COMUNICATO STAMPA

11 Novembre 2002

CENTRO STUDI

"G. MARTELLA" di Peschici

Diffida della famiglia Martucci

ai promotori della Petizione Pro Kàlena

Dal maggio 2002 la petizione Pro-Kalena, avviata dal Centro Studi Martella, ha prodotto significativi effetti: 2000 le firme raccolte in poche settimane d’estate, centinaia le e-mail pervenute per chiedere di salvare l’abbazia di Peschici. Vari Enti ed Associazioni hanno espresso il loro punto di vista e fattive collaborazioni, rappresentanti istituzionali hanno intrapreso concrete azioni per risolvere la querelle. Un Convegno di Studi svoltosi nella sala consiliare di Peschici, in data 8 settembre, ha visto mobilitato un intero paese insieme a storiografi e storici dell’arte di livello nazionale, che hanno attestato l’alto "valore" del monumento "da salvare".

Assenti i Martucci, proprietari dell’ex abbazia, che pure erano stati ripetutamente invitati. Si sono fatti vivi in questi giorni, ma le loro mosse non sono affatto collaborative. Tre dei quattro fratelli (si è dissociato Vincenzo Martucci), in data 4 novembre 2002, hanno pesantemente diffidato i promotori della petizione Pro-Kalena a continuare nel loro impegno per la restituzione al culto di questo luogo simbolo dell’immaginario collettivo di Peschici. In che modo ? Annunciando di aver sporto querela nei loro confronti. Ecco il testo della lettera inviata dal loro legale avv. Paolo d’Ambrosio alla prof.ssa Teresa Maria Rauzino, presidente del Centro Studi Martella: "Scrivo in nome e per conto dei sigg.ri Martucci Maria Assunta, Martucci Anna Elisabetta e Martucci Francesco che, all’uopo, mi hanno conferito mandato. I medesimi, nei mesi scorsi, sono stati oggetto di ripetute azioni diffamatorie, mosse in più luoghi ed occasioni, anche a mezzo stampa, in relazione alla loro proprietà, sita in agro di Peschici e nota come Abbazia di Calena. Le citate azioni, tutte configuranti il delitto previsto e punito dall'art. 595 del codice penale, risultano esser state poste in essere anche dalla Signoria Vostra che, per tali fatti e ragioni, è stata querelata. Con la presente, da valere quale diffida e costituzione in mora ad ogni effetto di legge, la Medesima viene diffidata espressamente dal tenere in futuro condotte ulteriormente lesive della reputazione della famiglia Martucci, poiché le stesse saranno nuovamente oggetto di tutela nelle competenti sedi giudiziarie civili e penali".

Questa lettera del legale dei Martucci è molto generica. Ha soprattutto una funzione di generica intimidazione. Diversamente dovrebbe contenere quanto meno un'elencazione delle circostanze nelle quali l'attività diffamatoria è stata posta in essere. Manca una specificazione dei contenuti delle presunte affermazioni diffamatorie.

Nella campagna stampa del Comitato pro Kàlena, di cui la Rauzino è stata portavoce, la stessa ha esercitato il puro diritto di cronaca (e della collegata libertà di critica). Tre condizioni ricorrono come leit-motiv nei suoi comunicati: la verità e l'attendibilità dei fatti narrati; l'interesse pubblico del fatto; il "principio di continenza", ovvero l'esposizione in forma civile e misurata. Questi tre criteri sono stati largamente rispettati, anche con il superiore avvallo dei vari Direttori responsabili che hanno pubblicato gli articoli sulle proprie testate giornalistiche. Da sottolineare che La Gazzetta del Mezzogiorno e vari periodici della Capitanata, sia stampati ed on-line, questa "battaglia" l’hanno fatta espressamente propria, avviando un civilissimo dibattito ed ospitando vari interventi di esperti. Palese risulta quindi l’intento dei tre fratelli Martucci di bloccare la campagna Pro Kàlena ancora in atto. C’è da chiedersi: perché la diffida è stata indirizzata soltanto alla Rauzino e ad Enzo D’Amato, autore del Dossier "Kalena, un’agonia di pietra"? I Martucci pensano di isolarli, pensando siano l’anello debole della catena? Da notare che la loro lettera è stata inviata "privatamente" ai due "diffidati". Come se avessero agito a titolo personale, e non in quanto porta-voce di un comitato spontaneo Pro Kàlena e di un’associazione culturale che si stanno battendo da anni per la riapertura dell’abbazia al culto dei Peschiciani. Il Centro Studi Martella, dopo questa pesante diffida, sta vagliando, con un legale di propria fiducia, se nella lettera di diffida ricorrano gli estremi del reato di "estorsione". Con la minaccia di un ingiusto danno si vuole impedire alla Rauzino di esercitare il "diritto di cronaca". Oltre che portare avanti, per conto dell’Associazione culturale che presiede, una battaglia civile a tutela del monumento in oggetto.

Per la cronaca, il Centro Studi Martella, attivo a Peschici fin dal 1997, ha tra i suoi soci fondatori dei proff universitari di chiara fama dell’Università di Bari e di Trieste, e un gruppo di ricercatori della cittadina garganica. Fra le sue norme statutarie, prioritarie sono la ricerca storiografica e la valorizzazione dei beni culturali di Peschici. Nei suoi anni d’attività, il Centro Studi ha pubblicato varie monografie, organizzato convegni ed altre manifestazioni, ponendo sempre all’attenzione di tutti il recupero di Kàlena.

 

 

1981. Una proprietaria denunciò il degrado di Kàlena

Il Centro Studi Martella non ha mai creduto di agevolare la soluzione del caso colpevolizzando i proprietari del complesso abbaziale. La sua campagna stampa ed il Convegno di Studi dell’8 settembre: "Salviamo Kàlena" sono stati basati su interventi di esperti che hanno messo in risalto la qualità del monumento e lo stato attuale di "disdoro". Come già fece, 22 anni fa, una componente della stessa famiglia Martucci, Maria, segnalando lo stato di avanzato e crescente degrado del monumento. La Martucci, allora, documentò, con perizia tecnica eseguita insieme ad Alberto Biagi, i danni subiti dalla struttura della chiesa nuova di Kàlena, soffermandosi, in particolare, sulle lesioni della prima e seconda campata destra. Riguardo l’interno della prima campata destra, realizzata con una muratura di conci quadrangolari lesa a causa di un cedimento, indicò la necessità di bloccare la suddetta lesione con una sutura; idem per l’interno della seconda campata destra. Questa, oltre ad una grave lesione, presentava un forte abbassamento della chiave di volta della finestra soprastante. Per l’interno della prima campata destra, oggetto di umidità ascendente causata da una falda freatica superficiale presente nel sito pianeggiante e assorbita dalla malta, la Martucci consigliò di intervenire con l’introduzione di sifoni atmosferici.

La Martucci pubblicò questa sua "perizia" a pag. 44 di AA.VV, Insediamenti benedettini in Puglia, vol. 2°, Congedo, 1981, Bari. Dimenticandosi, per 21 anni, che chi era tenuto a fare i lavori considerati "inderogabili" non erano gli altri, ma erano lei e la sua famiglia. Lo imponevano la Legge 1089/39 e la Legge 490/99 sulla tutela dei beni culturali. Come proprietaria di Kàlena, insieme ai suoi fratelli, ha omesso di effettuare non solo gli interventi strutturali, ma anche quelli di ordinaria manutenzione del pregiato complesso abbaziale. Interventi indispensabili per la sopravvivenza, ed affinché lo stesso fosse tenuto in condizioni di "decoro" e non più nell’attuale "disdoro".

Oggi, dopo 22 anni da quell’allarmante perizia di Maria Martucci, il degrado di Kàlena è ormai giunto al limite-guardia del non ritorno. E questo è un dato oggettivamente palese agli occhi di tutti.

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