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POSTMODERNO
In viaggio senza padre
Una società senza padre è nel nostro
destino.
Passeranno forse secoli, ma l’inesorabile
tramonto della figura paterna porterà con sé il nostro umanesimo. Non c’è
bisogno di ricorrere solo alla psicoanalisi per capirlo. Essa dovrà solo certificarlo,
ma la nostra vita quotidiana sta lì a testimoniarlo. La scienza sussume dai
fatti. Basta guardarsi intorno. La famiglia, caposaldo del potere paterno, ne
fa progressivamente a meno. Certo, taluni chiamano aiuto, cercano di
reintegrare il padre nelle sue perdute funzioni. Autorevoli o autoritarie che
fossero. Ridateci un qualche straccio di padre, sembrano dire figli affranti,
madri spaventate e sociologi d’antan. Niente da fare, il padre è in fuga. Il
suo dire oracolare, si è fatta timida partecipazione alla chiacchiera
quotidiana. Da Talk Show. Non-Luogo simbolico dove il padre recita spesso a
soggetto, incalzato da figlie aggressive e piangenti. E dai loro tatuati
fidanzati. Che vorrebbero anch’essi chiamarlo papà, ma non possono, di fronte
alla sua irreparabile ignavia. E in fondo cosa potrebbe dire il poverino, se
tutto tende a delegittimarlo? Se persino la pubblicità ne fa l’amichetto
imbranato dei figli.
Quello che una volta era l’inadeguato
compagno di giochi è ora il papà.
La tragedia volge in farsa. Niente più
conflitti drammatici da cinematografia raffinata. Da estetica d’elite. Ora al
padre restano le lacrime nel salotto di Maria de Filippi. I conflitti sono solo
apparenti. E possono solo apparire. Difatti quelli veri, quelli profondi, sono
stati definitivamente rimossi dal video della nostra vita. Non risolti, cosa
del resto impossibile, ma rimossi sì. Come è stata rimossa l’idea della morte
con quella di una eterna giovinezza da butolino. Come è stato rimosso l’eros
dalla esibizione del sesso. Come è stato rimosso il mondo dalla
globalizzazione, che è l’effetto che diviene causa, causato e causante. Quindi
l’universo tutto. Con il mondo appunto che viene inghiottito con la sua dura,
effettiva realtà. La mondanità al posto del mondo.
auctoritas
negletta
Inevitabilmente. Padri, mondo, eros, categorie
fondanti del nostro esserci, sono ancora da qualche parte. Se ne vedono tracce,
ma la communitas sembra volerne o poterne fare a meno. Una lenta dissoluzione.
La scuola poi ha fatto strame del padre.
Su di lui, sulla sua auctoritas si fondava la disciplina e l’apprendimento scolastico.
Anche quando il sapere veniva trasmesso dalle donne. Era la presenza del padre
nei nostri precordi che ci faceva accettare le regole del gioco. A malincuore
talora, ma inesorabilmente. Tirarsene fuori era considerato una colpa. Un
attentato all’autorità. Al padre appunto. Ti saresti perso nel mare della vita. Senza nocchiero.
Famiglia, scuola, persino sport sono senza padre.
Già lo sport, il calcio ad esempio, con la
figura dell’arbitro. Dispensatore di punizioni. Custode delle regole. Padre putativo
dei calciatori e dei tifosi. Ora fischia a fatica. Nessuno lo rispetta più. Nel
senso che tutti pensano che sia al servizio del potere costituito. Non come un
buon padre, servitore del potere delegato al suo ruolo di giudice. No,
servitore dell’ingiusto potere affaristico. Padre decaduto. Senza padre
dunque, anche nei minimi particolari. Nelle pieghe del giorno, che nel tempo
si fa storia. E questo forse la base del relativismo di cui, senza molta
cognizione, si straparla. Il padre fondava un ethos con la sua
autorità.
L’ethos permeava il nostro stare nel mondo. Dietro la storia c’era la figura paterna. Consapevoli o no che se ne fosse.
La sua fine sta relativizzando le idee.
Ovvero esse assumono autorevolezza in quanto e in tanto vengano esposte con
convinzione e giustezza di argomenti, ma perdono subito di autorità perché non
si fondano su null’altro che su loro stesse. Manca loro un principio fermo,
che appunto il padre simboleggia. Idee prive della forza incoercibile che la
nostra storia fondava nel potere paterno. Anche quando esso era debole,
inadeguato. Non contava o non conta infatti il come, ma in qualche modo il
riferimento filosofico-ontologico. E teologico; già perché la caduta del
principio di autorità paterno scuote le fondamenta delle religioni monoteiste,
sul padre fondate. Padre nostro che sei nei cieli, noi recitiamo. Per questo
l’ultimo referendum ha spaventato così tanta gente. Era in gioco
nell’immaginario collettivo il primato della scienza sulla natura. La riproduzione
naturale, con la trasmissione paterna della vita. La paura ha vinto. Di generare
e vivere senza padre, con la minaccia di una vita senza senso.
il
segreto di Giuseppe
Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Rimetti
a noi i nostri peccati, recitiamo ancora. Nessuno che ci sfami
anche nello spirito. Nessuno che ci possa perdonare.
Referendum non sulle tecniche di procreazione,ma sul nostro destino.
Così è stato vissuto. Non sta a noi dire
se sia stato bene o male, ma molti si sono sentiti, in un tutt'uno, padri e
figli, minacciati due volte, nel cuore e nel corpo. Anche le eventuali madri,
vere protagoniste del problema, ma esse stesse spaventate dalla opalescenza
della figura paterna che veniva adombrata.
E viene così il tempo della new age.
Religione fai da te, senza padre. Con unico riferimento se stessi. Con
l’individuo unico dio esistente. Non a caso gli adepti sono spesso individui
soli e solitari. Ci si ancora poi a certi guru predicanti e misticheggianti.
Referenti labili. Non padri, ma maestri senza dottrina, se non la loro stessa
elaborazione culturale. Solitudine e meditazioni varie. La società senza padre
produce dunque una sorta di senso liberatorio più che una forma qualsiasi di
libertà. Il senso liberatorio sprigiona energie spesso senza scopo. O
perlomeno alla ricerca vana di esso. Sarebbe necessario, a fondare questo, un
senso di responsabilità verso la propria persona e verso gli altri che appunto
solo il padre, si chiami esso Dio o Stato o Legge, potrebbe indurre. Non si dà
senso di responsabilità fondato sulla volontaria autolimitazione di se stessi.
Così inevitabilmente si va verso l’ignoto.
La globalizzazione senza padre procura un’euforica espansione del proprio Io, come esso fosse appunto una merce tra le merci.
Ma l’Occidente specialmente si muoveva guidato
dall’idea della Sacra Famiglia. Piacesse o no, c’era un padre a guidare la piccola
carovana. Il viaggio o l’espansione era da lui guidata. Noi tutti al seguito.
Metaforicamente e Non. Ora si procede da soli, entusiasti e apparentemente
liberi, ma ad ogni passo siamo costretti a ricominciare daccapo. Nessuno riesce
a dare stabilità al nostro viaggio e la terra conquistata è subito perduta.
Priva di sacralità del resto non può che diventare territorio qualsiasi. Siamo
costretti ad andare senza meta. Liberi e soli. Pieni di tutto e vuoti di senso.
Sensazione talora inebriante, al dunque spiazzamento totale. Che il falegname
Giuseppe, a pensarci bene, era lì, ogni giorno, a contrastare con successo
nei nostri cuori. Lui, un tipo quasi anonimo, tanto che nessuno, proprio
nessuno, poteva sospettare che nascondesse nel sacco un tale «tremendissimo» segreto.
Claudio Cagnazzo
Da
"Rocca" 15 luglio 2005 - pp. 38-39
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