Il computer, cattivo maestro

Nel libro. "Le confessioni di un eretico high-tech" Clifford Stoll mette in dubbio l'utilità didattica delle tecnologie informatiche
L'abuso acritico degli strumenti multimediali rischia di trasformare lo studio in attività ludica, e svilisce tanto insegnamento quanto l'apprendimento

di GIOVANNI REALE

Sul fenomeno dell'infor­matica, e in particolare sulla diffusione del com­puter ovunque, e soprattutto nelle scuole (per certi aspetti in modo sistematico e indiscri­minato), si sono accese nume­rose discussioni, spesso di ca­rattere estremistico, sia da par­te dei difensori, sia da parte degli avversari. Ma mai ci si è trovati di fronte a un attacco in grande stile alla cultura creata dal computer, e contro le pro­messe dei cosiddetti "sacerdo­ti dell'informatica", messo in atto non da un estraneo a que­sti strumenti, ma da un uomo della statura di Clifford Stoll, nel libro Confessioni di un ere­tico high-tech (Garzanti, Mi­lano 2001, pagg. 182, e 14,98). Si tratta di un personaggio che non solo co­nosce tali strumenti a perfezione, ma che si colloca addirittu­ra fra i creatori di Internet.

Stoll dice espressamente di. aver avuto a che fare con In­ternet a partire dal 1975, e di aver contribuito in prima per­sona a trasformarlo da un oscuro progetto di ricerca in un fenomeno mondiale. Dice anche di constatare i vantaggi che esso comporta in vari casi, e di usarlo lui stesso per le sue ricerche di astronomo. Ma la posizione che assume è quella di "iniettare qualche nota di scetticismo nei sogni di un uto­pico, digitale paese delle mera­viglie". E precisa: "Ho dedica­to la mia vita alla scienza e alla tecnologia, ciononostante mi considero uno scettico; la mia perplessità non ha tuttavia origine da un disgusto per l'in­formatica, ma dall'amore che nutro per i computer. Rimango stupito di fronte alle previsioni iperboliche che li circondano, a certe assurde previsioni che creano eccessi di aspet­tative e in fin dei conti una perdita di credibilità".

Per usare un linguaggio che in medicina si usa nel presentare i farmaci, potrem­mo dire che il libro di Stoll costituisce una penetrante analisi degli effetti collaterali ne­gativi, ossia delle controindi­cazioni che si connettono strettamente ai vantaggi che quegli strumenti offrono. Ec­co le sue parole "E' facile parlare di velocità dei compu­ter, di memorie Ram e di novi­tà tecnologiche. Più difficile è gestire le frustrazioni che queste ­cose generano, i loro costi, (diretti e indiretti) e i loro ef­fetti collaterali. Questi aspetti negativi possono essere più significativi di quei superpubblicizzati benefici. Che cosa si perde quando si adotta una nuova tecnologia? Chi viene emarginato? Quali preziosi ­aspetti della realtà rischiano di venire calpestati?".

L'impostazione della que­stione è molto pertinente. Il libro ha però un procedimento strano: le tematiche sono un po' affastellate e variamente sparse, inoltre le argomenta­zioni non sono sempre rigoro­se e coerenti. Ma il metodo seguito da Stoll è tipico di certa saggistica, e va inteso come una forma di "conversa­zione", quasi come un discor­so a braccio, con la chiamata in causa di numerosi personag­gi di vario genere, di cui ven­gono riportate e discusse opi­nioni, appunto come in una conversàzione per di più condotta con uno stile assai mordace.

Ciò che a Stoll in questo libro interessa in modo particolare è il rapporto fra il computer e la scuola. Si tratta quindi, di un pro­blema che implica questioni di caratte­re pedagogico, culturale. e politico, che hanno ormai assunto dimensioni planetarie, al punto che da molte parti si afferma che una scuola moderna non può esimersi dall'offrire a ogni allievo un compu­ter, per essere all'altezza dei tempi.

Il problema di fondo è dunque questo: davvero la scuola si riforma in meglio e l'istru­zione dei giovani migliora, introducendo nelle scuole i com­puter su larghissima scala? Nel sottotitolo del libro Stoll fornisce già la sua risposta: "Perché i computer nelle scuo­le non servono e altre conside­razioni sulle nuove tecnolo­gie". Si tratta, ovviamente, di una presa di posizione estremistica. E le argomentazioni che egli via via presenta sono del­lo stesso tenore. Ma io non

credo che tale estremismo vada inteso alla lettera, penso che si tratti piuttosto di un presa di posizione di carattere volutamente provocatorio, intrisa di una forza ironica di carattere squisitamente socratico in chiave moderna.

Premetto subito che io personalmente non solo amo i computer, ma sostengo la ne­cessità di introdurre sistematicamente nelle scuole l'alfabe­tizzazione informatica, però non in modo indiscriminato, soprattutto non a danno quei contenuti che solo con la cultura della scrittura sono sta­ti acquisiti. E su questo punto mi sento in accordo sulle idee di fondo che Stoll esprime, naturalmente ridimensionate in giusta misura: la cultura del computer non può e non deve sostituirsi alla cultura della scrittura, ma deve colla­borare con questa, come ancil­la e non come domina.

Si tenga presente che le in­vettive che Stoll lancia in so­stanza tendono a smantellare il "vitello d'oro" di turno ­quasi come Mosé che scende­va dal monte, e a mettere in crisi molte cre­denze costruite intorno al nuovo ido­lo dell'informatica. Insomma si tende a denunciare e dissacrare l'idolatria del computer.

Presenterò e di­scuterò, dunque, le idee di fondo di Stoll nel senso indi­cato, ossia come una pungente individua­zione delle contro-in­dicazioni e degli effetti collaterali negativi dell'informatica; do per scontati i loro effetti positivi, che non richiamo, in quanto sono sotto gli occhi di tutti. Per­tanto, seguo Stoll nel suo gioco della provocazione.

La domanda di base del libro, co­me sopra dicevo, è la seguente: una scuola ha davvero bisogno di compu­ter? La risposta di Stoll è categorica: una buona scuola, se è davvero tale, non ha bisogno di computer; se invece è una scuola mediocre, non miglio­ra adottando i computer. Io credo che, in questi asserto, al di sotto della forma provo­catoria ci sia del vero, e non poco. La buona scuola può essere fatta soprattutto - da un lato - da buoni insegnanti che credono nel loro mestie­re e nei contenuti che comuni­cano, ben più che nei mezzi con cui li comunicano; e ­dall'altro - da allievi dispo­sti ad apprendere, e che quin­di sono disposti ad accettare, nella misura del possibile, quell'impegno e quella fatica che l'apprendere inevitabil­mente richiede.

La scuola non può essere ridotta a insegnare ai ragazzi "a picchiettare su una tastiera" e a usare stru­menti multimediali. Se si fa non si creano se non menti vuote. Stoll scrive: "Vo­gliamo una nazione di stupi­di? Basta centrare sulla tecnologia il curriculum di studi; insegnamento attraverso vide­ocassette, computer, sistemi multimediali. Si punti al mas­simo risultato possibile nei test di verifica standardizzati e si tolgano di mezzo quelle materie non di massa come la musica, l'arte, la storia, avre­mo una nazione di stupidi". E ancora: "E' facile scambiare per intelligenza la semplice familiarità con i computer, ma saper manovrare un com­puter non significa acutezza mentale. E incompetenza in­formatica ancor meno signifi­ca stupidità".

In realtà, non ci sono scor­ciatoie per acquisire un'istru­zione di qualità; occorre sforzo, e si impone quanto mai vero il vecchio detto: "Vale poco ciò che si ottiene senza sforzo". Pertanto, conclude Stoll, trasformare lo studio in divertimento con i computer "è svilire, le due più importanti cose che gli uomini possano fare: insegnare e imparare".

Inoltre, sostituire i libri di testo è assurdo, così come è assurdo sostituire le bibliote­che con i nuovi strumenti tec­nologici. La lettura di libri, al fine di una appropriazione dei contenuti delle varie materie, e in particolare di quelle lette­rarie e storiche, rimane neces­saria, e non può essere sostituita dai nuovi strumenti dell'informatica, i quali non sono in grado di portare il giovane alla sostanza dei problemi, né a una profonda assimilazione e memorizza­zione dei con­tenuti spirituali. Si sta vieppiù rendendo evidente che i nuovi mezzi informatici fanno perdere ai ragazzi la capacità di concentrarsi e di memorizzare. Stoll fa richiamo a precise e significative constatazioni fatte su bambini che non guardavano di regola la televisione, e che si sono rive­lati non solo "meravigliosamente innocenti e sorprenden­temente non violenti", ma an­che capaci di concentrare l'at­tenzione a lungo su certe co­se, e quindi di memorizzarle. Va anche rilevato che la comunicazione mediante stru­menti informatici non solo non sviluppa, ma contrae il senso critico. "Non c'è navi­gazione in rete che possa ri­mediare a una mancanza di pensiero critico e di capacità comunicativa. Nessun compu­ter multimediale aiuterà uno studente a sviluppare capacità di analisi".

Si tenga inoltre presente il fatto che i nuovi strumenti di comunicazione producono un sovraccarico di informazioni sempre crescente, che non sia­mo più in grado di assimilare, e che provoca indifferenza e assuefazione perfino di fronte a messaggi tragici. Inoltre, le informazioni in quanto tali non solo non educano, ma non danno nemmeno quella capacità e quel potere, che al­cuni sostengono. In realtà, di­ce Stoll: "Saggezza e conoscenza sono legate allo studio, a esperienza, maturità, discernimento, ampiezza di vedute e introspezione. Tutte cose che hanno poco a che vedere con l'informazione. Né hanno molto a che fare con il potere". Però, ciò che forma l'uomo e lo rende veramente tale, è pro­prio la saggezza. E la società oggi tende assurdamente a considerare i puri dati di infor­mazione "superiori all'espe­rienza, alla maturità, alla com­passione, all'illuminazione in­teriore", e quindi superiori al­la saggezza.

Infine, va rilevato che gli strumenti tecnologici provocano danni antropologi­ci e gnoseologici di grande rilievo. In primo luogo, sono di ostacolo alla interazione umana, ossia alla intercomunicazione personale, e, invece di promuovere una comunio­ne fra individui, li allontanano l'uno dagli altri, creando una sorta di isolamento, e quindi di individualismo. In secondo luogo, tali strumenti non solo non avvicinano, ma allontanano dalle cose, abi­tuando i giovani a considera­re la realtà non nella sua di­mensione effettiva, ma in di­mensione "virtuale", con le conseguenze che si possono ben immaginare. Nel finale dell'opera, Stoll narra di una disavventura capitatagli quan­do era studente e del suo feli­ce esito. Preso da un poliziot­to per un contestatore mentre si aggirava nel campus in cui studiava, venne da lui colpito col gas lacrimogeno e insegui­to. Per sfuggire all'inseguimento, Stoll riuscì a entrare in una torre con un grande orologio e a salire fino in cima, dove, su una campana, alla luce della luna, riuscì a leggere questa scritta, che pre­senta come emblematico mes­saggio conclusivo: "La verità è una. / In questa luce s'ado­perino scienza e religione / per il continuo / progresso dell'uomo; / Dall'oscurità al­la luce, / Dal pregiudizio alla tolleranza, / Dall'ottusità al­l'apertura delle menti. / E' la voce della vita che vi chiama. / Venite e imparate". Certa­mente questo che la campana raccomandava, che è ciò che fa crescere veramente gli uo­mini, non lo fanno imparare i computer, né i più raffinati strumenti tecnologici; anzi, se tali strumenti vengono male usati (e in particolare come sostitutivi dell'antica arte di insegnare e imparare), diven­tano un ostacolo. Chi sa legge­re e intendere i messaggi (uno più provocatorio dell'altro) di questo libro, impara molte co­se, troppe volte ignorate, o comunque non dette e tenute volutamente nascoste. Però per comprenderli e gustarli, bisogna saperli leggere nella dimensione di quella mordace ironia socratica di cui sopra dicevo. E solo dopo bisogna fare i conti con essi su base critica, ossia mettendoli a con­fronto con gli innegabili van­taggi che questi strumenti of­frono, al fine di trarre le debi­te conclusioni. Raffaele Simone, nella "Postfazione" al li­bro, dice che Stoll afferma almeno tre cose che vanno mantenute: in primo luogo, la scuola deve continuare a esse­re una collettività di persone umane, che imparano, lavora­no, parlano e giocano insie­me; in secondo luogo, non si può rinunciare al libro, per­ché permane tuttora il miglio­re deposito di conoscenze; in terzo luogo, va mantenuto un fermo contatto con la realtà fisica, e non con quella virtua­le simulata.

Io ne aggiungerei altre quattro: la straordinaria moltiplicazione delle infor­mazioni messa in atto dai nuo­vi strumenti, condiziona in ne­gativo non solo la capacità sintetica della mente dei gio­vani ma anche quella analiti­ca, capacità che vanno in ogni caso tutelate con i tradi­zionali metodi di insegnamen­to e di apprendimento; inol­tre, i nuovi mezzi di comuni­cazione paralizzano il pensie­ro critico, che solo la cultura della scrittura aumenta; in ter­zo luogo, la facilità di appren­dimento che i nuovi mezzi promettono, fa cadere in larga misura in quel "facilismo", che implica una dimenticanza dell'ardua via da percorrere per raggiungere il vero (la pla­tonica "lunga via dell'essere"), infine, il computer e In­ternet non sono gli strumenti che portano l'uomo alla conoscenza di se stesso, che resta la conoscenza più importante. Gadamer scrive: "L'esortazio­ne dell'Oracolo di Delfi, "Co­nosci te stesso" voleva dire: "Sappi che sei un uomo e non un Dio". Essa vale anche per gli uomini dell'età della scien­za, perché li mette in guardia contro ogni illusione di poten­za e di dominio. Solo la cono­scenza di sé permette di salva­guardare la libertà, la quale viene minacciata non soltanto da colui che di volta in volta detiene il potere, ma più anco­ra dalla soggezione a quelle forze che crediamo di domina­re". E per quanto concerne i raffinati e potenti mezzi del­l'informatica, io aggiungerei quanto segue: l'uomo conti­nua a creare strumenti che hanno forze e potenze straordinarie, con cui crede di domi­nare la realtà, e invece rischia di essere dominato da essi, in quanto sembra non saper far crescere se stesso (intellettual­mente e soprattutto moralmen­te) nella misura in cui fa cre­scere le cose che produce; sotto certi aspetti, sembra addirit­tura, in qualche modo, rimpic­ciolirsi di fronte a esse.

Il Sole 24 Ore-14 APRILE 2002

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