La voce del Fiani

breve di cronaca
Cacciati dalla scuola chiamati dai clan

La Gazzetta del mezzogiorno - 22-01-2005

Criminalità e minori

Dopo il forum sulla criminalità minorile, promosso dalla “Gazzetta” (di cui abbiamo parlato nell'edizione di ieri), continua il dibattito.

Riceviamo e pubblichiamo:

Dal questore, dal procuratore generale, dagli operatori di giustizia, dagli operatori sociali viene rilanciato l'allarme per l'elevato numero dei minori arruolati dai clan, coinvolti, a vari livelli, in azioni criminose e vittime di ferimenti ed ammazzamenti di cui sono tragicamente piene le cronache cittadine: sono i ragazzi cacciati, o comunque non accolti dalla scuola, dal sistema scolastico concretamente operante in Italia e, quindi, anche nel nostro territorio.
Dopo la frequenza, sostanzialmente episodica, della scuola materna ed una frequenza piuttosto sistematica della scuola elementare, da oltre due anni è praticamente caduto "l'obbligo scolastico": prima, per i ragazzi che, dopo la scuola media, non si iscrivevano ad una scuola superiore, arrivavano i carabinieri a casa ad imporre ai genitori di fare frequentare la scuola ai propri figli: sui grandi numeri risultava consistente il numero dei ragazzi che iniziavano e che poi, comunque, completavano un percorso formativo e culturale superiore.
Ora, con la "caduta dell'obbligo" è semplicemente impressionante il numero dei ragazzi e delle ragazze che, dopo la scuola media, nei quartieri della città di Bari non vanno da nessuna parte: semplicemente scompaiono dal sistema scolastico, diventando oggettivamente territorio di possibile reclutamento dei clan. Ma ancor più che dai luoghi fisici del sistema scolastico, tantissimi ragazzi sono respinti e scacciati dall'impianto formativo e culturale del sistema scolastico italiano: il quale sistema, a mia opinione, è maledettamente malato, malatissimo, di esasperato intellettualismo, accademismo, formalismo.
La scuola italiana, nelle sue articolazioni istituzionali, è sostanzialmente incapace di insegnare e trasmettere la scienza, la tecnica, la professionalità, la coltivazione delle emozioni e della creatività, delle relazioni personali e sociali, di trasmettere un saldo ancoraggio alla concretezza della vita anche con significative e gratificanti esperienze di impegno e di lavoro.
Nella scuola italiana il lavoro, questa esaltante esperienza di creatività e di socialità che ci libera dalla solitudine per metterci in relazione con gli altri, è un concetto misterioso di cui, forse, vagamente si parla, ma la cui pratica attuazione si rinvia sempre a dopo: a dopo il diploma, a dopo la laurea, a dopo il master, a dopo, a dopo.
La proposta formativa e culturale fondata sul puro intellettualismo formale è accoglibile e praticabile solo da una piccola determinata percentuale della nostra gioventù (a mio parere, non più del 10% della popolazione scolastica): la scuola italiana, in sostanza, non accoglie e non coltiva le infinite altre forme di intelligenza di cui sono titolari le persone nel loro percorso esistenziale.
Succede poi, che la scuola italiana, valutando i suoi alunni in maniera quasi esclusiva sul piano dell'intelligenza intellettuale e formale, discrimina ed espelle dal suo sistema tutte le altre intelligenze, bocciando e condannando all'insuccesso tutti i ragazzi e le ragazze che non corrispondono alla dittatura dell'intellettualismo formale imperante.
Le bocciature, le ripetenze, gli abbandoni e gli insuccessi costituiscono quindi una devastante questione sociale che spinge masse enormi di giovani verso livelli di lavori dequalificanti non in grado di supportare lo sviluppo economico e sociale di un paese avanzato e moderno che voglia e possa stare in campo in Europa, nel mondo, nel sistema globalizzato del XXI secolo.
L'ossessiva ed ipertrofica "licealizzazione" del sistema scolastico italiano prefigurata ed istituzionalizzata dalla "Riforma Moratti", insieme con la devastante marginalizzazione sostanziale degli istituti tecnici e professionali, espellerà sempre più vaste masse di giovani dal sistema scolastico italiano nazionale e territoriale, abbasserà in maniera paurosa il livello di formazione umana, culturale e professionale della popolazione italiana e comprometterà in maniera irreversibile le prospettive di lavoro e di benessere del popolo italiano.
Per togliere i giovani dalle grinfie dei clan e del crimine bisogna organizzare e finanziare una scuola dell'"inclusione", della valorizzazione di tutte le intelligenze, di tutte le esistenze, una scuola vitale e per la vita, che non "sprechi" nessun ragazzo, ma che dia, a tutti e a ciascuno, la possibilità concreta di realizzarsi sui propri percorsi, perché tutti siamo portatori di valori, che hanno solo bisogno di essere favoriti e coltivati in maniera accogliente e positiva.

FRANCESCO TANZI
(preside dell'Istituto professionale per i servizi alberghieri “Perotti”)

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