loro, Fatima, ma ci sono andata vicino. Ho sentito l'odore spaventoso e ho sentito il rumore, lo sfrigolare dell'incendio e il fracasso delle macchine.
E ho visto la luce accecante nel buio della notte, del fuoco che ancora divampa con quella delle fiamme ossidriche. Ma soprattutto ho visto i volti di chi oltrepassa l'ultima transenna invalicabile, dove i soldati tengono le armi spianate.
Li ho visti giorno dopo giorno, turno dopo turno riemergere, sempre più silenziosi, con gli occhi sempre più gonfi e le occhiaie sempre più nere. Ne ho incontrati alcuni in pieno delirio mistico, aggirarsi ancora lì attorno dopo il lavoro.
Parlavano di punizione divina, cose del genere.