La voce del Fiani

ALESSANDRO DEFILIPPI

Se credi di essere un albero ti ripari dal dolore

Un classico di Searles, maestro di psichiatria: il nostro rapporto con l’ambiente non umano, natura, animali

Gli oggetti, le cose concrete con cui quotidianamente abbiamo a che fare, non sono semplici mezzi, utensili con i quali ci interfacciamo con il mondo. Al tempo stesso, l'ambiente non umano che ci circonda (animali, vegetali, minerali, paesaggio…) non costituisce solo il fondale d'uno spettacolo in cui l'uomo, titanicamente unico, recita la sua supremazia.
I libri, gli animali, la strada o l'albero che vediamo tutti i giorni dalla finestra di casa, i nostri vecchi giocattoli, gli abiti, eleganti o trasandati, con cui ci mostriamo al mondo, la nostra automobile, lucida o inzaccherata, l'infinito che ci circonda, sono nostri specchi, nostri interlocutori, quando non vengano addirittura introiettati sino ad essere vissuti come parti del nostro sé.
Smarrire un oggetto che fino a ieri c'era parso indifferente, come un accendino o una penna, può procurarci talvolta un dolore intenso, insieme ad un senso di perdita, di diminuzione. Ci sentiamo d'improvviso più poveri e nudi, e proviamo la sensazione, apparentemente un po' folle, che quell'oggetto, in quel dove in cui è stato smarrito, possa a sua volta soffrire del nostro medesimo senso d'abbandono. Scopriamo di giorno in giorno che tutto ciò che non è umano ci accompagna nel nostro cammino, come un doppio, un'ombra.

Ecco. Di questo sottile mistero ci parla Harold F. Searles, nel suo L'ambiente non umano. Searles ha scritto alcuni libri capitali per la psichiatria e la psicoanalisi, come Il controtransfert e Il paziente borderline, caratterizzati da una libertà spirituale e da una capacità empatica che lo hanno reso uno dei pensatori più originali in campo psicologico. Sulla scia di Stack Sullivan, Searles ha fatto del controtransfert lo strumento principale del suo lavoro, utilizzando se stesso senza risparmio, ed ha lavorato in modo sovente geniale con pazienti molto gravi, borderline o psicotici, attraverso una capacità d'identificazione, umile e coraggiosa, con il disagio e con la follia che lo ha condotto ad avvertire direttamente l'angoscia dello smembramento e dello smarrimento psicotici.
L'ambiente non umano è un libro piuttosto precoce nello sviluppo del pensiero di Searles che, d'altronde, non ha mai sistematizzato troppo le sue intuizioni, mantenendosi così su un piano di grande autonomia intellettuale. Uno dei suoi maggiori contributi è certamente stato il considerare il paziente ed il terapeuta in una situazione di sistema interattivo. Nel 1975, come ricorda Paolo Magone, Searles, in un articolo dal titolo provocatorio e profetico, Il paziente come terapeuta del proprio analista, "aveva descritto le capacità inconsce del paziente di individuare i difetti del terapeuta e di offrire indicazioni per come correggerli". Questa capacità, come ogni terapeuta è costretto con timore e tremore a scoprire personalmente, è presente in modo particolarmente accentuato in una categoria di pazienti, i cosiddetti borderline, a cavallo tra nevrosi e psicosi, i "marginali". Nell'interazione con essi il terapeuta è costretto ad affrontare i propri punti deboli e i propri errori, che vengono, con capacità rabdomantica, colti dal paziente e rimandati, provocando nel terapeuta stesso rabbia, dolore, smarrimento. In modo diverso questo vale per gli psicotici. Lo stesso Searles, nelle pagine finali de Il controtransfert, ammette di temere per la sua sanità mentale, insidiata da quello che può essere descritto come un controtransfert psicotico, inevitabile nel contatto profondo con la follia.
Ma ne L'ambiente non umano Searles è ancora lontano da questo timore. Egli esplora quella che definisce la colleganza tra uomo e ambiente non umano. L'uomo è parte dell'universo, e anche l'etica, non solo la psicologia, dovrebbe considerare l'importanza delle relazioni con gli animali, il mondo vegetale e l'ambiente inanimato. Ricordiamo che Searles scrive alla fine degli anni '50, in una fase storica insospettabile dal punto di vista della coscienza ecologica. L'ambiente non umano, secondo Searles, riveste una rilevanza fondamentale sia nello sviluppo patologico, sia in quello normale.
A proposito di quest'ultimo egli afferma l'importanza, per il bambino piccolo, della differenziazione non solo nei riguardi della simbiosi materna, ma anche rispetto all'identificazione con l'inanimato. Nella prima parte della vita postnatale vi sarebbe cioè una fusione sia con l'ambiente umano (la madre), sia con quello inanimato che circonda il bambino. Nello sviluppo della schizofrenia si determinerebbe pertanto una regressione all'identificazione col non umano, che permetterebbe al paziente di difendersi da situazioni troppo dolorose o disturbanti.
Essere un albero o un'automobile non lascia spazio al dolore. Ma un'automobile, peraltro, può essere vissuta come un compagno di vita, un amico dotato di una personalità e di un'anima.
D'altronde, chi di noi non conosce persone del tutto sane che hanno dato alla loro utilitaria un nome di donna, o che chiamano il loro cane Pietro o la loro gatta Clarissa? E chi non possiede un oggetto talmente carico di proiezioni da essere diventato "vivo"?
Ma il problema patologico nasce non quando è l'oggetto a farsi vivo, ma quando siamo noi a divenire inanimati, cose abbandonate dalla vita come relitti sul greto del fiume.

Come sempre il libro di Searles colpisce e commuove quando, dall'assunto teorico, passa alla descrizione di casi clinici in cui il dolore e lo stupore della follia fanno sentire la loro voce. In tutto ciò gli oggetti, gli animali, le cose, divengono il sostegno della psiche ferita. Come scrisse T.S. Eliot: "con questi frammenti ho puntellato le mie rovine".

La Stampa-3 LUGLIO 2004 in SWIF

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