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I bulli non sanno litigare

Centro psicopedagocico - 19-05-2006

Tutto quanto è bullismo? E quale può essere l'approccio educativo più adeguato per affrontarlo?

I bulli continuano a riempire le pagine dei giornali. Si annidano in tutte le scuole, pronti a colpire. Si accaniscono con le loro prepotenze sui più deboli o semplicemente sui più passivi e accondiscendenti. Dopo dieci anni di convegni e sermoni vari, ci ritroviamo purtroppo poco più che al punto di partenza. Qualcosa evidentemente non ha funzionato.
Provo a dare alcune risposte:
1 Col termine bullismo si è finito col coprire uno spettro di fenomeni molto ampio che va dalla violenza pura e semplice, alla cattiva gestione dei conflitti, per finire nella delinquenza vera a propria. La confusione semantica regna sovrana, lasciando molto spazio alla discrezionalità di ogni tipo, impedendo di fatto l'individuazione di strategie efficaci.
2 Interventi si muovono sostanzialmente su due assi: il primo asse è quello disciplinare punitivo e contenitivo, Si cercano modalità per scoraggiare i bulli dal continuare nei loro propositi (molto gettonato a riguardo il coinvolgimento della famiglia - in genere ignara delle gesta scolastiche del pargolo e quindi raramente disponibile all'opera redentiva-) Si tenta di prevenire in tutti i modi la prepotenza sistematica di tali soggetti.
Il secondo,oggi decisamente più praticato, mira a convincere. Punta alla trasformazione dei bulli e delle loro vittime, in alunni normali. Si attivano pertanto i centri di ascolto, le tecniche rogersiane e gordoniane, i momenti di gioco interattivo, le buone prassi cooperative, gli strumenti per migliorare l'assertività personale delle vittime.
Sono programmi con background decisamente psicologici se non psicoterapeutici, che a fatica gli insegnanti sono in grado di sostenere. E difatti tali progetti vedono in azione professionisti esterni impegnati a riempire i vuoti scolastici con proposte specifiche.
Dichiaro a proposito il mio scetticismo. Dico che i bulli vivono di un rifornimento parassitario clandestino che li rende operativi solo in certe occasioni. In realtà i bulli si fanno forti della paura dei conflitti che ancora domina la nostra struttura educativa. Terrorizzano presentandosi come i portatori di una spavalderia che in realtà non hanno. Il bullo in effetti non sa litigare. Agisce nell'ombra. Ha bisogno degli interstizi vuoti per poter colpire. Il bullo semplifica i rapporti utilizzando la violenza come modalità sistematica del controllo altrui. E' incapace di stare davvero nelle relazioni conflittuali. Occorre stanarlo su questo terreno, non su quello della bontà. Riscoprire il gruppo classe come luogo per imparare a stare nelle relazioni, con le loro conflittualità, con gli incontri e gli scontri, con la possibilità di non essere d'accordo, di dover discutere, di confrontarsi.
Sono questi i nuovi paradigmi pedagogici che possono portare a forme più aperte di convivenza. Né la repressione né l'indulgenza servono oggi ad affrontare questa sfida.
Costruire con le nuove generazioni una grammatica del conflitto come alfabetizzazione allo star bene assieme anche nelle divergenze, diventa un obiettivo educativo che alimenta finalmente nuove speranze.

Daniele Novara - Direttore Centro Psicopedagogico per la pace e la gestione dei Conflitti di Piacenza, Direttore rivista Conflitti

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