La Balilla nera che rapiva gli Ebrei

Rolando A. Borzetti - 02-12-2003

Ma la maggioranza dei ragazzi di Salò non si era arruolata per riempire i campi di sterminio.
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Sordionline

Che cosa devo pensare di quello che Gianfranco Fini ha detto a Gerusalemme, a proposito della repubblica di Salò e della sua pagina infame, la deportazione e lo sterminio degli ebrei? Il primo ricordo emerge dalla mia memoria di bambino della guerra. Ed è legato alla passione per il calcio e per la squadra della mia città, i nerostellati del Casale. A creare la squadra nel 1906 era stato un professore di scienze e di chimica, Raffaele Jaffe, ebreo. Piccoletto, asciutto, baffi ben curati, occhiali stringinaso, scattante, Jaffe era popolare e amato a Casale Monferrato. Aveva allevato generazioni di studenti. E molti di questi erano diventati ottimi calciatori.
Il 1 settembre 1938, al momento delle prime leggi razziali volute da Mussolini, Jaffe era il preside dell'Istituto magistrale 'Giovanni Lanza'. All'inizio di quell'anno scolastico si congedò dai professori in modo sobrio e dignitoso: "Voi sapete perché non posso più restare al mio posto. Vi saluto. Da domani non ci vedremo più". Pensava di salvarsi perché aveva sposato una ragazza cattolica, insegnante di musica e di canto. Nel 1937 si era anche convertito e aveva ricevuto il battesimo. Ma non ci fu scampo neppure per lui. Nel 1944 venne preso, portato al campo di transito di Fossoli e poi ad Auschwitz, dove fu mandato nella camera a gas, all'età di 66 anni.
A rapirlo in casa non erano stati i tedeschi, bensì i poliziotti fascisti del commissariato di Casale. Qui devo fare un passo indietro. E ricordare che, dopo l'8 settembre 1943, i fascisti repubblicani della mia provincia si erano subito scatenati contro gli ebrei. 'Il Popolo di Alessandria', foglio bisettimanale del Pfr, un vero giornale da guerra civile, incitava a odiare tutti gli avversari della Repubblica sociale. E prima di tutti i giudei. Un articolo del 7 ottobre 1943 ringhiava: "Basta con gli ebrei! Si sequestrino i loro averi. Si brucino le loro tane, le sinagoghe. Si caccino dal paese, subito! Essi non hanno mai avuto pietà per nessuno. E noi non ne avremo per loro".
Nella notte fra il 13 e il 14 dicembre 1943, per rappresaglia dopo l'uccisione di un ufficiale della Rsi, i fascisti alessandrini se la presero con gli ebrei della città, che non avevano colpa di quell'attentato. La sinagoga di via Milano fu assalita, devastata, saccheggiata. Alla fine qualcuno scrisse sul registro della comunità: "A ricordo di un bubbone estirpato da squadristi e ufficiali di Alessandria".
Poi iniziarono le catture. Nelle stradine del ghetto di Casale cominciò a girare, lenta e perfida come uno squalo, la Balilla nera del commissariato locale, con due agenti a bordo. Un terzo poliziotto seguiva l'auto su una moto Guzzi verde oliva, che procedeva un po' a singhiozzo, spetezzando. Molte delle prede erano già fuggite. Ma restavano gli ebrei più anziani, spesso malati. E la Balilla nera non se ne lasciò scappare nessuno. In due retate, nel febbraio e nell'aprile 1944, i poliziotti fascisti presero anche quelli che ormai erano più morti che vivi. Come Cesare Davide Segre, sarto, 57 anni, sordo e muto, ricoverato da anni al reparto incurabili dell'ospedale cittadino. O come Sanson Segre, 88 anni, commerciante a riposo, un diabetico al quale i chirurghi del Santo Spirito avevano appena amputato un piede in cancrena. Via pure lui, al carcere di via Leardi, poi a Fossoli e infine ad Auschwitz.
Qualche cristiano mise in salvo degli ebrei in pericolo. Ma i più si voltarono dall'altra parte, fingendo di non vedere la Balilla e gli sgherri che la pilotavano. Ci fu anche chi fece la spia. La madre superiora di un convento di domenicane consegnò alla Balilla le due sorelle Artom: Vittorina e Faustina, di 75 e 73 anni, che in un primo tempo aveva accettato di nascondere. Sempre in quell'aprile 1944, un'altra suora cattiva, in servizio all'ospedale, fece prendere dai poliziotti due fratelli ebrei che si erano nascosti al Santo Spirito: il medico Riccardo Fiz, 75 anni, e il geometra Roberto Fiz, 71 anni, anche loro poi uccisi ad Auschwitz.
Per quel che mi riguarda, avevo raccontato di questi orrori nella tesi di laurea (anno 1959). E poi, nei dettagli, in un libro del 1999, 'Il bambino che guardava le donne'. Non ho mai avuto dubbi sulla responsabilità del fascismo repubblicano nello sterminio degli ebrei italiani. Adesso ci arriva Fini. Quasi 60 anni dopo la conclusione della guerra. È sempre lentissima la marcia per liberarsi delle ideologie che prevedono l'assassinio dell'avversario. Anche chi credeva nella bontà del comunismo, da noi ha impiegato 44 anni, dal 1945 al 1989. E qualcuno ci crede ancora.
A questo punto, non so che cosa accadrà al leader di An e dentro il suo partito. Ma a proposito di Salò, voglio dire con schiettezza due cose. La maggioranza dei giovani schierati con la Rsi non si arruolò certo per dare la caccia agli ebrei. E l'infamia dello sterminio non può farci chiudere gli occhi di fronte alla pesantezza delle vendette compiute sui fascisti sconfitti dopo il nostro 25 aprile.

Un sordomuto

Da fuoriregistro - Domenica 7 dicembre 2003 - http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=3954

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