La voce del Fiani

 

Orizzonte cyborg, via dalla finitezza nel segno della contaminazione

UN’ANALISI DI BIUSO SULLE PROSPETTIVE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

di EUGENIO MAZZARELLA

In un racconto di Asimov - Io, robot - è un robot a disegnare lo scenario morale di un'intelligenza disincarnata, finalmente sottratta alla corruzione della sua incarnazione umana. È un robot a disprezzare i corpi: Wetware, "materiale molle e flaccido, debole e deteriorabile", tanto da rivolgersi agli umani che lo hanno costruito con espressioni quali "siete solo prodotti di ripiego. Io invece sono un prodotto finito".
Cyborgsofia. Introduzione alla filosofia del computer (Il Pozzo di Giacobbe, pagg. 113, euro 11,00) è il lavoro che con grande lucidità e chiarezza Alberto Giovanni Biuso dedica alle prospettive dell'Intelligenza Artificiale a cinquant'anni dalla conferenza di Dartmouth (1956), con la quale questa disciplina cominciava la sua avventura ufficiale di ricerca, dichiarando obiettivi e disegnando scenari futuri, intende mostrare come, nonostante tutto, sia proprio quel materiale molle e flaccido, debole e deteriorabile, il corpo, a sostenere ancora ogni progetto possibile per un'intelligenza che abbia i caratteri dell'umano: coscienza e autocoscienza.
A terza rivoluzione industriale conclamata, quella informatica, con i suoi servizi e le sue minacce, le sue speranze e le sue delusioni, lo scenario teorico è sufficientemente chiaro da poterci far prendere posizione sugli orizzonti effettivi possibili dell'infosfera, come oggi si suole chiamare l'ambiente nel quale respiriamo, comunichiamo ed operiamo.

Delle due principali strade che l'Intelligenza Artificiale ha imboccato dalla conferenza di Dartmouth in poi: la versione "debole" (che vede nelle macchine calcolatrici essenzialmente degli strumenti operativi) e la versione "forte" (che insegue il progetto di menti artificiali dotate, in qualche modo, di una propria coscienza), l'autore ci conduce a vedere che solo la versione debole tiene sia sul piano dei principi teorici, che dei risultati di laboratorio.
Da un'intelligenza artificiale non può evolvere una coscienza umana, perché ad essa manca il contesto emozionale e il suo medio, il corpo, che integra calcolo e vita e "fa" una coscienza.

Non saranno pertanto le macchine a diventare intelligenti, ma sarà il nostro corpo ad assumere al proprio interno la potenza percettiva e computazionale delle macchine. In questo si raffinerà un processo che per altro è in corso da millenni, l'ibridazione della specie umana con gli artefatti da essa prodotti. Il cyborg è da sempre intrinseco alla corporeità come modo umano di stare al mondo, come intrinseca tecnicità che l'homo sapiens da sempre applica non solo al suo ambiente, ma a se stesso.
Da questo punto di vista l'orizzonte della contaminazione, dell'alterità, dello scambio continuo con ciò che non siamo continuerà ad essere parte essenziale dell'esistenza umana, come da sempre. All'accelerazione di questa contaminazione nell'infosfera ciò che è necessario non sono sogni gnostici di poter far a meno del corpo, ennesima variante di una fuga dalla nostra finitezza, ma un'etica all'altezza dei problemi e delle speranze che essa pone.

Il Mattino - 9 LUGLIO 2004

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