Thank you!!!
Thank you!!!
L’unico saluto finale che io abbia potuto in assoluto rivolgere alla famiglia che mi ha ospitato a Buffalo: i Clabeaux.
I Clabeaux sono stati, infatti, cortesissimi; mi hanno accolto con infinita disponibilità e non hanno esitato ad aprirmi in tutto e per tutto le porte di casa permettendomi così di venire a stretto contatto con la più vera vita del continente americano.
Inaspettatamente, ho trovato una famiglia molto numerosa: dei figli (tutti di sangue americano per parte di padre e di sangue irlandese per parte di madre) ne ho conosciuti solo tre, e non erano tutti: Ashley, la ragazza che mi ha guidato a conoscere il vivere di Buffalo dopo avermi presentato a tutti i suoi amici, Bratt, il fratello di lei più piccolo, anche lui compagno nelle lunghe e divertenti serate, Sara, la sorella, maggiore di entrambi.
Ciò che più ho apprezzato dei Clabeaux? Il molto tempo che trascorrevano piacevolmente tutti insieme a raccontarsi il trascorso della giornata, la cordialità, il sorriso, le ottime cene preparate dalla madre……
E non si può dimenticare che mi abbiano fatto partire dagli Stati Uniti più carico di dolci e di esperienze di quando vi fossi giunto. Nella più totale gratuità.
Che altro dire??? Beh, non pensavo che una famiglia potesse voler davvero tanto bene ad un estraneo dopo solo pochi giorni: è davvero bello sentirsi accolti con così tanto calore.
Durante la nostra permanenza a Buffalo, io e Sabino siamo stati ospitati da una famiglia molto numerosa (6 persone, 2 cani e 3 gatti), e ciò ha reso ancor più piacevole questa indimenticabile esperienza.
Arrivati all’aeroporto di Buffalo veniamo affidati alla Signora Farley, segretaria dell’"Huch Tech", e ci avviamo verso la sua casa (ad 1 ora di macchina da Buffalo) un po’ sconsolati per non essere stati affidati a dei ragazzi, come era capitato ai nostri compagni (ma non immaginavamo le piacevoli sorprese che ci aspettavano!).
Arrivati, conosciamo i primi due figli: uno dormiva pacificamente sul divano e l'altro giocava a calcio dentro casa mettendo in serio pericolo la grande vetrata attraverso la quale si godeva della bellissima vista del lago Erie.
Il ragazzo che dormiva era Ben ed aveva circa la mia età e, beato lui, poteva già andare in giro con la macchina, poiché in America a 16 anni si può avere la patente.
L’altro figlio, un autentica peste, aveva all’incirca 11 anni e si chiamava David
A cena abbiamo potuto conoscere l’altro figlio, Peter, un po’ più grande di David ma non meno tremendo.
David e Peter insieme erano incontrollabili e per questo i genitori ci chiedevano ripetutamente se potevamo portare via in Italia, nelle nostre valigie, almeno uno di loro.
La mattina seguente abbiamo conosciuto il padre, Thomas Farley, un avvocato di circa 45 anni e di una simpatia incredibile.
Per conoscere l’altro figlio abbiamo dovuto aspettare il Sabato poiché, frequentando l’Università, passava con la famiglia solo i week-end. Non so se fosse uno studente modello, ma certamente era, anche lui, un tipo molto simpatico.
Non posso non parlare dei due cani che ci hanno ripetutamente degnato della loro visita nella nostra camera ogni volta che lasciavamo la porta aperta. Uno era grande ma molto calmo, mentre l’altro, molto più piccolo, era più vivace.
Meno ingombrante era la presenza dei 3 gatti, anche se, durante la cena, ce li sentivamo passare sempre vicino ai piedi.
Non potevano certo mancare gli uccelli che, con il loro cinguettio, accompagnavano le nostre frequenti navigate in Internet (infatti la nostra stanza era dotata di un computer).
Inutile dire che io e Sabino ci siamo sentiti onorati e felici per l'ospitalità dei Farley che, con la loro gentilezza e simpatia, ci hanno fatto trascorrere dei giorni stupendi.
Era un soleggiato pomeriggio di marzo quando atterrammo all’aeroporto di Buffalo; lì ad attenderci trovammo i nostri "amici americani" e tra loro "Tina", una simpatica ragazza sedicenne, con la quale ho condiviso i momenti più belli ed emozionanti di questo gemellaggio.
Come potrei dimenticare KAY, KOLL e KIN, i suoi familiari, persone davvero ospitali ed affettuose che non mi hanno fatto mancare davvero nulla?
Siamo stati solo otto i giorni insieme, ma sono bastati per far nascere una "bella amicizia".
Il tempo trascorreva senza che ce ne rendessimo conto; tra la gioia dei momenti vissuti e la malinconia del poco tempo che mi restava per la partenza, mi ritrovavo a ridere, a scherzare e qualche volta anche a ballare con la mia nuova amica americana.
E, il giorno della partenza, tra sorrisi e lacrime e dopo un lungo abbraccio, ho lasciato TINA con la speranza di rivederla presto…
Non ancora ci credo: l’ultima volta che ho scritto un articolo per il giornalino della scuola, raccontavo della bella amicizia con gli amici di Buffalo e dell’ipotetico viaggio che il liceo avrebbe potuto fare….oggi 31 Marzo invece la mia mente si sta concentrando per ricordare al meglio quell’ormai passato viaggio fatto di bei ricordi!
Ebbene tra le tante cose che potrei raccontare, ho scelto di parlare della famiglia che mi ha ospitato nel Paese Americano.
Innanzitutto voglio precisare che questo genere di sistemazione che abbiamo ricevuto si è rivelato veramente prezioso dal punto di vista culturale e soprattutto linguistico: è stata l’occasione per migliorare la lingua Inglese e per imparare i modi di dire e i vari slang americani.
Dunque è un’esperienza davvero unica per che vuole apprendere in poco tempo la cultura e ogni altro genere di manifestazione locale di un determinato Paese: sei a contatto con i più autentici testimoni del luogo ,con le persone che meglio della radio e della televisione possono dimostrare e giustificare ciò che sono e quello che fanno in relazione al luogo in cui vivono.
Questo è per esempio ciò che la famiglia Schmidt mi ha regalato durante i nostri 7 giorni di "convivenza"! Il loro nucleo famigliare è composto da 4 persone: mamma Helen, papà Yuo, Lillie e Tim, ma se consideriamo anche i due gatti, beh, allora sono in tanti! Ovviamente scherzo, ma colgo l’occasione per testimoniare quanto amore e quanta cura gli statunitensi riservano per gli animali domestici! Per quel che mi riguarda, non amo gli animali, eppure a Buffalo ho capito grazie a Lillie quanto sia preziosa invece la loro presenza in certi momenti!
Riguardo ai genitori posso invece dire che sono persone davvero speciali: dal primo giorno mi hanno dimostrato quanto fosse importante per loro ospitare una ragazza italiana, non solo dal punto di vista culturale, ma soprattutto da un punto di vista umano. Credetemi non lo dico perché devo riempire le righe di questa pagina, ma al contrario lo ribadisco perché sono stata gia ospitata da una famiglia straniera in Gran Bretagna e non ho certo ricevuto questo trattamento! Dunque avendo alle spalle una esperienza tanto negativa che non voglio nemmeno descrivere, ho compreso e ho subito ricambiato l’affetto che mi hanno dato. Non smetterò mai di ringraziarli per la bontà, la disponibilità e la loro premura.
Cosa dire su Lillie? Beh, è una ragazza sedicenne ma già molto matura rispetto ai suoi amici. Lei infatti al divertimento serale preferiva aiutare la mamma a preparare la cena,o guardare dei film in videocassetta o esercitarsi a parlare italiano con me.Alcune sere abbiamo anche navigato in internet: lei mi ha mostrato qualche sito statunitense di musica e sport, io invece le ho fatto visitare il sito di Torremaggiore e quello della scuola e per finire abbiamo chattato con alcuni suoi amici della Florida! Davvero un rompicapo vedere fiumi di parole in inglese sullo schermo del computer e tentare di tradurre soprattutto quei incomprensibili modi di dire comuni tra loro!!!
Un altro momento intrigante della giornata era la cena: seduta al tavolo con loro ero martoriata da 1000 domande sulle origini del mio paese, sulla sua collocazione geografica in Italia, sui prodotti alimentari tipici della mia regione, sul genere di vita che conducono gli italiani e poi ancora altre, altre, altre! Dall’altra parte il mio tentativo di dare le risposte più esaustive mi faceva fruttare tutte le mie conoscenze linguistiche dell’inglese. A dir la verità era proprio il mio momento preferito della giornata, anche perché era quello in cui non solo le loro curiosità, ma anche le mie riguardanti l’america venivano soddisfatte. Che dire più?
Insomma dalla mattina in cui aprivo gli occhi fino alla sera in cui li chiudevo, mi sentivo veramente bene, non sono mai stata assalita dalla noia e non avevo fretta di tornare in Italia, anche se la famiglia, gli amici e le mie abitudini mi mancavano.